Tutti a Padova per parlare di diritto all’aborto e maternità

Giovedì 30, alle ore 20.30 io e Benedetta parteciperemo come Pasionaria.it  allo Sherwood Festival di Padova.
Dialogheremo con Elena Skoko di OVOitalia (Osservatorio sulla Violenza Ostretrica – Italia) di legge 194/78 (interruzione volontaria di gravidanza), della campagna #obiettiamolasanzione, di obiezione di coscienza e diritto alla salute riproduttiva nella scelta di essere madri o di non esserlo.

Il dibattito si intitola “La maternità che vorrebbero: le imposizioni sul corpo delle donne” ed è promosso dal collettivo Starfish e da Globalproject.info.

Sarà una bellissima occasione per scambiarsi idee, buone pratiche e inventare nuove strategie di lotta.

Vi aspetto a Padova!

Tutti in piazza, anche per le vittime di Orlando

Scuola (quasi) finita, mi ero ripromessa di tornare a scrivere anche qui sul mio blog, con tanti aneddoti allegri e divertenti.

Volevo farlo domenica, ma gli eventi di Orlando, la strage di persone LGBTI a Pulse mi hanno ammutolita.

Cinquantatré persone massacrate per il loro (vero o presunto) orientamento sessuale o la  loro (vera o presunta) identità di genere.

Già un evento del genere è sufficiente a seccarti la gola.

Ma se a questo si aggiunge il cordoglio a mezza voce delle nostre autorità, il cercare di eliminare il movente omotransfobico dalla narrazione della strage, come ho scritto su Pasionaria, mentre questo si fa via via sempre più chiaro e predominante) e i commenti omofobi venuti su dalle fogne del web, passa la voglia di ridere.

Non deve passare però la voglia di lottare, con più colore, più musica e più voglia di vivere che mai.

Allora ci vediamo sabato in Piazza D’Azeglio, per il Toscana Pride.

Io e la Picina ci saremo.

 

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.

Del gender, di Michela Marzano e del tempo di scegliere

 

Il fatto è riassumibile così: l’amministrazione comunale di Padova nega l’uso di un sala del comune alla filosofa Michela Marzano per la presentazione del suo libro, “Mamma, papà e gender” (che non ho ancora letto, ma che leggero prima possibile). Il motivo? Promuoverebbe la pericolosissima “teoria del gender” e quindi sarebbe in antitesi con “l’indirizzo programmatico dell’amministrazione sul tema”.

Non voglio stare a ripetere quello che ormai è diventato un ritornello per qualsiasi persona di buon senso, cioè che la teoria del gender non esiste (se avete ancora dubbi potete leggere cosa ne ho scritto su Pasionaria o se volete la prova che Florelle non è un cartonato, guardatemi su youtube), voglio soffermarmi sul perché questo fatto sia particolarmente grave.

Lo è perché, chiamiamo le cose col loro nome, si tratta di censura contro un libro, solo perché espone una tesi fondata (quella che gli stereotipi di genere impediscano alle persone di autodeterminarsi e in ultima istanza danneggiano la società, rendendola meno giusta, quella che tutte le persone, a prescindere dal genere e dall’orientamento meritino il medesimo rispetto), che non piace all’amministrazione comunale. Amministrazione che, dal momento della sua elezione, non rappresenta solo la parte eletta, ma rappresenta tutti, rappresenta a livello locale lo stato. Non è un privato, che decide a chi far presentare un libro a casa propria, è un’istituzione che come tale si deve porre al servizio dei cittadini. Democrazia è dare facoltà di parola anche a chi non la pensa come noi, quando rispetta le norme imposte dalle leggi dello stato (Marzano sarebbe venuta a presentare un libro, non una bomba in quella sala e i libri, da soli, fanno male solo all’ignoranza).

Se ci pensate, pare quasi una commedia dell’assurdo: i no-gender, quelli che quando manifestano come Sentinelle in piedi dicono di farlo per proteggere la libertà di parola, amano questo diritto soltanto quando appartiene a loro. Questa è una prassi autoritaria, neo-fascista ( e, va da sé, anticostituzionale).

C’è dell’altro, c’è anche un livello simbolico (di cui forse neanche l’amministrazione padovana si è resa conto): il sindaco (per l’appunto uomo) impedisce di parlare a Marzano, una donna. Che anche se Marzano non è in assoluto una donna totalmente oppressa, in questo caso è colei che subisce l’oppressione del potere in nome delle proprie idee. Quanto accaduto è una metafora lampante di quale sia la vera ideologia del movimento no-gender aldilà della loro propaganda: dietro la strumentale difesa dei bambini, della famiglia tradizionale, c’è la volontà precisa di continuare a opprimere le donne e le persone non-eterosessuali, cacciandole (o ricacciandole) in un ruolo di subalterità, dal quale faticosamente e a caro prezzo si stanno liberando.  Dietro al no-gender c’è esattamente questo: un potere clerico-fascista, declinato al maschile, che è terrorizzato da una società che cambia e che rischia di far perdere i privilegi secolari ottenuti sulla pelle di altre persone (di noi altre persone).

Per questo è tempo di schierarsi, di indignarsi e di non rimanere indifferenti. Perché se Michela Marzano, filosofa, deputata PD, può trovare facilmente altri luoghi in cui parlare (a tal proposito un plauso all’Università di Padova, che ospiterà la presentazione), ci sono mille altre voci, nella vita di tutti giorni, nella scuola, che subiscono i colpi del fronte no-gender e non hanno la medesima possibilità di esser ascoltati. Se ancora siete preda del dubbio, se ancora pensate che in fondo si possa stare a guardare, non lamentatevi se da un giorno all’altro qualcuno mancherà di rispetto a voi o a qualcuno a voi vicino perché è donna o perché omosessuale. E se anche i vostri diritti e le vostre possibilità saranno erose: ne sarete anche voi responsabili,

Mio figlio? Solo in morte del partner

imagebase8_33

In sostanza questo il succo dell’intervento di Renzi sulle unioni civili al popolare programma Che tempo che fa, ieri sera (alla fine dell’intervista).

L’ultimo nodo da sciogliere sarebbero le stepchild adoption, definite dal premier come “le adozioni del figlio del partner in caso di decesso”. In pratica se io ho un figlio, mia moglie ne diventa genitrice solo se muoio.

I casi sono tre:

  1. o il premier è completamente disinteressato alla questione unioni civili e non sa cosa significa stepchild adoption;

2. o questo è l’accordo con NCD e i cattolici del PD;

3. o ci siamo sbagliat* tutti ed è così anche per le coppie etero sposate, no? Tutti abbiamo solo la madre (semper certa), e solo se muore abbiamo un padre che ne fa le veci.

D’altronde, il fatto che ci sarebbero forze ben disposte a votare un Cirinnà che rispetti la nostra dignità di persone (SEL, M5S) non conta.

(Grazie a Caterina Coppolo per aver segnalato la notizia).

[Vita Lesbica] Tv e snobismi

tv

Succede che un nostro amico è andato in tv. Per uno di quei programmi preserali coi giochi. Dopo aver saputo il risultato (non farò spoiler!), ne parliamo a cena con la Piccina.

P.: Dovresti provare anche tu.

Io: Sai che non lo farei mai.

P.: E perché? Certo, io ci potrei andare solo se facessero le domande sui reali… Te invece sai tutto!

Io: Non lo farei mai, lo sai.

P: E perché?

Io: Non mi piace, la mercificazione e la nozionificazione del sapere, la svendita della cultura… (mi blocco aspettandomi una delle solite uscite “ahò, parla come magni”.)

P.: Ma te sei sentita? ‘mazza, quanto sei snob!

Io: E l’hai scoperto ora?

P.:… Uè, qui la snob di famiglia so io. Nun ce provà.

E che dici a una così?

Scosse-Educare alle Differenze 2

Scosse-Educare alle differenze 2

Questo fine settimana a Roma ci sarà il secondo convegno nazionale di Educare alle Differenze, promosso dall’associazione Scosse. Si parlerà di educazione alle differenze, sentimentale, di genere, al rispetto di tutt*. La due giorni di autoformazione si svolgerà alla scuola media Cattaneo in Via Zabaglia.

Ci sarò anche io, con Pasionaria. Vi aspettiamo alle 18.30 per il nostro laboratorio su comunicazione e femminismo! Potete trovare il programma qui. La partecipazione è gratuita, ma occorre registrarsi.

E se siete curios* di conoscermi come autrici, sempre nell’ambito della stessa manifestazione presenterò Quasi una commedia presso lo stand della libreria Tuba!

[Vita Lesbica] Cento sfumature di…

…”Poci”! Poci è il nomignolo che la Piccina dà a noi due. No, non mi chiedete cosa voglia dire, non lo so neppure io.

È uscito il mio nuovo romanzo, Quasi una commedia. Sono felicissima e allo stesso tempo spaventata a morte (sono un tipo leggerissimamente ansioso, in caso non si fosse capito).

La scena è la seguente. Interno giorno, camera da letto.

Piccina (in una delle sue manifestazioni di pigrizia, spaparanzata sul letto):  “Insomma, sbrigati a fa soldi che io voglio fa la mantenuta.”

Io: “Lo sai che coi libri i soldi non si fanno, sì? Neanche con le grandi case editrici. Figurati coi miei.”

Piccina: “Beh, allora scrivi un best-seller.” (sottolineato per rendere la perfetta pronuncia british).

Io: “Mi ci vedi?”

Piccina: “Mbeh, è facile. Scrivi le Cinquanta sfumature di… qualcosa… le Cinquanta sfumature di Poci! Alla gente piace no? Ci infili il sesso.”

Io: “…”

Poi ci ho provato a fare una disquisizione seria sul perché la trilogia di Cinquanta Sfumature ha venduto tantissimo. E dopo una tirata su marketing, promozione ed effetto traino, la Piccina chiosa con senso tutto pratico: “Insomma, la gente è un po’ scema.”

Dite che abbia ragione lei?

 

Di ribassi e gufi

Autoritratto
Autoritratto.

Allora, la prima modifica al ribasso del DDL Cirinnà-unioni civili è puntualmente arrivata la scorsa settimana. Non più una forma paragonabile al matrimonio, sparito il richiamo all’art. 29, diventa “formazione sociale specifica” (che è un termine ombrello che vuol dire tutto e niente, comprende dal matrimonio alle associazioni sportive), con richiamo all’art. 2 della Costituzione (“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”).  Tutto questo per rassicurare l’ala cattolica del PD, rafforzare la promessa fatta a Rimini di cercare voti in area CL e rassicurare NCD (anche se ai membri del partito di Alfano è sembrata una modifica troppo morbida e non l’hanno votata in Commissione Giustizia).

E insomma, non ci dovrebbe essere bisogno di spiegare perché questa refrattarietà a chiamare le cose col loro nome sia politicamente pericolosa, voglia dire che non solo non avremo il matrimonio ugualitario, ma se anche unioni civili dovessero essere, saranno provvedimenti di serie B. Ovviamente se a dirlo siamo noi dirett* interessat*, siamo gufi, incontentabili, rosiconi e in malafede, che non cambierà nulla e un nome non è importante e che non c’è stato nessun cambiamento al ribasso (perché, invece lo è, lo ha raccontato Dario Accolla in un modo alla portata di tutti).
Peccato che la stessa relatrice della legge, Monica Cirinnà, sabato abbia ammesso che un peggioramento effettivamente ci sia stato. E oggi, Stefano Rodotà, dalle pagine de La Repubblica (pag.23 dell’edizione odierna) insista

Inventarsi la “formazione sociale specifica” è un travisamento della Costituzione e la sua vera finalità, dovendo avere il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, non è quella di introdurre una distinzione, ma di riaffermare una discriminazione.

A quanto pare la Potente Lobby dei Gufi Gay fa proseliti, vero?

Di libri, di amicizie e coincidenze fortunate

 

OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Se non avete una G. fra le vostre amicizie, mi dispiace per voi.

Dico sul serio, non sapete cosa vi perdete.

Quelle amicizie che cominciano per puro caso, grazie a The Coordinator, (“ti presento un’amica, secondo me potreste andare d’accordo”) e che funzionano subito tipo colpo di fulmine, contro ogni evidenza. Perché magari carraterialmente siete come il giorno e la notte. O forse proprio per questo.
Che non è facile trovare una persona che si fida di te, che ti raccatta (in senso fisico e psichico) quando pensi che più in fondo di così non potresti andare, con cui puoi farti a piedi (chiacchierando delle speranze del mondo del partito di amore delle lotte di sesso di corpi) da Castro Pretorio a Trastevere e ritorno senza sentire la fatica (per raccattare le bandiere della Lista Tsipras, ci tengo a precisare).

Con cui scorrazzare a Terracina di notte parlando di letteratura, sesso, cultura, società, politica, e Marx e Gramsci e Judith Butler. Che ti regala Artaud e Gadda e Tozzi e altri milioni di Libri. Che si prende cura della Piccina, compreso trucco e parrucco nel giorno più importante della nostra vita.

Ah, che oltre ad avere un’intelligenza guizzante, ha pure una gran bella voce (se qualcuno avesse bisogno di un’interprete jazz là fuori…).

 

Tutta questa Laus Amicitiae per dire che a volte le coincidenze sono straordinarie. È che io una persona così l’avevo “regalata” a una delle mie storie. Un capitoletto nato due anni fa, per un progetto collettivo che non è mai andato in porto.  Che poi è cresciuto ed è diventato un piccolo romanzo. G. l’ha letto quasi subito e si è ritrovata fra le pagine.

Adesso Quasi una commedia  è un libro vero, che uscità a settembre per una c.e. vera. Ecco, questo libro è anche di G.