Solitudo ed esclusione

Solitudo, solitudinis. Per il romani è il deserto, prima che la solitudine. È così che mi sento da qualche giorno, per l’esattezza da quando è stato votato al Senato il DdL sulle unioni civili monco e svilito. Sono un po’ sparita dal blog perché tutte le mie energie si sono concentrate a seguire il dibattito sulla legge Cirinnà per Pasionaria.it.  Ho scritto là le mie considerazioni politiche.

Alla fine della giornata, però, del sentire tonnellate di discorsi omofobi (dai “contronatura” ai ben più subdoli “accontentatevi”, “che volete di più”), da destra e, ahimé, molti anche da sinistra, resta una grande situazione di vuoto. Ampliata tutte le volte che anche chi dovrebbe essere compagno di viaggio e di lotta (altre femministe, attivisti della tua stessa area politica) ti senti trattato come un estraneo, che in fondo, con tutto il suo reclamare uguaglianza dà anche un po’ fastidio (tutte quelle volte che è venuto fuori il discorso “la comunità gay poteva fare qualcosa per le donne”, in riferimento alla polemica sulla gestazione per conto di altri; tutte le volte che “ma voi dove eravate quando si manifestava per i precari/per i pensionati/per la TAV etc..”). Che poi a dare fastidio spesso sono gli uomini omosessuali, noi lesbiche siamo scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico. Come gli unicorni.

Questo voi continuamente sbattuto in faccia (come se le persone lgbti fossero quello e basta, come se molti di noi- sicuramente mi ci metto io- non combattessero anche per altro). È questo il grosso cambio culturale da operare: quando nel sentimento comune l’avere un orientamento non eterosessuale o un’identità di genere non corrisondente al sesso biologico sarà solo una delle tante diversità che compongono un individuo.

Per adesso è come se, anche  chi magari cerca di essere inclusivo, a un certo punto mettesse un cartello: “tu qui non puoi entrare”. L’esclusione delle diversità è un meccanismo così radicato nella nostra cultura da essere molto spesso inconsapevole.

So già che qualcuno mi dirà “ma siete voi a ghettizzarvi“. La (molto astratta, a dir la verità) coesieno della “comunità lgbti” è semplicemente un fatto politico, serve a reclamare diritti che vengono negati, serve ad affrontare problematiche comuni, che chi è eterosessuale non ha. Non è un club esclusivo, è un meccanismo di difesa.

In questo momento sento molto questo deserto. Lo sento sulla mia pelle, che brucia. Non mi fa paura, perché alla solitudo ci sono abituata (e quando è solitudine e non deserto, mi piace anche, ne ho bisogno). Solo che resta la sensazione amara di dover contare davvero solo sulle forze tue e di chi è come te.

(A scanso di equivoci, no tra me e la Picina non è successo niente. No, no ho litigato con qualcuno in particolare. Ve lo dico prima, caso mai a qualcuno dei miei quattro lettori venisse l’ansia)

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.

Mio figlio? Solo in morte del partner

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In sostanza questo il succo dell’intervento di Renzi sulle unioni civili al popolare programma Che tempo che fa, ieri sera (alla fine dell’intervista).

L’ultimo nodo da sciogliere sarebbero le stepchild adoption, definite dal premier come “le adozioni del figlio del partner in caso di decesso”. In pratica se io ho un figlio, mia moglie ne diventa genitrice solo se muoio.

I casi sono tre:

  1. o il premier è completamente disinteressato alla questione unioni civili e non sa cosa significa stepchild adoption;

2. o questo è l’accordo con NCD e i cattolici del PD;

3. o ci siamo sbagliat* tutti ed è così anche per le coppie etero sposate, no? Tutti abbiamo solo la madre (semper certa), e solo se muore abbiamo un padre che ne fa le veci.

D’altronde, il fatto che ci sarebbero forze ben disposte a votare un Cirinnà che rispetti la nostra dignità di persone (SEL, M5S) non conta.

(Grazie a Caterina Coppolo per aver segnalato la notizia).

Di ribassi e gufi

Autoritratto
Autoritratto.

Allora, la prima modifica al ribasso del DDL Cirinnà-unioni civili è puntualmente arrivata la scorsa settimana. Non più una forma paragonabile al matrimonio, sparito il richiamo all’art. 29, diventa “formazione sociale specifica” (che è un termine ombrello che vuol dire tutto e niente, comprende dal matrimonio alle associazioni sportive), con richiamo all’art. 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”).  Tutto questo per rassicurare l’ala cattolica del PD, rafforzare la promessa fatta a Rimini di cercare voti in area CL e rassicurare NCD (anche se ai membri del partito di Alfano è sembrata una modifica troppo morbida e non l’hanno votata in Commissione Giustizia).

E insomma, non ci dovrebbe essere bisogno di spiegare perché questa refrattarietà a chiamare le cose col loro nome sia politicamente pericolosa, voglia dire che non solo non avremo il matrimonio ugualitario, ma se anche unioni civili dovessero essere, saranno provvedimenti di serie B. Ovviamente se a dirlo siamo noi dirett* interessat*, siamo gufi, incontentabili, rosiconi e in malafede, che non cambierà nulla e un nome non è importante e che non c’è stato nessun cambiamento al ribasso (perché, invece lo è, lo ha raccontato Dario Accolla in un modo alla portata di tutti).
Peccato che la stessa relatrice della legge, Monica Cirinnà, sabato abbia ammesso che un peggioramento effettivamente ci sia stato. E oggi, Stefano Rodotà, dalle pagine de La Repubblica (pag.23 dell’edizione odierna) insista

Inventarsi la “formazione sociale specifica” è un travisamento della Costituzione e la sua vera finalità, dovendo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, non è quella di introdurre una distinzione, ma di riaffermare una discriminazione.

A quanto pare la Potente Lobby dei Gufi Gay fa proseliti, vero?