Recensioni per libri vecchi e nuovi

Un taccuino rilegato in pelle aperto al centro con una penna in mezzo
Cosa c’è di meglio di un taccuino e una penna?

 

 

Sono rientrata alla base dopo le ferie, dopo aver cercato di fare il pieno di energie.

Quest’anno arrivare alle tanto agognate vacanze è stato particolarmente duro, vuoi per la mole di lavoro a scuola con la sorpresa di essere commissario esterno per la prima volta e per perdite molto dolorose nella mia vita personale che solo adesso sto cominciando timidamente a metabolizzare. Sono stata in viaggio con la Piccina e la mia migliore amica e poi ho trascorso lente lunghe giornate al mare a editare e scrivere per vari progetti, ma sopratutto a leggere come non facevo da anni, un libro ogni due giorni.

Ho pensato a lungo se tenere o meno questo blog perché con l’impegno sempre crescente di Pasionaria.it e delle mie storie, il tempo non basta praticamente mai. Dopo infiniti tentennamenti ho deciso di rinnovare il dominio, perché mi piace l’idea di continuare a scrivere saltuariamente i miei piccoli raccontini quotidiani de La Vita lesbica (a proposito, prestissimo leggerete la Paris edition) e soprattutto perché ho bisogno di un angolo tutto mio dove parlare delle mie passioni e delle mie ricerche. E poi mi manca recensire i libri come facevo su Macchiato Inchiostro, perché quello che faccio con il Pasionaria Book Club è un altro tipo di esperienza.

Non sono sicura se riuscirò a mantenere una regolarità nella pubblicazione, ma il mio piano di battaglia è quello di cominciare a scrivere delle brevi recensioni (più delle impressioni di lettura) dei libri che ho usato per i miei progetti e in generale dei libri degli argomenti che mi interessano di più, insomma tutto quello che riguarda il femminismo e tutto ciò che leggo di argomento storico (in particolare sulla mia amata Rivoluzione Francese). E ovviamente quanto mi capito per le mani che coniughi le mie due passioni. E la vera sfida non sarà tanto scrivere dei saggi, ma scrivere dei romanzi, cercando di tenere a freno (per quanto sia possibile) il mio io “accademico” (pesante e precisino) che al terzo svarione comincia a inveire contro il malcapitato scrittore o la malcapitata scrittrice.

 

Le Bruillard

Article I: Les droits de l’homme en société sont la liberté, l’égalité, la sûreté, la propriété.
Constitution de l’An III

 

 

 

Pioveva forte fuori, poteva sentire il rumore dell’acquazzone ed il vento sibilare attraverso gli infissi. Domattina, pensò, avrebbe detto a Mathieu che c’era bisogno di ripararli. Era andata a letto di buon’ora, come d’abitudine, dopo aver rimesso a posto in cucina.
Sentì Louise muoversi nervosamente nel letto e istintivamente si mise meglio in ascolto…forse la piccola stava avendo qualche brutto incubo? Come quelli che capitavano a lei: a volte le sembrava tutto nero e l’unica cosa che riusciva a percepire erano le voci dei suoi fratelli, che parlavano tra loro, ma lei non riusciva né a sentirli né a vederli. A volte, invece, sognava ancora la prigione, le urla e la puzza che pareva quasi soffocarla.
Louise si mosse ancora una volta nel letto e a Charlotte parve di sentirle mormorare qualcosa. Si alzò e andò a sedersi sul bordo del letto. La piccola non le diede quasi tempo di accorgersi se dormisse che le strinse forte la mano: Louise stava piangendo.
“Che succede, mon choux?” le domandò mettendole una mano sulla testa, ma l’unica risposta che ottenne fu un singhiozzo. “Ti senti male?” le chiese ancora, spaventata.
“Sto morendo, sto morendo…però non lo dire al babbo.” Articolò fra i singhiozzi. Charlotte l’abbraccio forte, preoccupata come non mai.
“Dov’è che ti fa male, ma bimbine?” ma la piccola non rispose. Charlotte si alzò per andare a recuperare una candela ed accenderla, in modo da portare un po’ di illuminazione.
“Tatie..” Piagnucolò ancora Louise. “Tatie, aiutami.” Charlotte le si avvicinò di nuovo.
“Che hai, mon choux?” le domandò baciandola sul viso imperlato di sudore.
“Ho bagnato tutto il letto di sangue… Ho paura, Tatie.” Charlotte scoprì la ragazzina con un gesto delicato: c’era una macchia di sangue rosso tra le lenzuola. “Mi fa male la pancia.”
“Devi cercare di stare ben coperta e al caldo, Louise.” Cercò di rassicurarla, accarezzandole i capelli. “Passerà in qualche giorno, non ti devi preoccupare.”
“Chiamerai il dottore domani?” le lacrime parevano essersi arrestate. Charlotte l’abbracciò di nuovo.
“Non ce n’è bisogno, non sei malata, mon choux.” Le rispose, cercando di essere tranquilla. “Succede a tutte le donne.” Rispose con un sospiro. “Vuol dire che stai diventando grande.” Sperò in cuor suo che Louise non le chiedesse altro perché non avrebbe saputo darle un’altra risposta . Le baciò nuovamente le guance, cercando di portar via il residuo delle lacrime col dorso della mano.
“Ho paura.”
“Non devi aver paura, mon choux. Cerca di riposare, va bene?” Louise le strinse ancora la mano.
“Rimani qui con me finché non mi addormento.” Charlotte spense la candela e cerco di aggiustarsi alla meglio accanto alla piccina, accarezzandole la testa.
“Cerca di fare un buon riposo, piccolina mia.” Continuò ad accarezzarla, finché il respiro non si fece calmo e la piccola parve essersi calmata. Mentre si alzava cercando di fare meno rumore possibile, Louise la afferrò per la veste e le sembrò di sentirle sussurrare “merci, maman”.

***

Quella mattina aveva deciso di lasciare Louise riposare a letto. Non c’erano molte cose da fare e sarebbe riuscita a sbrigare le commissioni anche da sola. Così si era preparata silenziosamente, gettando ogni tanto uno sguardo alla piccolina che dormiva ancora, e si era decisa ad affrontare il gelo di quella mattinata autunnale. Già mentre scendeva le scale, fu costretta a realizzare quanto non fosse più abituata a camminare per strada da sola. Sperava di aver ormai superato quella sensazione di paura nell’affrontare il mondo esterno senza una presenza accanto, invece adesso quell’angoscia era nuovamente lì, tornata dal nulla. Di cosa poteva aver mai paura? Di essere arrestata, di essere aggredita? Eppure pericoli reali ormai non ce ne dovevano essere. Probabilmente, cercò di convincersi, nessuno si ricordava neppure della sua esistenza. Eppure il pensiero di uscire ed incontrare persone, anche solo la merciaia o il panettiere, le mozzava il fiato e le faceva battere il cuore troppo forte. Non era così quando si trattava di scendere e fare dieci passi per arrivare alla bottega di Mathieu, ma adesso camminare per il quartiere le sembrava un incubo. A passo svelto si diresse verso la panetteria: c’era già un capannello di persone davanti a lei, che chiacchieravano a ritmo spedito, in attesa che il panettiere si decidesse ad aprire. Si piazzò dietro tre donne, che brontolavano per il ritardo nell’apertura della bottega, cosa, per altro, non di certo infrequente.
“Quell’avvinazzato avrà fatto sicuramente tardi ieri sera.”
“Lo fa a posta, secondo me. Lo fanno sempre a posta questi panettieri per affamare la povera gente. Tutti uguali sono, tutti uguali.”
“Ma prima non era così.”
“Spero che per “prima” tu intenda sotto il re. Perché da quando ci sono quest’altri che vogliono sempre comandare si crepa di freddo e di fame.”
“Ma che dici? Sotto il re si moriva come mosche. Ve lo dico io, è tutta colpa della guerra. Adesso che siamo forti le altre nazioni mandano degli agenti a bruciare il grano. È tutta colpa degli Inglesi!”
“E voi che ne pensate, madame?” la più smilza, che aveva i capelli rossi ed un sorriso strano, le rivolse parola.
“Penso solo che voglio avere il mio pane.” Rispose Charlotte, intimorita.
“Mah, secondo me ci vorrebbe qualcuno che mette in riga tutti questi comandanti. A tutti la testa dovevano tagliare, a tutti quanti.” Rispose quella più corpulenta minacciando l’aria col pugno.
“Suvvia, non ci mettiamo a litigare adesso. Vedete cos’ho comprato l’altro giorno, così ci facciamo due risate.” La terza tirò fuori una pubblicazione giallognola, un po’ spiegazzata. La aprì scorrendone le pagine con avidità. “Lo sapete che quel Mostro di Robespierre voleva sposarsi la figlia dell’Austriaca?”
“Non si finisce mai di imparare su chi avevamo al governo… Mi chiedo come abbiamo potuto.” Sogghignò la rossa.
“Ve l’ho detto io, che questi sono tutti uguali.” Protestò ancora la donna più energica. ”Pensate davvero che questi qua siano tutti dei buoni? Non è che son spuntati dalla terra come margherite, neh. E poi quelli di prima almeno i nostri mariti li avevano votati, per questa nuova assemblea conta solo il voto dei ricchi.”
“Bel capolavoro che avevamo votato, sì, sì.” Replicò l’altra.
“E questo, Marie” disse ancora la proprietaria del pamphlet all’amica più massiccia. “È quello che vorresti fare tu, eh? Guarda che ci aveva pensato qualcun altro!” Charlotte ebbe difficoltà a mettere a fuoco l’immagine: una caricatura di suo fratello, chi altri sarebbe potuto essere?- che azionava da solo la ghigliottina.
“Dammi un attimo, che voglio vedere bene.” Rispose la rossa, strappando il libercolo all’amica. ”Che dice di altro?”
”Che questo mostro voleva ammazzare pure sua sorella. Ma vi rendete conto?”
“Si sa che per i tiranni anche i legami di sangue non contano proprio nulla, è risaputo.” Nonostante i tentativi per controllarsi, Charlotte si coprì il volto fra le mani e cominciò a piangere.
“Ecco, guardate noi con le nostre chiacchiere…magari questa signora ha perso davvero qualcuno sulla ghigliottina.”
“Su, su, coraggio, madame, ora l’incubo è finito.” Guardate, il panettiere sta aprendo.”
“Ehi, voi! Non lo vedete che c’è una signora che sta male! Su fate passare questa donna!” Fu così che Charlotte si trovò sospinta in cima alla fila, le lacrime che ancora le rigavano le guance. Fu a malapena in grado di ordinare la sua forma e pagarla. Uscita dal negozio si precipitò a rotta di collo lontano da quel posto orribile. Cominciò a correre, non sapeva neppure lei dove volesse andare, sentiva solo le gambe che volevano trascinarla lontano. Si fermò quando si accorse di essere arrivata alla recinzione del Jardin du Luxembourg. Si aggrappò con tutta la sua forza alla cancellata, cercando di trattenere le urla e le lacrime, incurante della pioviggine che aveva cominciato a scendere. Perse la cognizione del tempo, mentre cercava di ricomporsi: non poteva tornare a casa in quelle condizioni, la piccola si sarebbe sicuramente spaventata!
Sobbalzò sentendo il rumore di una vettura fermarsi, ma era troppo stanca per fermarsi ancora. Una giovane donna, vestita all’ultima moda, scese in modo brusco dalla vettura, incurante della strada scivolosa.
“Charlotte!” le sorrise, ma lei proprio non ricordava di aver mai incontrato quella persona. “Charlotte, non mi riconosci? Sono io, Henriette!” le sorrise. Le ci volle ancora un po’ per convincersi del tutto che quella signora, vestita elegantemente e pure con un certo lusso, fosse davvero la ragazzina che non vedeva da più di un anno.
“Vieni dentro, piove.” Le sorrise nuovamente, invitandola a salire sulla carrozza. Fu sorpresa quando entrandovi il suo sguardo incrociò quello di un uomo vestito altrettanto distintamente. Prima che Charlotte avesse tempo di indovinare chi fosse, Henriette le annunciò:
“Charlotte, ti presento mio marito, François Carret.” Restò in silenzio, travolta. Henriette si era sposata? Perché lei non ne sapeva niente? E che ci faceva a Paris?
“François, questa è Charlotte Robespierre.” Henriette la introdusse con gentilezza.
“É un piacere incontrarvi, Madame.” Charlotte arrossì.
“Mademoiselle.” Lo corresse, evitando di guardarlo negli occhi.
“Se ci dici dove stavi andando, ti accompagniamo, così eviterai di bagnarti.” Charlotte guardò ancora incredula l’amica.
“Stavo…stavo tornando a casa. Abito in Rue de la Pitié, ma è una strada molto piccola e le carrozze non ci passano. Basterà arrivare in rue Lacépéde.”
“E sia.” François diede istruzioni al conducente e la vettura cominciò lentamente a muoversi.
“Siete arrivati da molto a Paris?” chiese, sempre tenendo la testa bassa, toccandosi nervosamente le dita.
“Meno di una settimana, Mademoiselle.”
“Purtroppo oggi siamo molto occupati, ma devi venire a cena da noi una di queste sere.” La invitò Henriette.
“Merci, Henriette.” Rispose, imbarazzata, preparandosi a scendere dalla carrozza.
Il tragitto era stato brevissimo, ma le era bastato per aumentare il suo malessere e la sua nausea. Perché era destinata a vedere la felicità soltanto riflessa sui volti degli altri? Aveva sempre pensato che lei ed Henriette fossero simili: entrambe donne di una famiglia numerosa, destinate fin da piccole a vivere della luce riflessa dei fratelli. Nessuna delle due era particolarmente bella, entrambe venivano prese in considerazione solo quando c’era bisogno di loro (in fondo Philippe non aveva fatto venire la sorella a Paris proprio perché aiutasse Babet?). Henriette si era cullata a lungo in un amore impossibile, entrambe avevano perso il loro punto di riferimento nella tragedia di Thermidor… eppure adesso lei era sposata e sorrideva felice, mentre lei era ingabbiata per sempre nella sua solitudine. Guardò il proprio riflesso in una larga pozzanghera: era vecchia. Quella era la differenza maggiore tra lei ed Henriette. E poi, certo, anche le loro famiglie erano ben diverse, i LeBas non si potevano dire ricchi, ma avevano qualcosa, a lei, invece, restava poco più di qualche vestito, un paio di libri ed i suoi oggetti da toilette. Sospirò, entrando nella porta di casa, maledicendo amaramente tutte le volte nelle quali aveva affermato, con sorriso sicuro, che a quella vita ormai ci aveva fatto abitudine.
“Ben tornata, Tatie.” Louise le sorrise, continuando a sistemare la legna nella stufa. Charlotte si tolse i guanti, il cappello e la mantellina bagnata, appoggiò il tutto meticolosamente sulla sedia più vicina alla stufa.
“Come ti senti, mon choux?”
“Un po’ strana, ma meglio di ieri.” Sorrise la ragazzina. “La pancia mi fa un po’ meno male.”
“Sono contenta. Vado a cambiarmi, sono fradicia.”
“Mi dispiace che tu sia uscita da sola, con questo tempo.” Charlotte si limitò a sorriderle e si rinchiuse in camera sbattendo la porta.

***

Non si era accorta di quanto tempo fosse passato, la testa le pulsava forte ed il cuscino era umido. Le ci volle un po’ per recuperare lucidità: si era così sfinita piangendo e ricordando da piombare in un sonno profondo. Si alzò con cautela: doveva essere già pomeriggio, fuori non c’era più luce.
“Tatie deve sentirsi male di nuovo.” Sentì dire Louise, dietro la porta. “É tornata e si è chiusa in camera, ho paura che si stia nuovamente ammalando.” Passi decisi verso la stanza. Due colpi alla porta.
“Charlotte, posso entrare?”
“No, aspetta.” Cercò una candela e un pezzo di lumiére; accese maldestramente il fiammifero, poi la candela e si guardò allo specchio: non si sarebbe mai fatta vedere in quelle condizioni da Mathieu. Riavviò con la spazzola i capelli in disordine, si affrettò a cospargersi il viso di cipria.
“Charlotte, tutto bene?”
“Arrivo subito!” Dannazione, non aveva tempo né acqua di camomilla già pronta per fare sgonfiare gli occhi…poteva solo sperare che Mathieu facesse finta di non accorgersene. Si sistemò la gonna spiegazzata -alla fine non si era neppure cambiata- e corse verso la porta.
“Ti senti poco bene?”
“Un po’ di mal di testa. Louise, dobbiamo cominciare a preparare la cena.”
“Ho già messo le verdure a cuocere, Tatie.” Rispose la ragazzina, rimestando nella pentola.
“Fammi un po’ vedere.” Mathieu la prese per un braccio. “Sono andato a ritirare la posta, c’era questa per te.” Disse mettendole in mano una lettera.

***

Quando Louise andò a letto, dopo cena, Charlotte e Mathieu si trovarono soli.
“Hai aperto la lettera?” le chiese Mathieu. “Sembrava gonfia.”
“Ho paura.” Rispose lei.
“Charlotte, di che dovresti avere paura? Hai il tuo certificato di civismo ormai da mesi, sei al sicuro.” Le sorrise bonario, Mathieu, sfiorandole la mano. Charlotte lacerò la busta.
“Sono assignats, quelli?” esclamò l’uomo. Charlotte allontanò da sé le banconote col dorso della mano. “Guffroy mi scrive che questa è l’ultima parte dello stipendio di Maximilien.” Il solo pronunciare quel nome le faceva venire la nausea: il cittadino Guffroy, ex membro del Comité de suretè géneral, era una frequentazione di vecchia data, una conoscenza portata da Arras. Anche Armand Guffroy era stato eletto alla Convention, come i suoi fratelli, ma nella sala si erano sempre trovati su schieramenti opposti: Armand era stato prima Girondino, poi Termidoriano. Lei sola di tutta la famiglia era stata risparmiata dall’odio del deputato, che, anzi, le aveva sempre riservato dell’amicizia.
“Y’a rin qui passe sans qui rapasse: Il tempo ripaga tutte le ingiustizie.” Commentò Mathieu, ridendo. Charlotte sospirò: se aveva aspettato più di un anno ad avere lo stipendio di Maximilien -e quello solo, come se non le avessero ammazzato anche l’altro fratello-, chissà se avrebbe visto giustizia fatta anche per i suoi morti, prima di morire ella stessa. ”Ha fatto bene a mandartelo” proseguì Mathieu, che aveva già provveduto a contare la somma “anche se non è molto…con quanto è sceso il valore dell’assignat. Ma potresti almeno comprarti della nuova biancheria con questi.”

“Non sono soldi miei. Non serve a coprire abbastanza di quanto ti devo per ospitarmi.” Mathieu lasciò andare uno sbuffo e senza risponderle, impilò nuovamente le carte e le posò accanto a Charlotte. Lei provava repulsione, le sembrava che con quello stipendio le si volesse pagare il prezzo del suo tradimento, delle confessioni firmate in carcere e delle quali non ricordava più neppure il contenuto.
“Sono un po’ preoccupato per Louise. In questi giorni mi è sembrata molto spenta, spero che non si stia ammalando.” Cambiò discorso, preoccupato.
“Non c’è niente di cui preoccuparsi, starà bene.” Lo rassicurò Charlotte, senza guardarlo in volto.
“A volte mi domando che ne sarà di lei. Forse sarebbe il caso che venisse con me in bottega.”
“Hai già due garzoni che ti aiutano, che fretta c’è di far lavorare la piccina? Non vorrai farla sposare ad un operaio! E poi ha appena tredici anni.” Si infervorò Charlotte. Insomma solo le donne di famiglie molto povere dovevano spezzarsi la schiena e farsi crescere i calli sulle mani. ”Piuttosto è bene che impari ad amministrare bene la casa e magari a fare qualche piccolo lavoro di cucito, di ricamo e di uncinetto. Alla sua età già facevo cose per me e per i miei fratelli da un pezzo. Ma a questo posso porre rimedio facilmente.”
“Credo che Louise abbia sentito molto la mancanza di una mamma accanto.” Le disse, come interrompendo il discorso a metà.

***

Era rimasta incantata a guardare Henriette servire a tavola con un’eleganza che non le ricordava. Sorridente, precisa, aveva servito la zuppa con grazia e adesso badava che i bicchieri fossero pieni, che lei non mancasse di nulla.
“Mi dispiace che la cena non sia ottima, non conosco ancora bene la cucina di Marianne.”
“Mia sorella è troppo modesta.” Affermò Nicolas, sistemandosi gli occhiali. “E prepara sempre dei manicaretti deliziosi.” Il fratello di Henriette, notò Charlotte, era decisamente invecchiato: in un anno aveva perso quell’aria da ragazzino che lo aveva sempre caratterizzato e la sua goffaggine, che le aveva sempre suscitato tenerezza, adesso era quasi sgradevole. In fondo l’eccezione di famiglia doveva essere Henriette, anche Philippe non aveva mai brillato per agilità. Nè, del resto, per bellezza.
“Ditemi, Monsieur Carret, quanto contate di rimanere a Paris?” chiese al padrone di casa. François era il tipo di uomo che trovava più congeniale, già nel portamento si distingueva la sobria eleganza dell’uomo di provincia: movimenti dignitosi, ma non affettati, una certa cura nel vestire, ma senza esagerazione. E poi le piaceva quel tono pacato e rassicurante che usava.
“I lavori della commissione sono cominciati proprio oggi, ci vorrà un po’ di tempo per riorganizzare la società di Medicina, decidere quali specializzazioni comprendere e per trovare i fondi, naturalmente. Adesso staremo a vedere quando la situazione politica sarà più stabile…anche se per la verità preferisco più occuparmi della parte scientifica. Si parla anche di una riorganizzazione della Faculté de Médicine, vorrei poter entrare a farne parte. Sono più adatto al lavoro che alla politica.” Rispose pacato, mentre le dita spezzavano il pane nella zuppa.
“Ed è un bene. Perché dovresti voler aver a che fare con un branco di assassini e di corrotti, cognato?” la battuta di Nicolas fece trasalire Charlotte: non si aspettava certo una simile uscita. Charlotte istintivamente abbassò gli occhi.
“Anche voi vi occupate di politica come mia moglie, Mademoiselle?”
“Non è mai stato il mio forte.” Rispose, continuando a fissare il cucchiaio nel piatto ormai vuoto.
“Una sera dovremmo ritrovarci tutti insieme, sarebbe bello.” Intervenne Henriette, e Charlotte non riuscì a dissimulare la propria apprensione per quel “tutti”: come aveva potuto scordare Henriette che non era una buona idea mettere lei ed Éléonore nella stessa stanza?
“Quando avremo trovato una casa conveniente, potrai intrattenere tutti gli ospiti che vorrai.” Charlotte notò il tono accondiscendente e quasi dolce di François: non c’era dubbio, i due erano proprio una bella coppia.

Note:
Da questo aggiornamento Nocturnales ha una cover! Tutto merito di Butterphil :). E come sempre, grazie mille a tutti quelli che hanno la pazienza di seguire la storia, nonostante gli aggiornamente lenti….ed a proposito, questo sarà l’ultimo aggiornamento prima delle mie meritate ferie: il che vuol dire che i prossimi aggiornamenti saranno più veloci!

“Y’a rin qui passe sans qui rapasse”: proverbio chti (il dialetto del Pas-de-Calais/Artois), letteralmente “non ce niente che passi senza che ripassi”, inteso nel senso, appunto, che il tempo cura ogni ingiustizia

[Regalo] Il bacio di una perduta estate

A mia moglie, il mio `posto sicuro’.

Il bacio di una perduta estate.

 

Settembre 1792

 

“Cornélie, ti andrebbe di fare una passeggiata?” le sorrido evitando di guardarla negli occhi: sapevo che entrambi saremmo arrossiti.

“Come preferite, Maximilien.” mi risponde, chinando lo sguardo a terra. Intuisco che è pronta ad alzarsi dalla coperta, eppure non rimane ferma.

“Dammi del tu, Cornélie.” forse non avrei dovuto correggerla, ma quella sua cortesia mi rendeva ancora più difficile avvicinarla. Cornelia, mai soprannome fu più azzeccato: marmorea e bella come una statua romana.

“Maurice, non ti dispiace se ci allontaniamo per fare due passi, spero.” non c’é un motivo per il quale suo padre mi avrebbe potuto negare quel piccolo favore, certo avrei preferito che sua moglie non avesse sorriso con quella malizia. Marie non è una donna pettegola, ma a volte pecca nel far troppo trasparire le proprie emozioni. O forse semplicemente le donne sono quasi tutte a questo modo ed io non le conosco abbastanza bene. Cornélie é diversa, cerca sempre di nascondere quello che pensa o quello che prova, sul suo viso le emozioni vanno cercate tra gli occhi color corteccia e i capelli neri.

“Ma certo, andate pure.”mi dice Maurice e lui sì che mi guarda negli occhi, da uomo a uomo. Da padre che mi affida sua figlia.

“Posso sempre aiutare io maman a rimettere a posto le cose.” aggiunge Babet, come se ce ne fosse veramente bisogno. Non ci vuole molto a ripiegare una coperta e riporre gli avanzi del pranzo nel cestino. Mi alzo per primo, desiderando fortemente uno specchio per sapere se la mia immagine corrisponda ancora a quella quasi passibile che ho visto questa mattina l’ultima volta che mi sono guardato: non vorrei che lei mi trovasse trascurato o peggio ancora, imperfetto. L’immagine é un demone vuoto, ma purtroppo le persone ti giudicano con gli occhi prima di tutto, anche se probabilmente le faccio un torto giudicandola così comune. Le tendo meccanicamente la mano per aiutarla ad alzarsi, ma lei, distratta da chissà cosa, punta le mani a terra e si alza con troppa energia. Sul volto bianco é comparso un tenue rossore di pesca. Le offro il braccio, aprendo il palmo della mano per invitarla a non rifiutare.

Per minuti camminiamo in silenzio per il sentiero che costeggia i campi, mi sembra ancora così strano poter scappare dall’odore stantio e marcio della città per tornare alla campagna, respirare il profumo dell’erba e riposare alla vista del verde. So che non sarà possibile per lungo tempo dopo questa giornata: fra pochi giorni si riunirà la nuova Convenzione Nazionale e non potrò più scappare dal lavoro. Il futuro della Francia, di questa neonata Repubblica dipende soltanto da noi e dalle nostre energie.

Cornélie rispetta i miei silenzi, cammina affianco a me senza lamentarsi per la velocità dei miei passi o per la gonna che s’impolvera. A dir la verità non l’ho mai sentita lamentarsi di niente.

“Ti piace la campagna, Cornélie?” le chiedo, sentendomi in colpa di non aver ancora intavolato una conversazione.

“Mi piace molto, Maximilien. Per molto tempo ho invidiato mia sorella che vive in campagna con suo marito.” mi dice, sempre sfuggendo al mio sguardo.

“Perché adesso non la invidi più?” le chiedo e avrei voglia di accarezzarle i lunghi capelli, ma probabilmente la spaventerei.

“Parigi é il posto dove essere se si vuol vedere il futuro cambiare. Se si vuole fare il proprio dovere nel creare una nuova Francia.” É per questo che Cornélie é così speciale, ogni altra donna mi avrebbe parlato dei negozi e dei teatri, lei invece parla di politica con lo stesso patriottismo di un uomo.

“La campagna è il posto della calma e del silenzio, in città non c’é spazio per rientrare in contatto con la Natura. Quando la Rivoluzione sarà finita, sogno di ritirarmi in campagna a scrivere e allevare animali.”

“Brount ne sarà felice.” commenta lei, guardando il mio danese correre davanti a noi felice. “Ma spero che quel giorno arrivi il più tardi possibile perché spezzerai il cuore a tutti noi.”

“Magari quel giorno sarai sposata.” le dico, cercando di tagliare corto. Per quanto sappia parlare, non ho mai trovato le parole giuste per parlare ad una donna e fino ad ora non mi sono mai sforzato di trovarle.

“So già che io non mi sposerò mai. La prossima sarà mia sorella Babet o forse Victoire, loro si innamoreranno di un bravo uomo che darà loro dei figli e la vita che desiderano.”

“Mai é una parola impegnativa per una giovane donna.” la provoco, perché é un peccato che si sia già arresa, ma, d’altronde non sarebbe da lei cercare di sedurmi con le arti femminili che probabilmente neppure conosce.

Cornélie lascia il mio braccio e si incammina nell’erba ed io resto incantato a guardare la sua gonna chiara macchiarsi d’erba mentre si china a raccogliere papaveri e rose selvatiche.

“Non trovi che abbiano colori stupendi?” mi chiede, finalmente intercettando il mio sguardo. Vorrei potermi togliere gli occhiali perché i nostri occhi si potessero liberamente scambiare emozioni, ma le restituirei solo un’espressione dolorosamente confusa. E se me li togliessi, non potrei più ammirarla mentre seleziona con le sue dita delicate solo i fiori più belli.

I suoi movimenti precisi sono ipnotici. Cornélie rende ogni cosa pulita e calma, rassicurante come una pagina di un libro letto infinite volte, ma che non riesce a stancarti. Ha in lei la schiettezza del popolo, ma senza alcuna volgarità: sembra uscita dalla sensibilità di Rousseau. Mi avvicino a lei, per osservare meglio la sua espressione serena e concentrata.

“Ne raccoglierò un bel mazzo, così potremo metterlo in camera tua.” dice, chinandosi per l’ennesima volta.

“Quando abiteremo in campagna potrai farlo ogni volta che vorrai.” le sorrido, ma lei non si volta, come se le mie parole fossero finite nel vuoto. Finalmente si alza e si volta verso di me, mostrando nel palmo della mano un’orchidea selvatica.

“É un fiore raro.” sorride imbarazzata, come se avesse voluto dire qualcosa che le è rimasto sulle labbra. Per scoprire che sapore avessero quelle parole nascoste, mi avvicino a lei e la bacio.

Finalmente ho trovato il luogo dove spegnere i pensieri, tra le sue braccia che mi impediscono di allontanarmi.

“Anche per sempre è una parola troppo impegnativa per una giovane donna?” scherza lei.

“Penso che tu sarai all’altezza del compito, se lo vorrai.” Cornélie si stringe nuovamente al mio braccio.

“Io ci sarò sempre, a Parigi o in campagna. È un giuramento.” Ed il suo viso è serio, splendido e forte: so che lei sarà davvero soltanto e sempre mia. Questa promessa di eternità mette di nuovo in moto il mio pensiero: saprò davvero garantirle il quieto futuro che merita? La Rivoluzione è consumante ed imprevedibile, potrei anche morire fra pochi mesi in mezzo ad un’insurrezione popolare o per mano del nemico. Che ne sarebbe di lei se io dovessi morire?

“Vieni, bello.” la sua voce mi sorprende di nuovo, non avevo neppure notato che si fosse allontanata da me per richiamare Brount.

“Perdonami.” Sussurro, vergognandomi della mia stessa distrazione. Cornélie torna da me, il cane che adesso la segue scodinzolando felice: si è innamorato di lei prima di me. O forse è stato meno lento ad accorgersene. Lei mi guarda per un istante prima di baciarmi una guancia.

“Sarò il tuo posto sicuro, qualsiasi cosa accada.” mi sussurra, prendendomi di nuovo a braccetto. Così ci incamminiamo di nuovo indietro, il cane che corre davanti a noi, il mazzo di fiori stretto nella mano di lei e una promessa che lega i nostri cuori per il futuro.

Anche il cielo è cambiato: è diventato più scuro.

 

 

4-02-2012: Buon compleanno, Amore mio.

 

E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

 

L’ami du citoyen, Lion, le 21 Janvier 1793

Cittadini gloriosi, si è aperta l’era del nostro trionfo: il Convenzione di Parigi ha stroncato le nostre catene. La liberazione dalla tirannide è vicina. L’inizio di questo anno prospero per la nostra Repubblica si annuncia all’insegna della libertà e della virtù.

L’estate passata le sezioni parigine avevano chiesto l’abbattimento della monarchia, prendendo nuovamente le armi per rovesciare il despota. La Controrivoluzione affilava le sue armi, ma le forze rivoluzionarie fermarono il gesto liberticida del Traditore La Fayette. Infine la Convenzione Nazionale il 22 settembre, giorno di gloria per tutti i francesi, dichiarò decaduta la monarchia e sancì l’inizio della nostra sacra Repubblica, una e indivisibile. Mentre i nostri eserciti valorosi, confortati dal nuovo lume della nostra patria, vincevano su tutti i fronti, alla Convenzione si discuteva un’ardua e importantissima questione: che fare dell’antico tiranno Luigi Capeto e della sua stirpe? Privata del suo potere, essa costituisce ancora un pericolo per la salute della nostra patria?

Apprendiamolo, lettori, direttamente dalle parole di un deputato giacobino alla Convenzione, il cittadino Saint- Just:

Cittadini qui riuniti, voi tutti, vi prego, attenzione. Forse il mio discorso vi sembrerà cinico, forse spietato, ma solo una razionale analisi potrà portare ad una deliberazione equa e giusta. E dunque noi siamo qui riuniti per giudicare quest’uomo, badate bene, non un uomo qualsiasi, ma un re, Saremo noi a giudicare, cittadini, noi che abbiamo combattuto e lottiamo per riconquistare la nostra libertà, quel sommo bene che anni di soprusi ci avevano strappato.

Ebbene di quest’uomo, un uomo tanto abbietto da impedire al popolo di riunirsi nella legittima Assemblea Nazionale, un uomo così vile da far attaccare i propri sudditi, unica fonte della sua sovranità, di quest’uomo siamo chiamati a decidere il destino. E in gioco non vi è soltanto la sua vita, ma la nostra patria; solo a noi spetta decidere in quale forma di Stato riporre la nostra fiducia, quale sia la forma di governo più adatta alla luce dei nostri sacri principi: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità.

Sulla natura di questi, certo, non mi starò a dilungare, dato che voi, cittadini consapevoli, li avete da tempo compresi e ammirati e nel loro nome avete versato sudore, lacrime e sangue.

Non riepilogherò i fatti avvenuti in questi gloriosi anni, perché voi, cittadini, ben li conoscete, ne siete gli eroi. Ma piuttosto vorrei farvi immaginare come procederebbe il mio discorso se il Cesare criminale avesse esercitato fino in fondo la sua tirannia, impedendoci di riunirci negli Etats Generaux. Proseguirei più o meno così:

“Cittadini, riepiloghiamo in breve i gloriosi momenti del nostro trionfo.

Ricorderemo tutti quanto meschino sia stato il regno di questo uomo e dei suoi predecessori e come questa condotta abbia gettato la Francia nella miseria, in preda alle ruberie e a i soprusi, senza curarsi di come il popolo moriva di fame.

Quando infine non solo la voce del popolo e del Terzo tutto, ma quella della Francia si levò a reclamare la convocazione degli Etats Generaux, egli negò, reprimendo nel sangue ogni accenno di protesta.

Che cosa rimaneva da fare per riacquisire i naturali diritti? Esercitare il diritto sovrano, recidere quel contratto anticamente stipulato. E se le vie giuridiche ci erano state tutte precluse, restava un’unica strada: la rivoluzione. Fu così che prendemmo le armi, cittadini gloriosi, e, come gli antichi popoli si ribellarono ai tiranni, così noi facemmo contro la bestia infame. Per il nostro ardore e il nostro coraggio in quel giorno Parigi fu nostra e il nostro traditore si vide abbandonato dai suoi stessi protettori.. Penso a loro, ai nobili soldati che scelsero la giustizia e si ersero a difensori del popolo e insieme ad alcuni valenti concittadini formarono la nostra Guarde Nationale.

La nostra Rivoluzione non era che agli inizi, ma i nostri cuori impavidi non si arrestarono e marciarono su Versailles: era l’alba di un nuovo giorno per la Francia. Dopo cinquanta anni il re tornava a Parigi, là, da dove era fuggito, il popolo lo riportava, non in trionfo, certo. Occorreva ricostruire le istituzioni indebolite e distrutte, i nostri ideali e i nostri cuori volevano illuminare l’intera nazione. Qualcosa, di certo, stava già cambiando, ma molto doveva ancora cambiare.

Ben presto tutti i Francesi furono presi dallo spirito di libertà e la Rivoluzione divampò in ogni angolo della Francia. Era il trionfo.

Ben presto, però, la reazione insorse. Dovevamo combattere i nemici della terra di libertà. Non ci fu tempo , allora, di interrogarci su quale fosse il miglior governo, era ormai tempo di azione. Poiché l’anarchia, per quanto preludio di libertà, è anche fonte di debolezza, dovemmo sconfiggerla. Forse il modo sarà stato drastico, ma certo efficace e di questo, d’altronde, abbiamo già reso conto ai cittadini di Francia. Venne nominato dalla volontà popolare un Comitato che ben governasse per gettare le solide fondamenta della nostra Repubblica, un comitato per la salute della patria.

Fu così che, grazie a tempestive decisioni e all’audacia strenua dei cittadini chiamati alle armi, riuscimmo a difendere la libertà contro i nemici interni ed esterni. E come sempre, difendere la libertà, cittadini, implica versare molto sangue, beati coloro che nell’Età dell’Oro poterono pagare a poco prezzo, pur molto stimandola! E se ancora questo stato temporaneo di cose si protrae, non date ascolto ai detrattori della Rivoluzione, che dietro finte promesse di una rapida pace, celano l’inganno della controrivoluzione e del ritorno alla monarchia! Ed è proprio per dimostrare che ormai ci stiamo avviando verso la virtuosa strada della Repubblica e dell’uguaglianza che siamo qui riuniti per decidere la fortuna di un re.”

I fatti non si sono svolti cosi. Adesso non mi accusino i nostri delatori, nemici della patria rivoluzionaria, di compiere una pura opera di fantasia, infatti, come abbiamo scoperto, il tiranno, se avesse avuto abbastanza potere, avrebbe negato la convocazione degli Etats Generaux. Chi garantisce che questo tiranno infame, fatta salva la vita, non provi a distruggere l’opera virtuosa delle nostre forze? Nessuno.

E allora vi chiedo, cittadini, anche alla luce di ciò che vi ho prospettato, assolverlo o condannarlo? Assolverlo, facendo sì che ritorni in Francia anche la sua accolita di vili cospiratori, fuggiti all’estero e venduti allo straniero, servendogli armi, mezzi e uomini contro la patria? Non vi fate ingannare dalle misere promesse di un uomo che appare inerme e bonario, ma che in realtà è infido e traditore. Non fidatevi di un uomo che si dispera chiedendo cosa sarà dei suoi figli, se egli verrà condannato, ora che sua moglie è quasi sul letto di morte? Infatti, grazie al Comitato, essi verranno curati e allevati, non come figli di re, ma come figli di Francia, la madre più generosa e virtuosa a cui il popolo poteva affidarli.

Io dico piuttosto, cittadini di Francia, che noi tutti dobbiamo riflettere: mantenere in vita un re, anche se i suoi poteri sono stati delegittimati, un re che continuerebbe ad essere riconosciuto da molti non sarebbe dunque minare le fondamenta dell’uguaglianza e perciò della nostra Repubblica? E se ancora sopravvivesse in noi qualche indecisione sulla sorte di quest’uomo, la quale ci derivi dal ricordo del nostro passato e dall’amore per la storia patria (cosa poi del tutto improbabile poiché l’uomo rivoluzionario guarda sempre al proprio futuro di libertà), cittadini, riflettete: Ragione ci dice che non dobbiamo processare quest’uomo in quanto re, ma un re. Il re va processato non per le colpe della sua amministrazione, ma per il fatto di essere stato re. Non si può regnare senza colpa. Ogni re è un ribelle e un usurpatore e perciò io dico che l’unica soluzione è condannarlo.

Louis Antoine Léon de Saint-Just

2002 – scritto per il concorso del Ministero della Pubblica Istruzione “What if…?”

Ce n’est pas possible


Ce n’est pas possible.

Stai sudando. Il buio della tua stanza è diventato oppressivo. O forse è colpa del caldo, delle coperte. Sudore, lacrime, sospiri e affanni. Oh non tuoi, di un sogno. Uno strano sogno. Entro nella tua testa. Là dentro il buio di un sogno nefasto.

L’atrio è buio, odore di cera e candele. Le mani tremano stringendo il bicchiere. La livrea nera risplende traslucida.

-Non dovrebbe essere difficile.- ti dici, senza riconoscerti.

-Tu lo devi fare e ce la farai.- E’ un angelo quello che sta parlando. Un angelo biondo. Via, su, siamo più razionali, gli angeli non esistono. Non per te, che forse non credi fino in fondo neanche a Dio. E’ una donna, no, un uomo, no un essere. Un’entità sconosciuta i cui occhi brillano come lugubri diamanti. C’è un elemento di disturbo, un quid indefinito, in quei due pozzi profondi. Come un lago dalle acque troppo limpide, non pensi mai di poterci annegare. Non credi mai di poterti perdere. Non credi che sia al di sopra delle tue possibilità. La creatura ha una voce che stona. Acuta e profonda allo stesso tempo. Ambigua, come un sogno. Così come ti immagini la voce di Narciso.

-Sei proprio sicuro che eliminando la regina elimineremo anche il re?-

-E’ come un gioco di scacchi.- parla sommessa la “cosa”- Se la regina viene mangiata, è scacco matto.-

-Non è matematicamente certo.- obbietti, freddo, matematico e razionale come sempre.

-E’ più che probabile. Non hanno più pedoni candidi.-

-A volte non ti capisco.-

-Non devi capirmi.- con le mani bianche e sottili versi il contenuto di una fiala nel bicchiere. – Di’ che lo manda il dott. Larsonne.(#)- Il liquido chiaro sembra acqua.

-Io.. non sono tanto convinto.-

-Sai anche tu che non è piacevole uccidere la gente. Però è necessario.-

-Per la Repubblica- aggiungi, incredulo.

-Per i francesi.- precisa l’essere. – E poi ricorda che sono loro la causa del malessere francese.- Alla luce vivida dell’unica candela, si materializza per un attimo la figura, che col gioco delle ombre rivela una natura inquietante, angelica e diabolica allo stesso tempo. Inafferrabile, come i capelli biondi che si intravedono. Le trame disegnate emanano un’algida sensualità.

-Per fortuna non ci sono ancora eredi.- rifletti

-L’ Autrichienne forse è abile in politica, ma non come moglie..-ride.

-Eppure sembra una figura così amabile.-

-E’ proprio l’apparire che inganna. Quanti nobili sono belli d’aspetto, ma non d’anima?- Assentisci.

-Tranquillo, quando la regina morirà La Fayette e d’Orléans faranno il resto.-

A volte mi sembra tutto assurdo.-

-Gli ideali non vanno spiegati, bisogna solo perseguirli.-

-Hai ragione.- Fai per andartene, poi ti volti per un istante.

-Ma tu chi sei?- chiedi allo spettro. Ride.-Come ti chiami?- insisti.

-Lo sai. O forse l’hai saputo. Saprai.- il viso pallido si fa quasi evanescente. Il collo bianco si insanguina. Gocce di sangue incorporeo si rivesrano sul pavimento e si disperdono. Il sangue ti avvolge, ti porta le lacrime. Ti sembra di soffocare.. Il bicchiere si rompe tra le tue mani. Le dita si graffiano e si macchiano. Sembrano quasi macchie d’inchiostro.

-Il re è morto, la regina è morta. Sono morti tutti..- ti ripeti nel vuoto, come una litania, gli occhi sbarrati.

-Ma la Francia vive..vive.- ripeti.

Le luci dell’alba ti svegliano. Apri gli occhi, ancora disturbato, ma non sconvolto, dall’incubo. Ti guardi cautamente intorno, vedi la tua stanza, le tue cose, il tuo corpo. Nessuno spirito a disturbarti. Ti guardi istintivamente le mani: sono macchiate di inchiostro nero. Finalmente ricordi, hai corretto fino a tardi, alla luce fioca di una sola candela, quel discorso. Quanta agitazione per un discorso. Il discorso che tu, valente studente del Louis Le Grand, tu provinciale in cerca di fortuna, tu giovane ventenne, pronuncerai di fronte al nuovo re (@).

-Se fosse stato un sogno premonitore?- ti chiedi- Di quelli che le zingare e i ciarlatani interpretano?- sorridi macabramente.-Ce n’est pas possible.- ti dici.

# Il medico ufficiale della f.glia reale sotto Louis XVI

@Nella primavera del 1774 Robespierre pronunciò un discorso di elogia di fronte a Louis XVI (appena salito al trono), in rappresentanza del liceo Louis Le Grand.

 

2004

La Leggenda del terrore

La Leggenda del Terrore

 

-Vi ho detto che lo sposerò padre.- disse con impeto violento ed irrispettoso, come mai avevi fatto, alzando gli occhi furenti fino a incrociare lo sguardo paterno.

-Lo sposerai? Come puoi volerlo sposare, un giornalista da due soldi, un avvocato balbuziente, un poetastro perdigiorno che passa le sue giornate nel cortile del Palais-Royal ?-la voce era concitata, arrabbiata, forse delusa.

-Lo amo, padre.-

-Come puoi permetterti di amarlo? Se ora lo ami, prima o poi ti passerà, ma non sarà mai tuo marito.-

-Invece io ho deciso così.-

-Lucile! Abbi rispetto per tuo padre.-

-Voi non avete rispetto per me.- E così lasciasti la tua casa, la tua famiglia per venire in quelle due stanzucce spoglie, in cima a scale sempre umide, ad abbracciarmi piena di gioia e ripetermi parole d’amore che già da tempo leggevo nei tuoi occhi adoranti. Vedevi in me un uomo grande, meraviglioso, dotato, dalla “bella penna”, anche se con la lingua tartagliante. Ridevi di me con quel volto grazioso e femminile. Terribilmente bella. Colta e intelligente, leggevi le mie fatiche. Vi facevi magari qualche appunto, anche pedante, ma poi le lodavi colma d’amore.

Tu, tu mi spronavi a scrivere nei giorni più neri, quando il coraggio e la voglia venivano meno di fronte ai fallimenti, tu mi ripetevi che non potevo, ma dovevo gridare al mondo le mie idee.. le nostre idee.

Mia dolcissima Lucile, luce dei miei occhi, impagabili sono sempre stati i tuoi abbracci calorosi e anche il tuo coraggio nel restarmi sempre accanto.

E per me sei esistita solo tu Lucile, da quando ti ho incontrata, solo te ho avuto davanti a questi occhi, che presto diverranno ciechi. E poi il nostro piccolo Horace, Horace dal nome altisonante, che ha rallegrato la nostra vita. Abbi cura di lui, so che lo farai nel migliore dei modi.

E allora perdonatemi, perdonatemi per non aver protetto a sufficienza la nostra felicità, questo dolce nido d’amore.

Je vois ancore Lucile! Je la vois, ma bien-amée, ma Lucile ! [@]

« Ho ancora davanti agli occhi Lucile ! » hai detto prima di morire, dolce amore mio. Amore e morte, due parole assonanti. La morte ti ha separato dal nostro amore, oggi io non ho paura della morte perché ci sarai tu, amore mio. Senza rimpianti ho abbandonato casa, famiglia, patrimonio, per distendermi la notte tra le tue braccia e respirare il tuo profumo di uomo. Affascinata da te, dalla tua vita di avvocato dei poveri, oratore balbuziente, l’arringatore delle folle al Palais Royal. “Aux armes, citoyens”#, quelle armi ti hanno giustiziato. Ti ha giustiziato la paura dei “tuoi” citoyens. E sono sicura che tu, nel profondo dell’anima, li abbia già perdonati. Io no, io porto rancore, non a tutti, ma a chi ci ha voluti morti.

Lascio il nostro piccolo Horace in buone mani, più di quanto una madre disperata avrebbe potuto fare. Il nostro Horace, spero che abbia un futuro migliore e sereno.

Ma voglio dedicare i miei ultimi pensieri non a loro, ma a noi due. Tra poco saremo di nuovo insieme, amore mio, salirò altre umide e ripide scale affinchè tu mi accolga tra le mie braccia. E a quel punto non ci saranno i tuoi articoli né la politica a mangiarci il tempo, ci saremo solo noi, stelle gemelle lucenti nello stesso spazio del cielo.

Camille Desmoulins fu ghigliottinato il 5 germinale 1794. Lucile Desmoulins fu ghigliottinata il 23 giugno 1794 per aver protestato con Robespierre per l’esecuzione del marito.

@ brano estratto dall’ultima lettera di Camille Desmoulins

# motto comune della Rivoluzione, attribuito per la prima volta all’arringa di Desmoulins al Palais-Royal il 13 luglio 1789.

 

2007