La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.