[La vita lesbica] …e le figurine?

Ieri sono andata a stampare il brogliaccio del mio nuovo romanzo, per poterlo rivedere su carta. Essendo una via di mezzo fra una talpa e Mister Magoo ho grosse difficoltà a correggere a schermo anche testi brevi, figuriamoci qualcosa che superi le duecento facciate.

Mister magoo
Autoritratto

Arrivo belbella in cartoleria (il che significa prendere la macchina e andare nella cittadina vicina, perché nel semideserto dove abitiamo noi non c’è una copisteria decente) e… trovo la cartoleria invasa. Da adolescenti accompagnati da genitori o nonni per stampare le tesine di terza media.

E il negoziante doveva evidentemente averne fin sopra i capelli di spiegare a i nativi digitali inconsapevoli (molto inconsapevoli) e ad adulti non informatizzati come trasformare i file per renderli stampabili. Attendo il mio turno, consegno la pennetta col mio fido pdf e attendo.

Cinque. Dieci. Quindici minuti.

Mi avvicino alla stampante e al padrone del negozio, che sta sfogliando allegramente il dattiloscritto. Mi guarda perplesso.

“Certo che l’è tanta roba ‘sto malloppetto. L’è brava la su’ figliola. Però ce le poteva métte du ‘ figurine!”

…non so, magari attaccandoci qualche figurina panini il mio romanzo sul Settecento migliora!

Sono una barca


Rieccoci, nuovo attacco novembrino.
Avere una malattia cronica significa che il giorno prima fai tremila cose, stai bene, vai a lavoro, sgambetti per tutta la città. Anche se fermandoti ad ascoltare il tuo corpo lo senti che c’è qualcosa che non va. Lo sentono gli altri, quando ti guardano in volto e ti chiedono: “Sei stanca? Sembri distrutta.”

E poi neanche ventiquattro ore dopo il tempo si dilata, improvvisamente ogni cosa diventa più faticosa, più difficile, la concentrazione cala col sangue che torna a uscire da dove non dovrebbe. E l’energia se ne va di nuovo.

In fondo è un po’ come andare in barca a vela, ora è bonaccia. Devo solo pazientare che si rialzi il maestrale, mollare un po’ la randa, rifare la rotta. Finché la mia barca non ricomincerà a navigare più spedita.

Un’inossidabile felicità

Io non sono un cuor contento di natura (e a dir la verità le persone che passate una certa età sono tutte solo sorrisi mi inquietano), mi definisco, però, una persona serena, nei limiti che le condizioni esterne e interne permettono. Una che cerca un proprio equilibrio.

Però la felicità esiste e quando sboccia è bene scriverlo, sia per condividerla con gli altri, sia per ricordarsene nei momenti bui.

Ieri sono stata felice.

Felicità è presentare il mio romanzo Quasi una commedia, insieme all’editore e ad altri interessantissimi scrittori, in un contesto che amo e al quale non avrei mai aspirato, il Pisa Book Festival.

Felicità è parlare di ciò che per te conta di più, della tua sorta di microfilosofia della vita (che paroloni!) davanti a persone interessate. Che magari poi si fermano a parlare con te, ti chiedono una dedica sulla copia appena acquistata (sarei un’ipocrita se dicessi che non mi fa piacere).

Felicità è soprattutto avere intorno un gruppo di amici, che si sono volentieri prestati a un’alzataccia di domenica mattina, per passare la giornata insieme. E che ti fanno sentire davvero amata per quello che sei. È un bene prezioso perché raro (qualcuno ieri mi ha definito un alieno, credo che sia molto azzeccato).

Felicità è un’amica che non vedevi e non sentivi da tempo che ti fa la sorpresa di venire alla presentazione.

Felicità è vedere la Piccina felice quanto e più di te, sempre presente al tuo fianco, con quello sguardo allegro e innamorato, nonostante essersi alzata a un’ora per lei antelucana. Con quel sorriso che ogni volta mi stende.

Grazie a tutti. Oggi si riparte, con tanta energia in più.

 

p.s. Grazie a La Zitella Felice perché con la sua scuola di Felicità mi ha dato ispirazione per questo post 😉

 

Di un quarantesimo, santi e dolcetti

Mi ero ripromessa di non postare nulla sul quarantesimo anniversario dall’assassinio di Pasolini, perché di rumore ce ne sarebbe stato fin troppo. E per come sono fatta, sapevo che buona parte delle celebrazioni ufficiali mi avrebbero fatto venire il voltastomaco (così è stato, vedi il teatrino a Che tempo che fa). Per questo motivo avevo scelto da qualche mese di non andare a Roma il 2 novembre. Rimaneva l’amaro in bocca di non poter fare qualcosa (il lunedì è uno dei giorni in cui non insegno e in ogni caso non avendo italiano, avrei al massimo potuto fare un accenno). Poi è successa una cosa inaspettata: mi hanno chiamata nella scuola dove ho fatto tirocinio per condurre un progetto su Pasolini, organizzare un evento per i ragazzi proprio in occasione del 2/11. Non ci ho messo un secondo a dire sì.

Per due mesi abbiamo lavorato a un percorso da fare agli studenti delle classi quinte: attraverso l’uso di un sito creato appositamente, di schede e poi delle risorse scelte da ogni insegnante,l’opera di Pasolini è stata introdotta alle studentesse e agli studenti delle classi quinte, per prepararli al meglio alla giornata del 2.

Abbiamo deciso di dar loro un assaggio, perché in due ore nessuno di noi aveva la pretesa di spiegare tutto, voleva semplicemente incuriosirli, spingerli a leggere o a guardare qualcosa.

Abbiamo deciso di mostrare loro una sequenza dal Decameron (dall’episodio di Andreuccio da Perugia), poi di parlare della mutazione antropologica e del rapporto tra il corpus pasoliniano e la storia dell’arte. Io ho preparato un intervento su Pasolini e i giovani, per leggere e spiegare a quei ragazzi alcuni testi che parlassero di loro. A  fine giornata un saggio di ricezione pasoliniana, con un regista che è venuto a presentare il suo spettacolo dedicato a Pasolini.

Nonostante i timori e le difficoltà nell’avere di fronte un pubblico eterogeneo (studenti dei licei e dei tecnici), credo che la manifestazione sia riuscita. Quando ti accorgi che i ragazzi sono coinvolti dal film, perché li fa ridere, perché rimangono appesi e ne vorrebbero vedere ancora; quando ascoltano con attenzione le letture dei testi; quando si emozionano.

I colleghi mi hanno poi detto che si sentiva tutta la mia passione e che soprattutto le ragazze e i ragazzi l’hanno sentita e ne sono rimasti colpiti. Credo che siamo riusciti a far loro percepire l’arte come materia viva, come qualcosa che si espande tra le varie discipline, che ogni volta parla in modo diverso, che è fonte a sua volta di arte nuova. Che non finisce nella pagina stampata di un libro, su una tela o su uno schermo.

Ecco, credo che un modo migliore di dare un senso a questo quarantesimo non potesse esserci.

Nanowrimo, scrittura e senso di colpa

Novembre è il mese del NaNoWriMo (National Novel Writting Month), una giocosa iniziativa che consiste nello scrivere un romanzo (abbozzare sarebbe più corretto in un mese). Me lo ha ricordato ieri Valpur. È ovvio che è difficilissimo scrivere qualcosa di valido in così poco tempo, ma il senso dell’iniziativa è soprattutto quello di divertirsi, di giocare (cosa che da adulti tendiamo sempre a fare troppo poco).

Di solito sono piuttosto regolare e caparbia nella scrittura, non perché ci metta particolare volontà, ma perché ho imparato che se voglio comunicare qualcosa e non lo faccio, poi sto male (psicologicamente: nervosismo, incapacità di concentrarsi a dovere su altro; fisicamente: tachicardia e peggioramente delle mie emicranie). Per un periodo della mia vita, ho usato il NaNoWriMO (anche se l’ho terminato una sola volta). L’ho fatto per un motivo particolare: il senso di colpa. Ed è su questo che vorrei riflettere.

Non riesco a stare senza esprimermi (dico esprimermi e non scrivere, perché la mia immaginazione funziona in modo più complesso: alla scrittura si affiancano sempre la fotografia, il disegno e la musica; spesso ho bisogno di usare più linguaggi). E devo anche continuamente trovare qualcosa di nuovo, di sfidarmi. Ho sempre almeno una decina di progetti tra le mani, miei o in collaborazione. Tutto questo richiede organizzazione, spesso multitasking, soprattutto tempo. E dato che tutte queste attività non mi danno da vivere, il fattore tempo diventa un problema. Faccio due lavori diversi (tre quando riesco ad avere qualche commissione da traduttrice o editor freelance), ho una casa da mandare avanti (la Piccina sta fuori di casa in media dieci ore al giorno), sono purtroppo anche figlia unica, con tutto il carico di doveri ed aspettative che questo comporta. E poi c’è il tempo che voglio dedicare a chi amo. E il tempo per leggere e studiare, che serve anche per la mia professione.

Soprattutto, ho interiorizzato il pregiudizio di genere che una donna prima deve prendersi cura degli altri e delle cose, poi, solo se avanza tempo e se nessuno la richiede (e se regge il fisico), può occuparsi di ciò che interessa a lei. E se strappa mezz’ora per scrivere, lasciando indietro magari altro, ecco che scatta il senso di colpa. Feroce. Razionalmente so benissimo che non è giusto, che è appunto, frutto di un pregiudizio sessista ben interiorizzato; ma a livello emotivo è un meccanismo difficile da controllare.

Ecco a me il NaNoWriMo è servito a imparare a dominare quel senso di colpa: magari non è sparito del tutto, perché le abitudini sono dure a morire, specie quelle acquisite sin dall’infanzia. Adesso però sono in grado di ritagliarmi una mentale room of my own, pensando che il tempo speso per fare qualcosa che è necessario a me non è tempo sprecato. E quando arriva il senso di colpa, posso chiuderlo fuori dalla porta di quella stamza.

[Vita Lesbica] Questioni di medley

 

 

Esterno notte. Scampoli d’estate che tramonta. Cittadina di mare non troppo affollata.

Dall’unica balera del posto un cantante si arrabatta nello stonare una melodia che, complice il vento, potrebbe essere qualsiasi cosa.

Piccina: “È quella del “ragazzo”, vero? Il ragazzo della via Pal.”

Io: “Eh? Veramente I ragazzi della via Pal è un romanzo.”

Piccina: “Quella di Celentano. C’era un ragazzo che come me…”

Io: “Guarda che quella la canta Morandi.”

Piccina (molto convinta): “Ma no, che dici! Quella del ragazzo che vive in campagna, poi va in città, parte per la guerra e muore, dai!”

Io: “… Guarda che quella che parla del Vietnam è di Morandi, l’altra è di Celentano.”

Piccina: “Vuoi dire che sono due canzoni?! Ma sono uguali!”

Io: “Veramente no…”

Piccina: “Senti iniziano tutte con ‘c’era un ragazzo…'”

Io: “No.”

Piccina: “Ahò, che me frega. So’uguali, parlano di ‘sto ragazzo, per me è lo stesso. Ce faccio un medley.”

Io: “Il ragazzo dell via Gluck che morì in Vietnam.”

E fu così che il medley cominciò a essere cantato.

 

[Vita Lesbica] Tv e snobismi

tv

Succede che un nostro amico è andato in tv. Per uno di quei programmi preserali coi giochi. Dopo aver saputo il risultato (non farò spoiler!), ne parliamo a cena con la Piccina.

P.: Dovresti provare anche tu.

Io: Sai che non lo farei mai.

P.: E perché? Certo, io ci potrei andare solo se facessero le domande sui reali… Te invece sai tutto!

Io: Non lo farei mai, lo sai.

P: E perché?

Io: Non mi piace, la mercificazione e la nozionificazione del sapere, la svendita della cultura… (mi blocco aspettandomi una delle solite uscite “ahò, parla come magni”.)

P.: Ma te sei sentita? ‘mazza, quanto sei snob!

Io: E l’hai scoperto ora?

P.:… Uè, qui la snob di famiglia so io. Nun ce provà.

E che dici a una così?

[Vita Lesbica] I traumi di Sailor Moon

Perché va bene che siamo splendide, uniche e meravigliose, però lasciateci essere partecipi almeno un pochino (sì, ok, quasi per niente) della cultura lesbica pop. Sì, siamo cresciute entrambe con Sailor Moon e Sailor Neptune e Sailor Uranus piacevano parecchio a entrambe. Sì, lo so che è eteronormatività un tanto al chilo, ma, vabbè, erano gli anni Novanta, eravamo giovini (sì, ok, tecnicamente la Piccina è ancora giovane) e insomma, non è che un rapporto lesbico mediamente esplicito in fascia protetta capiti tutti i giorni (no, Lady Oscar e quella scema di Rosalie non contano).

Sera. Camera da letto. Ognuna col suo computer davanti, da perfette alienate 2.0. A un certo punto sbircio lo schermo della Piccina, che sta ordinando un’altra bambola di Sailor Neptune (ne abbiamo già una in casa. Anche una Sailor Saturn. E la Piccina ha il portachiavi di Sailor Uranus e Neptune che le ho regalato io).

Io: “Ah, te ne ordini un’altra?”

Piccina: “Tutte e due! E poi sono carine! Si possono mettere insieme, vedi?” La Piccina mi fa vedere come le due action figures si incastrino. E insomma, di foto in foto il discorso casca sui vestiti delle nostre due guerriere preferite, che Piccina commenta in stile Carla Gozzi.

Piccina: “Eh, ma almeno nel manga Haruka si mette le minigonne più spesso.”

Io: “A dir il vero anche abbastanza discutibili.”

Piccina: “Son sempre vestite in modo osceno quando sono vestite in borghese! (n.d.r. in Piccinese “osceno” sta per “vestito bruttissimo e inguardabile che non si metterebbe neanche l’ultimo dei barboni”). Tipo qui! Sta giacca non se pò vedè!”

Mise "oscena"
Il vergognoso gilet.

 

Io (arrossendo): “Emh… non vorrei dire, ma ho un gilè uguale, solo che è giallo.”

Piccina:”Ma non è vero!”

Io: “È che non lo metto tanto spesso… tipo l’ho messo l’altro fine settimana quando sono uscita con Ziah, solo che tu non c’eri.” Mi alzo e tiro fuori il mio gilet di jeans (giallo) dall’armadio.

Piccina:”O mio ddio! È uguale!”

…non so mica se si è ancora ripresa.

[Vita lesbica] EVO, l’olio del medioevo

Sera. Relax sul divano. La Piccina guarda nuove idee per ricette su Giallozafferano, io leggo.

Piccina:”Amore, che cavolo vuol dire olio EVO?”

Io (continuando a leggere): “Extra vergine d’oliva.”

Piccina: ” Davvero?!”

Io:”Perché? Che pensavi che fosse?”

Piccina: “È da anni che lo trovo scritto e pensavo fosse qualcosa di preziossissimo, tipo un olio vecchio, ma proprio vecchio vecchio. Tipo come il vino, vecchio.”

Io (ridacchiando): “Ma l’olio mica invecchia bene come il vino! Ma come hai fatto a pensare che fosse ‘vecchio’?”

Piccina:”Evo. Evo non vuol dire vecchio?”

Io (ridendo apertamente): “Sì, ‘Evo l’olio del Medioevo’.”

Piccina (sull’arrabbiato andante): “Ma è colpa loro! Non ci mettono i puntini! Perché non scrivono E.V.O.?! I puntini!!! Perché non ci mettono tipo una ‘ics’ da qualche parte?! Non si capisceeee!”

p.s. Io ho provato a dire alla Piccina che il blog dovrebbe scriverlo un po’ anche lei. La risposta? “Naaaah. Me fa fatica.” Comunque nel nostro rapporto, non si è ben capito chi prende in giro chi. Sarà per questo che stiamo così bene insieme.

Scosse-Educare alle Differenze 2

Scosse-Educare alle differenze 2

Questo fine settimana a Roma ci sarà il secondo convegno nazionale di Educare alle Differenze, promosso dall’associazione Scosse. Si parlerà di educazione alle differenze, sentimentale, di genere, al rispetto di tutt*. La due giorni di autoformazione si svolgerà alla scuola media Cattaneo in Via Zabaglia.

Ci sarò anche io, con Pasionaria. Vi aspettiamo alle 18.30 per il nostro laboratorio su comunicazione e femminismo! Potete trovare il programma qui. La partecipazione è gratuita, ma occorre registrarsi.

E se siete curios* di conoscermi come autrici, sempre nell’ambito della stessa manifestazione presenterò Quasi una commedia presso lo stand della libreria Tuba!