[La vita lesbica] missione Parigi… avventure in vacanze: dove vai se la cartina non ce l’hai.

Infilata di abbaini sulla Rue Saint-Honoré, in bianco e nero
I tetti della Rue Saint-Honoré

Giuro, smetto quando voglio. Ma perché dovrei volerlo?
Cosa faccio quando sono particolarmente giù di corda, triste e sull’orlo dell’esaurimento?
Sogno di andare in Francia, che per me è tornare a casa. Ognuno ha i suoi modi per rilassarsi, il mio è quello di stare dove riesco a rilassarmi.
Quindi quando Piccina e F. hanno proposto di tornare a Parigi e magari fare un giro nei dintorni, non è che potevo dire di no. Tanto ormai ho perso il conto delle volte che ci sono stata.
E poi essere nel “mio” posto, con le mie persone preferite… che cosa si può chiedere di più?
Ovviamente pianifichiamo tutto in perfetto stile diplomatico, perché, come dire, fra una monarchica e una giacobina ci può essere un certo conflitto di interessi. E poi c’è F., che è una giacobina pure lei, ma con l’amore per Richelieu. I casi strani della vita.

Comunque, pronti per la partenza?

All’ufficio informazioni

Visto che ormai abbiamo tutti una certa (anche la Piccina, ma si tratta ovviamente di un errore dell’anagrafe), decidiamo di prenotare il pass dei musei perché vuoi non fare una capatina al Louvre, ché la Piccina dve finire di vederlo? E poi ci sono molti castelli. E poi io e F. dobbiamo sempre andare in pellegrinaggio alla Conciergerie, se no poi non ci fanno tornare a Parigi.
Giorno di arrivo, io e F. andiamo a ritirare i nostri pass e troviamo un impiegato dell’ufficio informazioni che sembra aver studiato sul manuale “Come essere lo stereotipo del francese secondo gli altri paesi europei” e che una volta capito la nostra nazionalità vuole per forza parlarci in italiano… attaccandoci un discorsetto di mezz’ora.
“E poi potete andare al castello di Versailles, che però è fuori Parigi ed è la reggia più grande di tutto il mondo.”
“Lo sappiamo.”
“E poi salire sulla Torre di Eiffel che è..””
“Lo sappiamo.” A un certo punto ho smesso pure di dirlo, tanto era palese che non serviva a tagliare corto e ho sconnesso il cervello fin quando…
“E poi non potete assolutamente perdervi la Santa Cappella. E vicino c’è la Portineria, che era la prigione della Rivoluzione…”
Ok, in realtà stavamo parlando con Google Translator. Finita la tiritera siamo uscite, ci siamo guardate e ci siamo messe a sghignazzare come due idiote.
“Ma secondo te qualcuno glielo dovrebbe dire che è meglio non tradurre i nomi dei luoghi?”
“Naaah.” Quando finiamo di sghignazzare, chiedo:
“Dove andiamo?” Silenzio. Tanto ci capiamo così bene che non ci sarebbe neanche bisogno di parlare.
“Giro rivoluzionario?” mi domanda F. Cioè, invitarmi a una festa. No, anzi, a in libreria con un buono illimitato, visto la mia antipatia per feste et similia.
“Giro rivoluzionario.” F. appallottola la cartina che ci hanno appena dato e la butta in borsa.
“Tanto se mai c’è il GPS.” le dico.
“Tanto io seguo te. Chi ha bisogno della cartina?”

[La vita lesbica] La befana vien di notte…

 

Vabbè che fa buio presto, ma noi abbiamo cominciato a festeggiare la Befana già dalla prima sera del cinque. Che poi io non posso mangiare la maggior parte delle dolci e buone schifezze da calza della Befana, perché o contengono qualcosa che mi fa allergia o comunque mi fanno male. E poi da ex bambina grassa, in casa hanno smesso presto di farmi la calza.

Per Picina, no. Per lei è una tradizione irrinunciabile.

[Casa dei suoceri]

Un giorno indefinito tra il due dicembre e il cinque.

P.: Io voglio la calza!

Suocera: Ma sei grande!

P.: E io la voglio lo stesso e me la devi comprare tu! Io non me la posso comprà da sola!

Cognata (adulescentula): Allora se la fai a lei, la devi fare anche a me!

Suocera: Ma se non l’hai più voluta.

Cognata (adulescentula): Ma se la fai a lei, la devi fare anche a me. È giustizia.

P: Eccerto. È giustizia.

Io e suocera ci guardiamo tra il rassegnato e il faceto.

Oggi. Pranzo.

Suocera: Ho preso la roba per la calza, ma non il carbone. Il carbone non c’era perché il supermercato blablabla [segue resoconto delle epiche gesta del supermercato che chiude, ma non chiude o comunque gli elfi-cavallette si sono portati via il carbone].

P. (che di tutto il discorso ha solo capito “niente carbone”): Ma io voglio il carbone! che calza è senza carbone!

Io: …

P.:  Il carboneeeeeeeee…

Suocera: Compratelo nel pomeriggio.

P.: Il carboneeeeeeeee….

Io: A casa nella stufa ce n’è quanto vuoi, eh.

Oggi. Prima serata. Camminando fra le bancarelle befanifere di Ghignante Cittadina del Razionalismo.

Io: Andiamo a prendere il carbone, così ti calmi.

P.: Il carboneeeeee…. Ma non pretenderai che me lo compri io/

Io: Perché no?

P.: Perché non me lo posso comprà da sola! Che scherzi? Nun valeeee! Capito? Non è Befana!

…e fu così che mi trasformai nella Befana che compra un sacchetto di carbone (i gusti li ha scelti lei, però).

Io: Contenta? Non lo assaggi?

P.: Ecchettepare? Nella calza però ce lo devi métte te, eh!

Io: …

(Le calze e la gonna nera già ce le ho. Ora vado a mettermi anche la giacca e il cappello).

 

Per cui, buona Befana a tutti!

[Vita Lesbica] I traumi di Sailor Moon

Perché va bene che siamo splendide, uniche e meravigliose, però lasciateci essere partecipi almeno un pochino (sì, ok, quasi per niente) della cultura lesbica pop. Sì, siamo cresciute entrambe con Sailor Moon e Sailor Neptune e Sailor Uranus piacevano parecchio a entrambe. Sì, lo so che è eteronormatività un tanto al chilo, ma, vabbè, erano gli anni Novanta, eravamo giovini (sì, ok, tecnicamente la Piccina è ancora giovane) e insomma, non è che un rapporto lesbico mediamente esplicito in fascia protetta capiti tutti i giorni (no, Lady Oscar e quella scema di Rosalie non contano).

Sera. Camera da letto. Ognuna col suo computer davanti, da perfette alienate 2.0. A un certo punto sbircio lo schermo della Piccina, che sta ordinando un’altra bambola di Sailor Neptune (ne abbiamo già una in casa. Anche una Sailor Saturn. E la Piccina ha il portachiavi di Sailor Uranus e Neptune che le ho regalato io).

Io: “Ah, te ne ordini un’altra?”

Piccina: “Tutte e due! E poi sono carine! Si possono mettere insieme, vedi?” La Piccina mi fa vedere come le due action figures si incastrino. E insomma, di foto in foto il discorso casca sui vestiti delle nostre due guerriere preferite, che Piccina commenta in stile Carla Gozzi.

Piccina: “Eh, ma almeno nel manga Haruka si mette le minigonne più spesso.”

Io: “A dir il vero anche abbastanza discutibili.”

Piccina: “Son sempre vestite in modo osceno quando sono vestite in borghese! (n.d.r. in Piccinese “osceno” sta per “vestito bruttissimo e inguardabile che non si metterebbe neanche l’ultimo dei barboni”). Tipo qui! Sta giacca non se pò vedè!”

Mise "oscena"
Il vergognoso gilet.

 

Io (arrossendo): “Emh… non vorrei dire, ma ho un gilè uguale, solo che è giallo.”

Piccina:”Ma non è vero!”

Io: “È che non lo metto tanto spesso… tipo l’ho messo l’altro fine settimana quando sono uscita con Ziah, solo che tu non c’eri.” Mi alzo e tiro fuori il mio gilet di jeans (giallo) dall’armadio.

Piccina:”O mio ddio! È uguale!”

…non so mica se si è ancora ripresa.

[Vita lesbica] EVO, l’olio del medioevo

Sera. Relax sul divano. La Piccina guarda nuove idee per ricette su Giallozafferano, io leggo.

Piccina:”Amore, che cavolo vuol dire olio EVO?”

Io (continuando a leggere): “Extra vergine d’oliva.”

Piccina: ” Davvero?!”

Io:”Perché? Che pensavi che fosse?”

Piccina: “È da anni che lo trovo scritto e pensavo fosse qualcosa di preziossissimo, tipo un olio vecchio, ma proprio vecchio vecchio. Tipo come il vino, vecchio.”

Io (ridacchiando): “Ma l’olio mica invecchia bene come il vino! Ma come hai fatto a pensare che fosse ‘vecchio’?”

Piccina:”Evo. Evo non vuol dire vecchio?”

Io (ridendo apertamente): “Sì, ‘Evo l’olio del Medioevo’.”

Piccina (sull’arrabbiato andante): “Ma è colpa loro! Non ci mettono i puntini! Perché non scrivono E.V.O.?! I puntini!!! Perché non ci mettono tipo una ‘ics’ da qualche parte?! Non si capisceeee!”

p.s. Io ho provato a dire alla Piccina che il blog dovrebbe scriverlo un po’ anche lei. La risposta? “Naaaah. Me fa fatica.” Comunque nel nostro rapporto, non si è ben capito chi prende in giro chi. Sarà per questo che stiamo così bene insieme.

[Vita Lesbica] Di scena in scena (parte seconda)

una testimonianza che dimostra che infine al cimitero ci siamo arrivate.
Una testimonianza che dimostra che infine al cimitero ci siamo arrivate.

Scena 2. Quelle che volevano andare a trovare Pasolini.

Casarsa della Delizia. Esterno. Cielo che comincia a essere medio-arrabbiato.

(nota bene: in macchina usiamo Waze. È comodo, permette a me di guidare e alla Piccina di non metterci vent’anni a capire come si legga una cartina).

La Piccina: “Di là c’è il centro studi.”

Io: “Sì, ma non c’entra.”

La Piccina: “Sempre a dritto, Poci!”

Io (panico da non-so-la-strada e da aiuto-mi-sto-emozionando. Combinazione letale, alto rischio che da una scena si arrivi a una scenata.): “Non ho la più pallida idea di dove andare!”

Dopo l’ennesimo tentativo di cercare il cimitero finito in una strada senza sfondo nei campi.

Io: “Comunque questa finisce sul blog: le uniche due sceme che si perdono a Casarsa.”
La Piccina: “A me sembra tentacolare!”

Io: “…”

Seguono quindici ore di “mannaggia!”, smanettamenti sullo smartphone, accidenti ai cartelli messi male e alla palpebra calante. E comunque, viva i cipressi! I cipressi non tradiscono mai.

 

Della serie: i cimiteri sono tutti facili da trovare. Tranne quelli che si nascondono.

[Vita Lesbica] Di scena in scena (le Pocinfriuli)

20061231-P1010003-2

 

RossoArcobaleno presenta… le Pocinfriuli.

Non è un errore. È che il titolo si pronuncia rigorosamente in un fiato solo.

E sì, la Piccina e io siamo andate in vacanza (da dove venga il conio Poci –diritti d’autore alla Piccina- ve lo spiego un’altra volta). In Friuli. Viaggio di nozze per metà sponsorizzato da Ziah + Quelli de Roma.

Ci siamo divertite tantissimo, visto posti bellissimi, mangiato e bevuto tanto pure al netto della mia r.c.u. e dell’allergia all’alcool (tanto la Piccina conta per due).
Se avete voglia di un po’ di foto, potete trovarle qui.

Io invece vi racconterò nei prossimi giorni qualche simpatica scena.

Scena 1. Mitologie.

San Vito al Tagliamento. Esterno. Ora dell’apparizione di Pan e del buco nello stomaco.
Io me ne esco fuori (non mi ricordo neanche perché) con l’espressione “tirso menadico”.

La Piccina (faccia da mucca stupefatta): “Che?!”

Io: “Tirso menadico. È facile. Hai presente il tirso che hanno in mano le Menadi. “Menadico” da Menade.”

La Piccina (faccia da mucca ancora più stupefatta): “Ma che dici? Mi prendi in giro.”

Io: “Dai, quella specie di bastone che hanno in mano le Menadi, le Baccanti, dai. Dovresti saperlo…”

La Piccina: “Ah, il coso che hanno in mano…. Ma perché non lo chiami bastone? Che, devi sempre avere un nome per tutto?! E parla come magni!”

…come frustrare una classicista.