Recensioni per libri vecchi e nuovi

Un taccuino rilegato in pelle aperto al centro con una penna in mezzo
Cosa c’è di meglio di un taccuino e una penna?

 

 

Sono rientrata alla base dopo le ferie, dopo aver cercato di fare il pieno di energie.

Quest’anno arrivare alle tanto agognate vacanze è stato particolarmente duro, vuoi per la mole di lavoro a scuola con la sorpresa di essere commissario esterno per la prima volta e per perdite molto dolorose nella mia vita personale che solo adesso sto cominciando timidamente a metabolizzare. Sono stata in viaggio con la Piccina e la mia migliore amica e poi ho trascorso lente lunghe giornate al mare a editare e scrivere per vari progetti, ma sopratutto a leggere come non facevo da anni, un libro ogni due giorni.

Ho pensato a lungo se tenere o meno questo blog perché con l’impegno sempre crescente di Pasionaria.it e delle mie storie, il tempo non basta praticamente mai. Dopo infiniti tentennamenti ho deciso di rinnovare il dominio, perché mi piace l’idea di continuare a scrivere saltuariamente i miei piccoli raccontini quotidiani de La Vita lesbica (a proposito, prestissimo leggerete la Paris edition) e soprattutto perché ho bisogno di un angolo tutto mio dove parlare delle mie passioni e delle mie ricerche. E poi mi manca recensire i libri come facevo su Macchiato Inchiostro, perché quello che faccio con il Pasionaria Book Club è un altro tipo di esperienza.

Non sono sicura se riuscirò a mantenere una regolarità nella pubblicazione, ma il mio piano di battaglia è quello di cominciare a scrivere delle brevi recensioni (più delle impressioni di lettura) dei libri che ho usato per i miei progetti e in generale dei libri degli argomenti che mi interessano di più, insomma tutto quello che riguarda il femminismo e tutto ciò che leggo di argomento storico (in particolare sulla mia amata Rivoluzione Francese). E ovviamente quanto mi capito per le mani che coniughi le mie due passioni. E la vera sfida non sarà tanto scrivere dei saggi, ma scrivere dei romanzi, cercando di tenere a freno (per quanto sia possibile) il mio io “accademico” (pesante e precisino) che al terzo svarione comincia a inveire contro il malcapitato scrittore o la malcapitata scrittrice.

 

Ancora due recensioni ovvero alcune letture estive

Quest’estate sono riuscita, per la prima volta dopo anni, a leggere praticamente tutti i libri che volevo (sei durante il solo Agosto). Alcuni mi sono piaciuti molto e li ho recensiti.

Oggi, per esempio, mi trovate di là, al bar. Stavo cianciando di La vita in tempo di pace, uno dei finalisti del premio Strega di quest’anno e senz’altro un libro interessante:

“Oggi vi presento uno dei libri della cinquina del premio Strega di quest’anno: è La vita in tempo di pace di Francesco Pecoraro. Il libro racconta la storia dell’ingegner Ivo Brandani, una figura grigia che ricorda un po’ l’inetto sveviano, ‘vissuto sempre in tempo di pace’, cioè nato dopo la fine del secondo conflitto mondiale. La sua storia ordinaria è il pretesto, almeno questa pareva essere l’intenzione dell’autore, per raccontare l’evoluzione dell’Italia dal dopoguerra a oggi.” [continua qui]

Invece qualche giorno fa ho pubblicato la recensione di Il caso Eduard Einstein, un’altra piacevole lettura:

“Provavo molta curiosità per questo libro, finalista del prestigioso premio Goncourt in Francia. Mi aspettavo un libro nello stile di quelli spesso premiati dal prestigioso riconoscimento, con una prosa ricca, che a tratti sfiora la prosa d’arte. Ecco, comincio subito col dirvi che Il caso Eduard Einstein è tutto l’opposto, un libro dalla prosa semplice e diretta, quasi cinematografica, che vola via velocemente tra le pagine.” [continua qui]

Adesso sto finendo di leggere Chiara d’Assisi. Elogio della disobbedienza, di Dacia Maraini, che stava nella mia lista da un po’. Voi invece cosa state leggendo?

Addio a Roma…

…e To Each His Own Dolce Vita.

Oggi mi trovate in trasferta su Macchiato Inchiostro con una recensione doppia.

Oggi voglio accostare due libri molto diversi, ma che hanno per oggetto lo stesso periodo e la stessa città (o forse dovrei dire la stessa protagonista), Roma nel momento in cui era frizzante capitale della cultura internazionale, nel periodo, cioè tra l’inizio degli anni Cinquanta e il 1975.

I due libri sono il romanzo-saggio di Sandra Petrignani, Addio a Roma, e il memoir autobiografico e di costume To each his own Dolce Vita di John Francis Lane.

Continua su Macchiato Inchiostro

Di robe sparse un po’ di qua, un po’ di là

…e anche su e giù, che non si offendano.

Il blog è un po’ fermo, ma non perché stia dormendo.

Sto scrivendo molto. Partecipo a Io Scrittore, zero chance, ma un bel bagno di (ir)realtà, che fa bene (sicuramente alla mia autostima, comunque vada). Quest’anno ho deciso di mandare l’altro romanzo al Neri Pozza. Giuro. Lo faccio. Davvero. Lo so, ho detto la stessa cosa l’anno scorso, ma quest’anno la Piccina non me la farà passare liscia se non invio. Poi c’è Nocturnales, che si sta avviando alla conclusione, adesso che ho tutti i documenti storici che mi servivano (si è sentito il respiro di sollievo? era parecchio forte).

Ci sono le poesie, che vanno, vengono, ritornano, da breve non-morte. Che ci posso fare, la grafomania è una brutta bestia (poi ci sono pure le amiche che ti incoraggiano, non sapendo di fare danni).

E poi gli interventi di critica letteraria, con amici (progetti segreti, anzi segretissimi!), al bar (oggi vi offriamo un’Hannah Arendt che non vi potete perdere, che aspettate?) e sui vascelli pirata con le branchie.

Sì, ho detto proprio vascello pirata con le branchie. Quello di Pesce Pirata, un’associazione culturale con l’ahr. Quindi se non mi vedete qui, né la bancone di Macchiato Inchiostro a tormentare l’Acrimoniosa Barista e la Volpe, mi potete trovare lì, in sezione recensioni. Pare che mi abbiano dato licenza di uccidere  coordinare.

 

[Recensione] Nerolio: per uccidere i padri prima bisogna esserne all’altezza .

Titolo: Nerolio. Sputerò su mio padre

Regia: Aurelio Grimaldi

Anno: 1996

Giudizio complessivo: 4/10

Recensione

Ero curiosa di vederlo da un po’ di tempo, dopo aver apprezzato “Un mondo d’amore”, soprattutto per la splendida fotografia.

Un film che prometteva irriverenza, scandalo e ‘parricidio’, finisce per rimanere soprattutto nelle intenzioni del regista e di sfiorare (a volte finendoci fino al ginocchio) nel character assassination da rotocalco scandalistico (quindi piuttosto noioso). Il film si divide in tre sequenze, due corte e una più lunga, dove il comune denominatore è dimostrare la consumata abiezione del Poeta protagonista attraverso la sua ossessione per i corpi maschili. Fin qui lo spunto, ancorché poco originale, poteva dar vita a esperimenti interessanti, ma pecca di meccanicismo e di scontatezza: i personaggi si muovono come automi di cartone tanto da risultare ben poco credibili.

La prima sequenza, ambientata a Siracusa (le vicende del film alludono a fatti reali della biografia e della produzione pasoliniana), inscena, con scarsa fantasia, l’Appunto 55 (Pratone della Casilina) di Petrolio come un evento vissuto dal Poeta protagonista, in un’interpretazione piuttosto scontata e alla lunga un po’ vuota: più che la degradazione o la tristezza del personaggio, la cui reazione non è molto scavata, è molto difficile per lo spettatore rimanere concentrato e non divagare, sapendo già cosa succederà dopo. Più sbadigli che irritazione, insomma.

La lunga sequenza centrale è dedicata al rapporto del Poeta con un ambizioso e scaltro esordiente (forse l’unico personaggio che suscita interesse, pur con derive un po’ cliché), disposto a tutto (pur con qualche piccolo scrupolo perché, poverino, andare a uomini gli fa schifo), pur di pubblicare la propria opera, ‘che forse un giorno potrebbe vincere lo Strega’ (piuttosto che facili profezie postume, si legge una critica contro tutti i ‘pasoliniani’ della narrativa; critica che sarebbe stata più apprezzabile il personaggio avesse strizzato più l’occhio al regista stesso). Intersecata con la corruzione del Poeta e una blanda denuncia del sistema marchettistico-editoriale, il tema del genio che ha fatto il suo tempo e non ha più nulla da dire, ridotto soltanto a fenomeno mediatico (lo spettatore è lasciato con un senso di vuoto: niente è mostrato di questa passata ‘grandezza’, il protagonista è ritratto per tutto il film come un mediocre e non bastano i sommari bio-bibliografici sotto forma di sfogo di rabbia del giovane esordiente per darcene un assaggio).

La sequenza finale, l’omicidio del Poeta a causa di una lite con un prostituto, avrebbe potuto centrare l’intento di scandalizzare il pubblico e spingerlo a riflettere, ma ha due problemi principali: il primo è che l’episodio è così poco curato e monocorde da sembrare una recita dentro la recita: non è una narrazione coinvolgente, né documentaristica.

Altri due punti del film generano particolare perplessità: il rapporto del protagonista con la madre anziana e malata e gli spezzoni di finti documentari.

Il primo tema poteva prestarsi a interessanti interpretazioni, ma è declinato molto a senso unico: il Poeta che finge affetto per una madre malata, un po’ assente e molto pressante, anche qui l’ennesima occasione sprecata del film. Gli spezzoni di documentario, che vorrebbero dare una parvenza realistica alle vicende narrate, risultano involontariamente comici per la loro caricatura e hanno accenti che fanno pensare ad altre personalità (la lunga dissertazione sull’omosessualità ha toni che ricordano più Mieli che Pasolini).

Non capisco come il regista pensasse di creare un’opera scandalosa o che ponesse in luce aspetti controversi di Pasolini (per altro mi suscita sempre molti dubbi il denigrare un autore attraverso dati della sua biografia: criticare o disapprovare un autore come persona non significa invalidarne le opere). Se l’intenzione era quella di riflettere sull’impatto di Pasolini nel campo più ristretto della cultura omosessuale e queer italiana, il film lo manca completamente (molto più efficaci, in questo senso, i lavori di dall’Orto).
Il problema generale del film è che non suscita domande, ma quasi una velata ilarità nei confronti di Grimaldi: quasi come la marachella di un bravo scolare che decide di combinarne una per attirare l’attenzione. E poiché neppure lui è convinto non ci riesce. Forse perché per uccidere i padri bisognerebbe essere figli quanto meno alla stessa altezza.

Le recensioni del Tarlo: La grande Festa

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Gnam, gnam. Il tarlo si ripulisce la bocca da un libro veramente delizioso, raffinato come tagliatelle al tartufo, a tratti è infatti un po’ complicato per il continuo gioco di incastri di emozioni. Più che un romanzo tradizionale, è un memoriale delle persone alle quali l’autrice ha voluto bene e che non ci sono più. È un’elegante e mai patetica riflessione sulla morte: quella della sorella Yuki prima di tutto, ma anche del compagno della maturità, Giuseppe, e della giovinezza, Alberto. Una scrittura raffinata, che trova consolazione dal lutto attraverso la poesia e la cultura, dalla mitologia classica alle popolazioni africane, conosciute nei viaggi degli anni Sessanta. Nonostante la dolcezza dei ricordi quotidiani, la scrittura vola alta, coraggiosa e mai patetica, a volte molto intricata nei propri pensieri. Non c’è una vera trama, ma piuttosto una sequenza di volti carissimi e la voce dell’amica Josepha, che col suo pragmatismo tedesco, fa da filo conduttore. Giancarlo l’ha divorato in una serata, poi è rimasto immobile. Gli ho domandato se stesse digerendo. Mi ha risposto che sta ancora cercando in cielo la stella dedicata al cantore Orfeo, una delle immagini più belle del libro.

Voto: 9/10

Dacia Maraini, La grande Festa, Rizzoli, 2011.

Le recensioni del tarlo Giancarlo -El especialista de Barcelona

Il Tarlo ha rosicchiato questo libro con avidità che ha pochi pari: il gusto agro-dolce (con poco dolce) dei libri di Busi gli è sempre piaciuto.  Le pagine sono succulente, come di meno non ti aspetteresti, alcune raggiungono toni d’invettiva classica (soprattutto contro la chiesa cattolica), altre possiedono un’acutezza un po’ maligna (ma sincera) nel descrivere l’uomo che quasi sembra di masticare pelle, anziché carta. Eppure in fondo rimane qualcosa di amarognolo, vuoi perché è una lettura che soddisfa le mascelle bisognose di parole e di stile, ma non c’è la soddisfazione di una storia succulenta come in altri lavori, vuoi forse perché nel continuo sapor di vecchiaia che l’autore ha distribuito tra le pagine si assapora un malinconico addio.

A. Busi-El Especialista de Barcelona, Dalai 2012

Voto del tarlo: 9

Le recensioni del Tarlo Giancarlo [3]

Giancarlo è in una città fuori dal tempo, dove tutti camminano alla ricerca dell’innafferabile laggiù. Mentre rosicchiava, piangeva e sentiva ogni boccone come una stilettata dolorossissima eppure necessaria. Non ha ben capito che cosa stesse divorando, se poesia, teatro, romanzo o poema antico, ma è sicuro che non aveva gustato nulla di così naturale (ma non semplice) e saporito da molto tempo.

 

libro: D. Grossman, Caduto fuori dal tempo, Milano, 2012.

Le recensioni di Giancarlo il Tarlo [2]

Giancarlo il Tarlo si ammira nella divisa con la svastika. Sente il freddo di Stalingrado, le bombe, gli aerei. Si crede un dio, partecipe alla creazione di un mondo puro, per cui ogni orrore quotidiano è giustificato. Gli gira la testa, mentre veloci passano i luoghi, i tempi, la Guerra e il dopoguerra. Si trova con le zampe sullo scaffale, ma ci vorrà un po’ per scrollarsi di dosso la banalità e la seduzione del Male.

 

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