Fine settimana.

Io e la Piccina ce ne partiamo per qualche giorno (anche perché martedì è il Sacer Dies Margensis…cioè il compleanno di Margi).
Ho bisogno di staccare la testa e ricaricare un po’ le batterie.
Voi fate i bravi e andate a prendere un caffè al nostro nuovo bar dei libri, Macchiato Inchiostro. In mia assenza il Tarlo (che vi aspetta domenica), la Barista Acrimoniosa e la Volpe sapranno servirvi a dovere.

Speriamo che Febbraio sia un po’ migliore di Gennaio.

Come la lancetta dei secondi

…nel quadrante di un grande orologio. Continuo a girare così forte che ho sempre l’emicrania (confesso che la tonsillite non sia di grande aiuto).
Sono giorni di scadenze serrate, per la tesi, i cv da inviare, Sabbia e Ceneri che è quasi ora di licenziare.
Mi sta mettendo ansia, ma pare che finalmente abbia sbrogliato l’ultimo capitolo, così potrò cominciare a rivedere lo stile…mi conosco, per fermarmi ho bisogno di sapere quando finirà il tempo. Ho deciso che sarà alla fine dell’estate, per allora è bene che anche il mio lavoro finisca in mano di altri (è proprio il casi di dire, i miei quattro lettori).

Chissà, magari avrò la meglio sulla mia timidezza (leggasi pusillanimità) e ne parlerò a qualcuno, il sedici di settembre. O forse no. Credo più nei dialoghi interiori (specie coi morti, perché tanto non rispondono).

Sono giorni di ansie, di corse, di incubi, di terrore. Come il ticchettio di quelle lancette.

Di giornate no.

Fuori è grigio autunnale, minaccia pioggia: la British summer se n’è già andata.

Sono in ufficio a fare la parte più antipatica del mio lavoro: chiedere alla gente che non ha pagato di pagare la fee per la scuola.
Sono giorni un po’ malinconici, sarà la stanchezza del periodo, sarà che sono, semplicemente, triste (e la mia tristezza è anche sempre tristezza per la mia inettitudine, perché quando vedo il bicchiere mezzo vuoto lo devo fare bene).

In più chiude lo Starbooks e a me dispiace parecchio. Ne capisco i motivi, ben spiegati qui, però mi fa rabbia e tristezza che vinca sempre chi urla e strepita (rigorosamente da dietro un computer), ecco.

Poi che la gente è vigliacca e ci gode a comportarsi male, lo sapevo già.

26/27 maggio 1993–26/27 maggio 2013

Di quel giorno vent’anni fa ricordo poco: mio padre e mia madre che parlottavano in cucina, commentando la notizia alla radio. Mio padre probabilmente aveva saputo la notizia in nottata, all’epoca insegnava ancora ai corsi serali a Firenze.
Mi ricordo una sottile paura per quello che era successo e il dolore, come a scuola cercavano di spiegarci cosa fosse accaduto, il minuto di silenzio per le vittime. A noi bambini aveva soprattutto fatto grande impressione che tra i morti ci fossero due bambine, due bambine come noi, Nadia e Caterina.

C’è voluto tempo, c’è voluto di crescere per capire che cosa fosse successo, anche se forse i responsabili e i perché non sono ancora tutti alla luce del sole.

La mia città è guarita, di quell’attentato non ci sono più i segni sulle ura della chiesetta dei Georgofili o agli Uffizi; quelle cinque vite, però, sono perse nel tempo.

Se passate in città, fate caso alle foto che sono state disseminate per il centro (ce n’è una, dolorosissima, proprio nel sottopassaggio di Santa Maria Novella).
Impariamo a non dimenticare.

Read more

L’importanza della buona compagnia

Mi piaceva condividere con voi una riflessione che facevo ieri sera, leggendo un interessante saggio sulla condizione omosessuale nell’Italia di oggi (trattasi di Citizen Gay, di Lingiardi). Tra varie testimonianze letterarie di travaglio interiore riguardo all’accettazione della propria omosessualità, veniva citata la lettera di Pasolini a Silvana Mauri (citata a p.53) dove Pasolini parla della propria omosessualità e del relativo travaglio interiore. Ecco, volevo condividere con voi quanto stralci di diario come questo o lettere come quella citata siano importanti non solo per la ricostruzione di una biografia e di una persona, ma abbiano il potere, secondo me dirompente, di aiutare chi scopra e cerchi di venire a patti con una forma di sessualità che tutt’ora la società non accetta. Penso a quanto sia stato importante per me (e mi cito proprio perché non sono un’eccezione), avere scritti come questi accanto nella fase delicata dell’adolescenza o della pre-adolescenza in cui si ha più bisogno di conferme e rassicurazioni, specie quando si affronta qualcosa che sembra tanto più grande di noi e ci si sente (e spesso si è) drammaticamente soli e confusi. Spesso si vuole un orecchio, un abbraccio, una rassicurazione che in fondo i nostri turbamenti sono unici, come lo è ogni persona, ma non sono niente che qualcuno prima di noi non abbia già vissuto. Spesso, per vergogna, per paura del rifiuto, per timidezza o reale mancanza di contatti ‘sicuri’ non c’è nessuno attorno a cui fare quelle domande.

Ecco, per me è (stato) un classico più vicino di molti altri, non solo per la dirompente forza letteraria e la sublimità della lingua, ma anche per questa tremenda lucidità e vicinanza del sentire. É (stato) un grande amico, uno di quelli che ti aiutano quando hai un bisogno vero e forte. Poi ho consigliato di fare lo stesso, quando, da adulta, ho cominciato ad aiutare chi attraversava quel passaggio e aveva bisogno di aiuto. Ecco, ci pensavo da un po’ a questo, anche quando si parlava del fatto che fosse giusto o meno pubblicare documenti inediti, privati o comunque non pubblicati in vita dall’autore.

Per chi non avesse presente il testo, godetevelo nell’interpretazione di Filippo Timi:

(Riposto questa mia riflessione, ispirata dalla ri-lettura via Facebook di una porzione dei ‘Quaderni Rossi’)

Omofobia e linguaggio.

Le esperienze omofobiche spesso avvengono in un contesto socio-culturale indifferente o addirittura collusivo (cioè caratterizzato da una tolleranza strisciante, quasi connivente, ma non esplicitata), e su chi ne rimane vittima hanno un impatto affettivo molto forte che trascende l’evento in sé.

 

V. Lingiardi, Citizen gay p.76

Questa è la storia di qualsiasi persona omosessuale: quante volte, magari anche con tono ‘scherzoso’ ci siamo sentiti dare del ‘frocio’, del ‘finocchio’, della ‘lesbica’ e nessuno attorno a noi ha mai manifestato solidarietà? Al massimo un sorrisetto, un ‘lascia perdere’. E questo è un modo molto manifesto di offendere.

Pensate a tutte quelle situazioni in cui le allusioni fatte sono più subdole, in cui si tirano fuori argomenti come ‘in fondo i gay sono una casta’, ‘essere gay è un po’ una moda’, ‘oggi dichiararsi gay fa comodo’. A molti di voi queste potrebbero sembrare frasi innocenti, magari dette con leggerezza, ma non sono diverse da gridare in faccia ad una persona che è solo ‘una checca’. Certo, sono forme di offesa più subdole perché non usano parolacce, perché danno quasi una parvenza di argomentazione razionale. Ma, per usare una metafora cara in casa mia, come un fascista rimane un fascista anche quando molla il moschetto e mette la cravatta, così un omofobo rimane un omofobo anche quando si nasconde dietro un linguaggio apparentemente neutro.

Pensate alle volte, magari proprio su un blog o su un social network, che avete letto frasi del genere indirizzate contro qualcuno e siete rimasti serenamente a guardare o magari avete pure sorriso, pensando ‘in fondo chi dice questo non ha proprio tutti i torti’. Immaginate se toccasse a voi, perché magari avete i capelli neri, che qualcuno vi additi dicendo che ‘voi avete la vita facile perché siete neri di capelli, tutti vi rendono la vita facile per compassione’, quando ogni giorno dovete rivendicare il vostro diritto ad avere i capelli neri e non volerli tingere, quando vi trovate in mezzo a una società in cui tutti hanno i capelli biondi e vi guardano strano. Come vi sentireste se intorno a voi nessuno alzasse un dito, se per l’ennesima volta non ci fosse nessuno pronto a dire a chi vi accusa che no, avere i capelli neri non è un vantaggio, che uno ha il colore di capelli che gli tocca e non c’è niente di male.

Pensate alla solitudine, alle solitudini, che una persona gay sperimenta molto spesso e a quanto possa far male vivere in una società e in uno stato che non censura comportamenti omofobi, ma che anzi, anche solo col silenzio, tacitamente li approva.

Pensateci.

 

 

(Torno su un libro già citato, la cui lettura sta procedendo a rilento perché molto dolorosa, come tutte le cose nelle quali ci si rispecchia.)

 

Non è mai la nostra ora

Il mancato riconoscimento delle relazioni omosessuali produce implicitamente una delegittimazione delle persone gay e lesbiche, che finiscono per trovarsi confinate in una zona grigia, a un livello di “cittadinanza minore“, che favorisce la svalutazione, il disprezzo e la discriminazione da parte della società, ma anche di se stessi. Come psichiatra, sono sicuro che un effetto collaterale positivo dell’approvazione di una buona legge sul riconoscimento delle unioni civili darebbe un drastico prosciugamento della palude, psicologica e sociale, in cui prolifera l’omofobia. Non è evidente come l’omofobia, compreso il fenomeno in crescita del bullismo omofobico, si alimenti anche del mancato riconoscimento di un pieno diritto di cittadinanza alle persone omosessuali?

V. Lingiardi, Citizen Gay, p.5 (grassetti miei).

Ho interrotto presto la lettura causa travaso di bile. L’autore sostiene quello che io (e molte altre persone come me) pensiamo, sentiamo da quando abbiamo coscienza. Bile perché penso a tutti quelli, compresi anche tanti ‘compagni’che si trincerano dietro i “non adesso, non è tempo, c’è la crisi”. Spiegatemi come le due cose siano correlate in maniera negativa.

Spiegatemi perché accantonate con un ‘si farà’ (da anni!) una legge ‘semplice’ e poco dispendiosa, trincerandovi dietro ai non possumus di turno.

La verità è che siete dei vigliacchi, la verità è che avete paura, paura di perdere consenso, paura di spaventare Mamma Chiesa. Oppure in fondo siete dei bigotti.

Mi fate schifo. Sì, mi fate schifo e non ho remore a dirlo.

Questi sono i momenti in cui guardo fuori dalla finestra e mi sento felice di essermene andata perché un paese che mi considera cittadina di serie B (ma con gli stessi doveri degli altri!) è una paese che non mi merita.

anche se voi vi credete assolti, siete lo stesso coinvolti.

 

Se questa è politica…

A me sembra solo vile gioco di poltrone e di Palazzo.

Sono schifata.

Sono sempre stata scettica sull’alleanza tra SEL e PD (razionalmente potevo capirne la scelta, emotivamente mi sono sempre sembrate entità inconciliabili), sono contenta di come, nello sfascio generale, SEL si sia comportata durante queste elezioni-farsa.

E chi dice che SEL ha fatto esplodere il PD, non ha capito nulla: il PD è imploso da solo per via delle sue diecimila correnti e correntine. Per altro SEL, che non ha avuto voce o quasi nel negoziare la posizione del PD sul PdR, che era contraria ad un’intesa con Berlusconi, che motivo dovrebbe avere di supportare ancora quella massa informe del PD?

Adesso spero che la riunione dell’8 maggio sia produttiva; sono sicura che come Circolo Radio Londra faremo la nostra parte.

 

 

Indagine statistica

Chi non muore, si rilegge (forse).

A dire il vero, sono un po’ di cattivo umore in questo periodo, perché la mia stupidissima malattia cronica ha deciso di manifestarsi nuovamente (ancora tu? non dovevamo vederci più?). E sì, insomma, in realtà le analisi (fresche di ieri) vanno bene ed è in remissione, ma ciò non toglie che sia una gran rottura (sfido io, dopo venti giorni, insomma).

Ne approfitto per un sondaggione:
chi altri di voi si ammala in periodi di vacanza/semi-vacanza?

No, perché a me capita sempre.

Corridoi

Gli ospedali inglesi sono meno caotici di quelli italiani (almeno di quelli che ho visitato io): non si sente volare una mosca nei reparti, nessuno cerca di attaccare bottone. Può far piacere o inquietare (io sto sulle mie, rientro nella prima categoria).

Ci sono cicatrici che dopo anni non guariscono e tirano ancora botte alla tua autostima: per me è ingrassare. Sono di nuovo su quel numero, 66, che avevo sette anni fa, prima che tutto cominciasse. Mi sembra siano passate due vite da allora; le due vite di un’altra me. Se non fosse per la malattia che devo tenere a bada e che forse è una conseguenza – o un simbolo- di quanto mi sia odiata ( di quanto una parte di me lo faccia ancora), potrei pensare che questa sia la vita di un’altra persona. Voglio illudermi che sarebbe più facile lasciarsi tutto alle spalle.