Tutti in piazza, anche per le vittime di Orlando

Scuola (quasi) finita, mi ero ripromessa di tornare a scrivere anche qui sul mio blog, con tanti aneddoti allegri e divertenti.

Volevo farlo domenica, ma gli eventi di Orlando, la strage di persone LGBTI a Pulse mi hanno ammutolita.

Cinquantatré persone massacrate per il loro (vero o presunto) orientamento sessuale o la  loro (vera o presunta) identità di genere.

Già un evento del genere è sufficiente a seccarti la gola.

Ma se a questo si aggiunge il cordoglio a mezza voce delle nostre autorità, il cercare di eliminare il movente omotransfobico dalla narrazione della strage, come ho scritto su Pasionaria, mentre questo si fa via via sempre più chiaro e predominante) e i commenti omofobi venuti su dalle fogne del web, passa la voglia di ridere.

Non deve passare però la voglia di lottare, con più colore, più musica e più voglia di vivere che mai.

Allora ci vediamo sabato in Piazza D’Azeglio, per il Toscana Pride.

Io e la Picina ci saremo.

 

Il Pride: un dialogo

Oggi è il giorno del Pride di Londra, il pride ‘nazionale’ inglese (anche se non è il più politico). Tradizionalmente è il primo che apre la stagione dei Pride e come ogni anno io e la Piccina ci andremo.

Ogni anno qualcuno mi fa obiezioni. Ve le metto qua, in un dialogo fittizio, ma più reale di quanto pensiate.

 

‘Perché il Pride? perché è dovete essere orgogliosi?’

Perché l’orgoglio è un sentimento positivo, che rafforza l’autostima. Perché l’orgoglio è dire ‘ehy, noi ci siamo, anche se non ci volete vedere!’. Perché ‘l’orgoglio manda un messaggio a tutti quelli che in Uk o nel mondo si vergognano perché la società dice loro che sono ‘diversi’, perché hanno scoperto che la loro sessualità non è quella che ti raccontano da bambin*, perché il tuo cervello non corrisponde al corpo che i geni hanno determinato per te. E allora noi gridiamo ‘siamo orgogliosi, siamo belli, abbiamo diritto a esistere, come tutti gli altri!’. Penso ai/alle ragazz* bullizzat* nella scuola, penso alle persone transgender che devono subire un iter umiliante per cambiare nome e genere, penso a chi è discriminat* sul lavoro. Penso a chi, per la sola colpa d’amare, ancora rischia la vita. Per tutto questo bisogna gridare forte ‘ci siamo, siamo orgogliosi di esserci, non ci stroncherete, anzi dovrete starci a sentire!’.

 

Sì, ma io non vado in giro a dire che sono orgoglios* di essere etero. I Gay pride offendono gli etero.

Tu non sei orgoglios* di essere etero perché non ne hai bisogno: sei la classe dominante, che si impone sugli altri chiamandosi ‘norma’, che pretende di interpretare la realtà sociale solo attraverso i vostri schemi, che ci respinge ai margini, a volte con violenza, a volte con la cultura (pensa un po’ se dire ‘etero’ a un uomo meno conforme all’idea sociale di virilità fosse un’offesa, com’è dargli del frocio. Come ti sentiresti?). E poi tu i diritti ce li hai. Nessuno dice che la tua famiglia non esiste perché non è etero (‘tradizionale’, la chiamate, come fosse un punto di vanto), o qualcuno dice che sei sbagliat*, che ti devi curare.

A questo reagiamo. Sei offes*? E perché? Reclamare diritti per una minoranza che non ne ha, di certo non lede i tuoi, anzi, è un progresso di civiltà per tutti. Allora dovresti sentirti offeso dagli studenti che lottano per il diritto allo studio, dalla FIOM che protesta per le chiusure in FIAT.
Sì, ma i Pride sono violenti.

Il Pride nasce, come tutti i movimenti di liberazione, con una rivolta, quella di Stonewall (iniziata il 27-8/6/69), quando le persone LGBTI (T soprattutto) si ribellarono contro una retata della polizia, che le stava picchiando e arrestando per la sola colpa di essere persone LGBTI. Erano persone che reagivano a una violenza. Dopo, i Pride sono diventati mano a mano dimostrazioni pacifiche, colorate, dove il massimo della violenza è negli slogan (in Italia, ad es., contro la chiesa o una classe politica che non fa niente). Non c’è più violenza che in qualsiasi altro corteo, non ho mai visto gente in passamontagna e bastone menare i poliziotti.

Anzi, di solito accade il contrario. Come nei paesi baltici, dove i manifestanti vanno protetti dai nazisti che vogliono sfondare il corteo o dove i fondamentalisti religiosi ti sputano addosso. Qualcuno dice che i Pride sono ‘carnevalate prive di senso’, in tanti paesi ancora queste manifestazioni sono violente.

 

Sì, ma al Pride c’è gente nuda, ci sono i leather, ci sono le drag queen con i glitter e i boa di struzzo. Loro mi fanno paura.

I media concentrano l’attenzione sempre e solo sul dettaglio curioso, stravagante, in una parola su ciò che vende. Di tutte le persone -e sono la stragrande maggioranza, che vanno ai Pride come a una qualsiasi manifestazione difficilmente si parla. Delle coppie che vanno mano nella mano, delle famiglie coi bambini, dei nostri cartelli e dei nostri volantini. Perché? Perché non vende, perché la drag colorata è più telegenica, dà in pasto allo spettatore medio quello che vuole, così come il tipo vestito di pelle o col collare da schiavo. Ma a tutti quelli che pensano che il Pride sia solo questo dico: scendete in piazza anche voi. Guardate coi vostri occhi: vi racconteranno una storia molto diversa. Capirete che la vostra paura deriva solo dall’ignoranza (nel senso etimologico ‘mancanza di conoscenza’).

Io sono LGBTI, ma al Pride non ci vado perché la gente nuda, coi boa di struzzo, i leather, i bears and chasers etc. non mi rappresentano.

Per lo stesso motivo, allora, dovrei smettere di andare a qualsiasi manifestazione di sinistra perché ci sono quelli con la kefia palestinese e le magliette ‘Israele stato nazista’. Quelli non mi rappresentano, ma non per questo smetto di manifestare.
I Pride, come qualsiasi manifestazione, esprimono le anime diverse del movimento e delle persone LGBTI, tanto più variegate quanto è variegata la sessualità umana. Se tu non scendi in piazza, non ci metti la tua faccia e il tuo corpo, certo che non sarai mai rappresentato: non c’eri.

In più mi spaventa questa leggenda ‘se il pride fosse in giacca e cravatta, otterrebbe di più’. È un’illusione: cercando di confonderti alla maggioranza, quello che otterrai è solo una falsa tolleranza, un’illusione dei diritti. Intanto avranno condizionato il tuo corpo, il tuo modo di esprimerti, la tua libertà, poi diranno ‘non ho nulla contro i gay, purché non siano visibili’. Così si dà una mano all’intolleranza. Essere lgbti ancora oggi in molte società significa essere radicali, essere scandalo per il solo fatto di esistere.

In più non mi piace la ‘polizia del buoncostume’: può darsi che a me chi se ne va a giro nudo per il Pride non piaccia, non sembra una mossa politicamente efficace, ma chi sono io per dire a quella persona che non è giusto che si esprima così? E soprattutto, davvero un culo, una tetta e un cazzo scandalizzano così tanto? Siamo ancora così indietro dal dire che il corpo, il naturale corpo umano, è scandaloso e quindi va coperto? Cosa ci può essere di più conformista?

Quanto a chi esprime determinate sub-culture: capisco che ci sia un dibattito se siano o no orientamenti a sé. Personalmente, credo di no. Ma so anche che sono sub-culture sviluppatesi o comunque facenti parte della cultura omosessuale. Possono non piacere, ma finché rispettano i diritti di base (consenso tra persone adulte, sano e sicuro -il famoso mantra safe, sane, and consensual) non sarò io a dire che queste persone in un Pride non ci debbano stare. La sessualità esibita con un laccio di pelle o una borchia è così spaventosa? Personalmente può o non può essere gradita, ma non vedo perché qualcuno dall’alto di una supposta normalità debba disciplinare l’erotismo degli altri (non è proprio questo che la società ha fatto e continua a fare a noi per tanto tempo?).

In più il Pride è una festa, una grande gioiosa festa. Vi piacciono sempre tutti i vestiti degli invitati? Sbattete la porta se qualcuno si presenta con un vestito che proprio trovare disgustoso?

 

Concludo dicendo che io credo fermamente nella radicalità della lotta, nel chiedere 100 per ottenere magari 70. Sempre. Dalla storia dei Pride c’è molto da imparare anche per la nostra sinistra: non si possono cambiare le cose, pensando di non scontentare nessuno. Questo i primi attivisti LGBTI l’avevano capito benissimo. In omaggio al FUORI, in omaggio a Mario Mieli e alle altre grandi figure pioneristiche del movimento LGBTI italiano, abbiamo deciso di produrre un volantino vintage, che riprende quello riportato da Mario Mieli in Elementi di critica omosessuale (p. 146).

Flyerdefinitvo

Del sentenziare sull’altrui cuore e pure sulle mutande.

Ecco, ieri ho avuto una discussione surreale con un amico. In fattispecie, si parlava di cosa è una coppia e cosa no. E mi ha dato una spiegazione ‘illuminante’.

Un uomo e una donna, che si amano, convivono, possono essere o no sposati, possono decidere di avere o non avere figli, sono una coppia, è chiaro e pacifico. Che lei sia più grande di lui, o lui più grande di lei, magari dà fastidio a qualche ben pensante, magari qualcuno alza il sopracciglio (soprattutto se lei è più vecchia o ha una posizione di maggior potere sociale, che si sa, la donna è uguale all’uomo, ma meglio se un pochino sotto). Però nessuno mette in dubbio che sì, sono una coppia.

Due donne? Beh, due donne, se si baciano e si tengono per mano e vivono insieme… beh, sì, sono una coppia. Perché comunque due donne sono tenere, sono un nido, si dicono ‘ti amo’, si chiamano ‘amore, tesoro, piccola mia, pulcina’, quindi sono una coppia. (Davvero? Tutte le coppie lesbiche sono uguali? Le hai conosciute tutte per dire che sono tutte così?). Questioni di ‘potere’ nemmeno sono prese in considerazione, tanto che vuoi che potere ci sia nelle donne, no?  Alla fine siamo povere piccole cosine fragili e indifese e che hanno cmunque bisogno di protezione (e come no, vienimi a tiro che te lo dimostro. Mi riesce piuttosto bene difendermi da me).

Mentre ho capito che per due uomini, no, non lo puoi dire che siano una coppia. Almeno che non siano loro a mettere i cartelloni “Siamo la coppia più bella del mondo” (o altre canzoni di dubbio gusto, ma sempre in tono per il Gay Pride), allora non lo puoi dire. E no, eh, perché sai, se c’è differenza di età o di ruolo sociale ‘è una questione di potere’. Non è amore, è plagio. E poi perché, insomma, se due uomini non manifestano in modo chiaro ed esplicito a tutti (cartelloni di cui sopra, ovviamente, oppure un bell’anello, possibilmente vistoso), non sono una coppia. Magari fanno sesso, ma, ehy!, non vale, si sa che gli uomini per loro natura si scopano di tutto, compresi i buchi nel muro e le ciambelle con la glassa. Eh, ma gli uomini sono infedeli, i gay sono infedeli. Poi me la spiegate, questa cosa della fedeltà come parametro assoluto, perché io di coppie etero, magari sposate da Santa Romana Chiesa, che si rincornano l’un l’altro, l’uno all’insaputa dell’altro ne conosco a bizzeffe, ma non conosco nessuno che abbia mai detto loro ‘eh, ma non siete una coppia’. E altresì ci sono coppie -etero, gay, lesbiche- che decidono che la fedeltà, semplicemente, non fa per loro. Perché non è sempre detto che se ami una persona, debba per forza esaurirsi con quella il tuo desiderio (e lo so che è una cosa difficile da capire, ma sapete che c’è? Nella sessualità vale sempre il ‘consensuale e sicuro’ e poi ognuno è libero di fare quello che vuole, come lo vuole, nel rispetto di sé e dell’altro).

 

E insomma, io mi sarei un po’ rotta di quelli che fanno i Soloni del cuore e delle mutande degli altri. Anche perché chi ha deciso che cosa è o cosa non è una coppia? Chi ha dato a te, caro amico che ti ergi a giudice dall’alto della tua scienza infinita, il diritto di giudicare un rapporto fra due persone? Perché di quello stiamo parlando, eh. Ogni tanto, toglietevi i vostri occhiali che vi fanno vedere il mondo in bianco e nero e vi accorgerete che fuori le sfumature sono talmente tante che nemmeno immaginavate.

O fate una cosa, se proprio non ve li volete togliere. Vi piace fare la morale? Bene, fate al vostro cuore e alle vostre mutande. Ma non applicatelo a noi altri.

(Buon Pride, Romani!)

 

Pride London Style

Appuntamento consueto (ormai da tre anni) con il Pride londinese, col nostro piccolo, ma agguerrito!, gruppo di SEL Uk.
Il Pride londinese ha un’atmosfera molto diversa rispetto a quelli italiani, che forse riflette un po’ la differenza nella mentalità dei due paesi.

Pur nell’aria di festa, il Pride inglese ha più l’aspetto di una manifestazione di protesta: c’è qualche carro, ma non moltissimi, l’accompagnamento  musicale è scandito da qualche gruppo di percussionisti, ma niente più. L’altra particolarità è che qua, riflettendo la struttura a ‘sindacato’ che ha il movimento gay, a farla da padrone sono i gruppi queer delle grandi industrie(sopratutto i colossi dei servizi legali, finanziari e tecnologici, ma anche multinazionali alimentari, colossi dell’abbigliamento) e poi i vari lavoratori (dai poliziotti, ai medici, ai lavoratoti di servizi specificamente rivolti alla comunità LGBT+); poi vengono i volontari, primi fra tutti quelli della più grande charity LGB, Stonewall, ma anche di settori disparati, come quelli che si occupano dell’aiuto alle anziani o dei canili e gattili londinesi (c’è sempre una grande presenza a quattro zampe, che mette tanta allegria); infine marciano associazioni di vario tipo, prima fra tutti il sindacato degli studenti londinesi e qualche sparuta associazione politica (noi e i socialists). Certo, ci sono le drag queen, i fan del leather e del S&M, ma tutto ha una connotazione molto politica e meno carnascialesca (e a me non dispiace).

Il Pride è molto più… veloce, in meno di tre ore si copre la distanza fra Baker street e Trafalgar Square, quasi senza intoppi. Qui le manifestazioni in genere sono molto più rigidamente organizzate, si marcia dentro le transenne (cosa che a me non piace molto, mi fa l’effetto ‘scimmie in gabbia’), per proteggere i manifestanti sia da eventuali attacchi che da automobilisti incontrollati (e non ultimo, per limitare il numero di agenti a sorvegliare la manifestazione). Ai lati delle transenne, supporter e curiosi ci guardano sfilare, fotografano, si fanno riempire di adesivi e omaggi.

Quello che cambia più di tutti è l’atmosfera: in Italia il pride è più una festa che una rivendicazione, si dà più importanza all’aspetto queer (anche quando questo non è espressione di un’identità, ma è gioco) e meno alle rivendicazioni più strettamente politiche, l’atmosfera è più rilassata, forse più giocosa; in Inghilterra è tutto più compassato, più concentrato sul messaggio e sulle rivendicazioni (quest’anno è stato un Pride allegro, visto i grandi passi avanti sulla legislazione matrimoniale). Ci sono pro e contro da entrambe le situazioni e se agli inglesi potremmo portare un po’ di allegria in più, forse noi potremmo imparare ad avere manifestazioni più organizzate e più incisive.

Certo la diversa impostazione del Pride riflette la diversa attitudine culturale nei confronti della comunità LGBT+ nei due paesi, in Italia c’è ancora bisogno di gridare fuori la propria diversità, anche perché troppo spesso le nostre associazioni non agiscono in modo efficace a livello politico; in Inghilterra il movimento LGBT+ ha ottenuto negli anni enormi successi, per i quali, almeno a livello di legislazione, i cittadini non eterosessuali sono garantiti quasi come (e quando passerà il Marriage Equality Bill la parità sarà ancora più vicina) i cittadini eterosessuali e si tratta perlopiù di mantenere i diritti conquistati e cercare di spingere le altre nazioni (almeno quelle europee) a fare altrettanto (quest’anno il focus internazionale era la Russia, viste le leggi repressive varate di recente; è curioso che tra i cartelli internazionali che inneggiavano al matrimonio, tra tutte le lingue europee mancasse proprio l’italiano).

 

Trovate qui un paio di foto:

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