E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

 

L’ami du citoyen, Lion, le 21 Janvier 1793

Cittadini gloriosi, si è aperta l’era del nostro trionfo: il Convenzione di Parigi ha stroncato le nostre catene. La liberazione dalla tirannide è vicina. L’inizio di questo anno prospero per la nostra Repubblica si annuncia all’insegna della libertà e della virtù.

L’estate passata le sezioni parigine avevano chiesto l’abbattimento della monarchia, prendendo nuovamente le armi per rovesciare il despota. La Controrivoluzione affilava le sue armi, ma le forze rivoluzionarie fermarono il gesto liberticida del Traditore La Fayette. Infine la Convenzione Nazionale il 22 settembre, giorno di gloria per tutti i francesi, dichiarò decaduta la monarchia e sancì l’inizio della nostra sacra Repubblica, una e indivisibile. Mentre i nostri eserciti valorosi, confortati dal nuovo lume della nostra patria, vincevano su tutti i fronti, alla Convenzione si discuteva un’ardua e importantissima questione: che fare dell’antico tiranno Luigi Capeto e della sua stirpe? Privata del suo potere, essa costituisce ancora un pericolo per la salute della nostra patria?

Apprendiamolo, lettori, direttamente dalle parole di un deputato giacobino alla Convenzione, il cittadino Saint- Just:

Cittadini qui riuniti, voi tutti, vi prego, attenzione. Forse il mio discorso vi sembrerà cinico, forse spietato, ma solo una razionale analisi potrà portare ad una deliberazione equa e giusta. E dunque noi siamo qui riuniti per giudicare quest’uomo, badate bene, non un uomo qualsiasi, ma un re, Saremo noi a giudicare, cittadini, noi che abbiamo combattuto e lottiamo per riconquistare la nostra libertà, quel sommo bene che anni di soprusi ci avevano strappato.

Ebbene di quest’uomo, un uomo tanto abbietto da impedire al popolo di riunirsi nella legittima Assemblea Nazionale, un uomo così vile da far attaccare i propri sudditi, unica fonte della sua sovranità, di quest’uomo siamo chiamati a decidere il destino. E in gioco non vi è soltanto la sua vita, ma la nostra patria; solo a noi spetta decidere in quale forma di Stato riporre la nostra fiducia, quale sia la forma di governo più adatta alla luce dei nostri sacri principi: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità.

Sulla natura di questi, certo, non mi starò a dilungare, dato che voi, cittadini consapevoli, li avete da tempo compresi e ammirati e nel loro nome avete versato sudore, lacrime e sangue.

Non riepilogherò i fatti avvenuti in questi gloriosi anni, perché voi, cittadini, ben li conoscete, ne siete gli eroi. Ma piuttosto vorrei farvi immaginare come procederebbe il mio discorso se il Cesare criminale avesse esercitato fino in fondo la sua tirannia, impedendoci di riunirci negli Etats Generaux. Proseguirei più o meno così:

“Cittadini, riepiloghiamo in breve i gloriosi momenti del nostro trionfo.

Ricorderemo tutti quanto meschino sia stato il regno di questo uomo e dei suoi predecessori e come questa condotta abbia gettato la Francia nella miseria, in preda alle ruberie e a i soprusi, senza curarsi di come il popolo moriva di fame.

Quando infine non solo la voce del popolo e del Terzo tutto, ma quella della Francia si levò a reclamare la convocazione degli Etats Generaux, egli negò, reprimendo nel sangue ogni accenno di protesta.

Che cosa rimaneva da fare per riacquisire i naturali diritti? Esercitare il diritto sovrano, recidere quel contratto anticamente stipulato. E se le vie giuridiche ci erano state tutte precluse, restava un’unica strada: la rivoluzione. Fu così che prendemmo le armi, cittadini gloriosi, e, come gli antichi popoli si ribellarono ai tiranni, così noi facemmo contro la bestia infame. Per il nostro ardore e il nostro coraggio in quel giorno Parigi fu nostra e il nostro traditore si vide abbandonato dai suoi stessi protettori.. Penso a loro, ai nobili soldati che scelsero la giustizia e si ersero a difensori del popolo e insieme ad alcuni valenti concittadini formarono la nostra Guarde Nationale.

La nostra Rivoluzione non era che agli inizi, ma i nostri cuori impavidi non si arrestarono e marciarono su Versailles: era l’alba di un nuovo giorno per la Francia. Dopo cinquanta anni il re tornava a Parigi, là, da dove era fuggito, il popolo lo riportava, non in trionfo, certo. Occorreva ricostruire le istituzioni indebolite e distrutte, i nostri ideali e i nostri cuori volevano illuminare l’intera nazione. Qualcosa, di certo, stava già cambiando, ma molto doveva ancora cambiare.

Ben presto tutti i Francesi furono presi dallo spirito di libertà e la Rivoluzione divampò in ogni angolo della Francia. Era il trionfo.

Ben presto, però, la reazione insorse. Dovevamo combattere i nemici della terra di libertà. Non ci fu tempo , allora, di interrogarci su quale fosse il miglior governo, era ormai tempo di azione. Poiché l’anarchia, per quanto preludio di libertà, è anche fonte di debolezza, dovemmo sconfiggerla. Forse il modo sarà stato drastico, ma certo efficace e di questo, d’altronde, abbiamo già reso conto ai cittadini di Francia. Venne nominato dalla volontà popolare un Comitato che ben governasse per gettare le solide fondamenta della nostra Repubblica, un comitato per la salute della patria.

Fu così che, grazie a tempestive decisioni e all’audacia strenua dei cittadini chiamati alle armi, riuscimmo a difendere la libertà contro i nemici interni ed esterni. E come sempre, difendere la libertà, cittadini, implica versare molto sangue, beati coloro che nell’Età dell’Oro poterono pagare a poco prezzo, pur molto stimandola! E se ancora questo stato temporaneo di cose si protrae, non date ascolto ai detrattori della Rivoluzione, che dietro finte promesse di una rapida pace, celano l’inganno della controrivoluzione e del ritorno alla monarchia! Ed è proprio per dimostrare che ormai ci stiamo avviando verso la virtuosa strada della Repubblica e dell’uguaglianza che siamo qui riuniti per decidere la fortuna di un re.”

I fatti non si sono svolti cosi. Adesso non mi accusino i nostri delatori, nemici della patria rivoluzionaria, di compiere una pura opera di fantasia, infatti, come abbiamo scoperto, il tiranno, se avesse avuto abbastanza potere, avrebbe negato la convocazione degli Etats Generaux. Chi garantisce che questo tiranno infame, fatta salva la vita, non provi a distruggere l’opera virtuosa delle nostre forze? Nessuno.

E allora vi chiedo, cittadini, anche alla luce di ciò che vi ho prospettato, assolverlo o condannarlo? Assolverlo, facendo sì che ritorni in Francia anche la sua accolita di vili cospiratori, fuggiti all’estero e venduti allo straniero, servendogli armi, mezzi e uomini contro la patria? Non vi fate ingannare dalle misere promesse di un uomo che appare inerme e bonario, ma che in realtà è infido e traditore. Non fidatevi di un uomo che si dispera chiedendo cosa sarà dei suoi figli, se egli verrà condannato, ora che sua moglie è quasi sul letto di morte? Infatti, grazie al Comitato, essi verranno curati e allevati, non come figli di re, ma come figli di Francia, la madre più generosa e virtuosa a cui il popolo poteva affidarli.

Io dico piuttosto, cittadini di Francia, che noi tutti dobbiamo riflettere: mantenere in vita un re, anche se i suoi poteri sono stati delegittimati, un re che continuerebbe ad essere riconosciuto da molti non sarebbe dunque minare le fondamenta dell’uguaglianza e perciò della nostra Repubblica? E se ancora sopravvivesse in noi qualche indecisione sulla sorte di quest’uomo, la quale ci derivi dal ricordo del nostro passato e dall’amore per la storia patria (cosa poi del tutto improbabile poiché l’uomo rivoluzionario guarda sempre al proprio futuro di libertà), cittadini, riflettete: Ragione ci dice che non dobbiamo processare quest’uomo in quanto re, ma un re. Il re va processato non per le colpe della sua amministrazione, ma per il fatto di essere stato re. Non si può regnare senza colpa. Ogni re è un ribelle e un usurpatore e perciò io dico che l’unica soluzione è condannarlo.

Louis Antoine Léon de Saint-Just

2002 – scritto per il concorso del Ministero della Pubblica Istruzione “What if…?”

Giulietta & Giulietta

C’era una volta….Su quel Ramo del Lago di Como… ci sono tanti modi di iniziare una storia. La nostra iniziò così.

Satyricon @ 01-03.XX
Mi stai proprio sulle palle.

Klw-klw @10.03.XX
Credimi la cosa è reciproca.

Così è iniziata la nostra storia d’amore su una message board.
Mi chiamo Giulietta, un nome che odio, un nome da strapazzo, da commedia (ma voi mi correggerete dicendo che è un nome da tragedia, che deriva dal maestro Shakespeare e balle varie), non mi piace.
Mi chiamano Giuly, Titta o qualche stupido Tetta. Magari avessi almeno quelle.
Ho vent’anni e sono piatta come una tavola da surf. E magra come un filo di seta. Insomma, un cesso.
E chissenefrega. Buongiorno, mondo. Anzi, ‘giorno e basta, che di te e del 99% della popolazione mondiale non me ne importa niente.
Se non fosse per quel ridicolo, casuale 1% da un pezzo non sarei più qui. Sul serio, lasciando da parte le pose da emo-girl che vanno tanto di moda ultimamente.
Questo mondo fa schifo, non ho remore a dirle.
Peli superflui sulla lingua? Mai avuti.
Ma torniamo a quel che stavo dicendo. Vi voglio parlare di quel meraviglioso 1%. Della mia Giulietta, che non sono io.
Innamorarsi via Internet non è cosa fuori dal comune in questa “società di relazioni multimediali filtrate”.
Fanculo senza eufemismi. Rido alle vostre definizioni.
Klw-Klw, al secolo Giulietta. È diversa da me. È una piccola fata dalle dita sottili e lo smalto nero.

– Amore! – ti chiamo nel modo che mi viene spontaneo, ti abbraccio stretta a me, il mio cappotto nero che può contenerci tutte e due, mentre ti proteggo dal gelo e dalla nebbia di questa Torino così nemica.
Sono sei mesi che stiamo insieme, quasi un anno che ci conosciamo.
Tu mi sei piaciuta da subito, anche se non trovavo le risorse in me stessa per confessartelo. La tua allegria, la tua dolcezza abilmente dissimulata, la tua voglia di mordere la vita… ma senza farle troppo male.
Sei bella, Giulietta mia, hai lo splendore di un fiordaliso, qualcosa di raro che solo gli stolti oserebbero chiamare volgare.
Sei la regina indiscussa del mio giardino.
Purtroppo ci frequentiamo poco, tu abiti nella provincia di Alessandria, io studio a Napoli. Metà dell’Italia e collegamenti ferroviari schifosi ci separano.
Per fortuna, qualche genio ha inventato il cellulare, gli sms e le promozioni della Vodafone. E, grazie al cielo, i nostri scassatissimi portatili ancora ci rendono qualche servizio.
Ma tante volte mancano le strette reali, i baci, le carezze che filtrate dallo schermo perdono consistenza.
Non ho mai amato come amo te, Giulietta mia, non ho mai fatto l’amore con tanta intensità.
Tu sei la mia vita ed io non sto scherzando. Raccolgo dal grigio binario della stazione il tuo borsone multicolore. Non so come, sono riuscita a strappare un paio di giorni ai miei per stare con te. In teoria c’è uno spettacolo in città che stasera andremo a vedere.

Danno “Giulietta e Romeo” stasera, ironia della sorte. Io non ho realmente voglia di vederlo. E so che neppure tu ne hai. Nei nostri occhi c’è una luce demoniaca stasera, che trama una fine nuova per noi.
Io non voglio più vivere così, separata da te, col mondo che si frappone in mezzo.
Io che non posso dire a mio padre che ti amo, che non posso tenerti per mano mentre camminiamo nella piazza del mio squallido paese..
Non sai quante volte desidero farla finita…ma non potrei mai fare del male a te, Giulietta mia. Con decisione afferro la tua mano, è un gesto che mi dà una sicurezza infinta che non ho mai posseduto.
Accarezzo il tuo palmo attraverso il guanto di lana.
È fredda Torino.
– Devo renderti i soldi del biglietto. – ti sussurro, un pretesto per avvicinarmi a te e baciarti. Sai di buono come non mai.
– Non importa, amore mio. – mi rispondi e la tua voce è la voce più dolce del mondo.
Ci incamminiamo fuori, per Corso Alberto, mano nella mano, scambiandoci carezze e baci. Qui non ci conoscono e poi chissenefrega.
Io non ho paura. Non ne ho più.
L’unica cosa che mi interessa è stare con te, fare l’amore con te, stringerti e sapere che non ti perderò.
Per troppo tempo ho pensato che questo fosse un sogno impossibile… e pensare che all’inizio proprio non ti sopportavo. Avevo bisogno di farmi notare e tu sul forum mi rubavi in continuazione la scena.
Perché sei bella, amore mio, e intelligente e preziosa.
Odio quando gli altri tessono sottilmente le tue lodi. Io sono gelosa.
La prima volta che ti ho visto di persona e sorridevi, e tu mi avevi detto che non eri solita sorridere spesso, mi hai colpita al cuore.
Ti ho desiderata, ti ho amata dal primo momento. E ogni tuo gesto ha fatto crescere questa cosa.

Ti parlo dell’ultimo libro che ho letto, canto le lodi dello spettacolo che vedremo, mimando una passione che in realtà non provo per nulla.
Tante cose abbiamo in comune, io Giulietta e tu Giulietta: la letteratura, la musica, l’arte, i viaggi… e qualsiasi cosa racchiuda in sé anche solo un riflesso di bellezza.
Ma la mia passione più intima sei tu, Giulietta mia, sono i tuoi capelli biondo rossi, i tuoi occhi intensi dalla forma irregolare in cui adoro perdermi, sono le tue labbra che in poco tempo sono diventate così esperte nei baci.
Attraversiamo i portici ed io ti stringo forte a me, ci fermiamo, rischiando di cadere… Bacio il tuo collo, succhiando brevemente la tua pelle, lasciandoti un’impronta di rossetto alla ciliegia (è il tuo sapore, mi ricorda di te portarlo sulle labbra).
Dalla mia tasca tiro fuori una collanina, con un ciondolo che ho creato io. Ho deciso: sarà il nostro simbolo.
Se tu lo vorrai.
Tu ridi stupita, pieghi il collo in maniera graziosa e rivolgi lo sguardo verso il basso, poi sorridi.
– È bellissimo, Giulietta mia. – ed io non posso far altro che arrossire, perché tutte le volte che mi fai un complimento, le mie guance irrimediabilmente si tingono di rosso.
– Forse… forse… dovremmo pensare a trovarci un ostello per la notte. – propongo, senza convinzione. Io so che non ci voglio stare qui.

– Ok. – sussurro, ma cazzo non voglio. Ma non voglio dirti di no. Non voglio coinvolgerti nella mia follia.
Voglio morire con te stanotte.
Non sto scherzando, voglio morire, tra le tue braccia e non è una metafora per chissà che cosa. Voglio solo morire.
Non ci voglio tornare in quel paese di schifo, in quella cazzo di casa, dalla mia fottuta famiglia. Non sopporto di separarmi ancora una volta da te. Voglio morire e tu mi seguirai, oh, sì.
Perché so che anche a te pesano le attese infinite, pesa la mia assenza. Anche tu senti questo dolore.
Resti e non ti muovi, non tiri fuori la cartina.
– Amore? – ti chiedo. – E se noi a quello spettacolo non ci andassimo proprio? – Il tuo volto si illumina di malizia.
– Potremmo rivendere i biglietti… facciamo ancora in tempo. – Amo la tua follia, così nascosta, ma allo stesso tempo sconvolgente. Troveresti il modo di farci andare sulla luna. Mi aggrappo a te, mia ancora di salvezza. – Vieni. – mi prendi per mano con delicata fermezza e mi trascini davanti al teatro… Non ho idea di come si vendano dei biglietti, ma confido che troverai una soluzione.
Decisa entri nella hall tappezzata di rosso… non so perché, ma stasera questo lusso mi nausea… io voglio solo morire con te…
In poco tempo, affabile contratti con lo stupito commesso della biglietteria, io non ti ascolto, il tuo viso si fa pallido… ed è la cosa più dolce del mondo… ma poi, non so come, grazie alle mille risorse che tiri fuori, riesci ad avere indietro dei soldi.
Ti allontani, trattenendo il riso, ed è la cosa più dolce del mondo.
– Non voleva farlo, ma poi gli ho detto che mia nonna si era sbagliata, mi aveva regalato i biglietti due volte… –
– Che scusa cretina. Che pollo del cazzo! – sbraito, prorompendo in una risata. Ma intanto abbiamo i nostri cento euro.
Fuori ha cominciato a piovere.
– Ti va una tazza di cioccolato? – ti chiedo. Le punta delle dita stanno cominciando a farmi male per il freddo.
Devo trovare un modo di dirtelo… come faccio a dire che voglio morire con te?
Ho già programmato tutto. Troveremo una stanza di albergo. Faremo l’amore, fino allo svenimento, finché saremo stanche di essere felici, finché i nostri corpi chiederanno pietà.
Poi ci abbracceremo, nude sul letto. Io taglierò le vene a te e tu a me, e fonderemo il nostro sangue. Moriremo in un abbraccio e non sarà fredda la morte, sarà calda. E romantica. E piena d’amore.
Snatureremo anche lei, in un tripudio di sangue.
– Giulietta, ti amo. – ti ripeto, con voce squillante, mentre mi conduci sotto la pioggia freddissima per le viuzze intricate del centro, finché non troviamo un caffè carino e appartato.
– Ti amo. – mi baci, la commessa si volta, tu hai le labbra congelate, regina delle mie nevi. Ordiniamo cioccolata e biscotti e ci sediamo nel tavolino più in penombra di tutti.
Stanotte morirò con te, Giulietta, è deciso.
Prendo la tua mano che poco conserva del calore della tazza rosa. Rosa… io odio il rosa.
– Amore? –
– Dimmi… – Rischio nuovamente di perdermi nei tuoi occhi troppo belli.
– Voglio morire con te, stanotte. – mi guardi stupita, per metà sorridendo.
– Ti amo. – mi dici, a cuor leggero e mi baci, lasciandomi un po’ di zucchero a velo sulla lingua.

– Forse… tu non mi hai capita. – Queste tue parole sono un pugno nel petto. Ti afferro una mano e la porto al mio cuore.
– Non ti ho capita? – ti guardo incredula, scostandomi dagli occhi la frangia nera, come se questo mi concedesse un po’ di chiarezza.
– Io voglio veramente morire con te. Nel senso letterale del termine. – Stringi la mia mano, devi avere capito da come si sono irrigiditi i miei muscoli che l’idea non mi piace. Per niente. – Pensa a come sarebbe bello… non dovremmo preoccuparci più di niente, saremo sole io e te fino all’ultimo. Io taglierei le tue vene e tu le mie e mescoleremmo il nostro sangue… – mi alzo accondiscendente a darti un bacio sulla bocca.
– Perché vorresti farlo, amore mio? – I miei occhi limpidi esigono una risposta sincera.
– Perché.. .perché… – mi guardi spiazzata, come quando stai per dirmi una verità profonda che forse neppure tu afferri a pieno.
– Perché non ce la faccio più… – sussurri, sull’orlo delle lacrime. Ho imparato a conoscere i tuoi pianti, sono la cosa più dolce al mondo, eppure mi spacca il cuore. Mi alzo per venire a stringerti e sussurrarti che ti amo in un orecchio. – Non voglio vivere così, non voglio stare senza di te… mi è insopportabile… Allora meglio la morte… se è con te. – Con dignità estrema ti invito ad alzarti, come iniziando uno dei nostri valzer senza musica.
Saldo il conto, senza parlare, la mia mano sinistra sempre allacciata alla tua.
– Vieni con me, amore mio. – mi segui, affidandoti alla mia mano, stranita, senza parlare. Mi incammino sotto la pioggia che ormai è nevischio, su per il corso, di nuovo verso la stazione, sotto lo sguardo troppo severo dei palazzi ingrigiti. Tu parli soltanto quando finalmente conosci la strada.
– Dove andiamo? – ti bacio sotto l’enorme orologio che batte le cinque.
– Ti fidi di me? – ti chiedo, stringendoti forte. Sei tutta bagnata.
– Sì. – mi rispondi. Ti lascio nella hall della stazione promettendoti con gli occhi che ritornerò. Posso capire la tua paura.
La coda alla biglietteria è interminabile, noi abbiamo fretta.

Dove sarà andata? Dov’è? Perché è comparsa, così all’improvviso? Dovevo seguirla… ma non l’ho più vista, è sparita fra la folla… amore, amore mio dove sei… mi manchi.
Non mi lasciare sola un altro minuto, ti prego… non mi lasciare io muoio…
Non sarà… non sarà mica andata a buttarsi sotto le rotaie del treno…
Amore… è colpa mia, col mio parlare ossessivo di morte? Che ti ho fatto, amore…
– Amore, amore… mi hai fatto paura, cazzo! – ti grido, gettandoti addosso la mia angoscia. Rapida mi baci, mi prendi sottobraccio e cominci a correre. E corriamo, insieme, urtando i passanti. Rischi un paio di volte di inciampare, ma non ti arresti. Corriamo, veloci lungo un binario.
Un treno è fermo. Partiamo? E per dove? E per cosa poi?
– Forza. – mi dici, con un piede già sulla predella. Mi tiri su, quasi di peso. Il treno bianco a vedersi è stramo, odora di nuovo… I vagoni sono divisi a scomparti, sopra il biglietto controlli i numeri. Entriamo: sono cuccette.
Mi sbatti sotto gli occhi increduli i due biglietti Torino-Paris Bercy.
Ho voglia di piangere. Di gioia. Ti abbraccio forte, cerco le tue labbra. Questa cuccetta sarà la nostra casa provvisoria.
Il treno fischia, il treno parte. Con mano esperta chiudi la porta della cuccetta.
– Ci siamo solo noi due. – mi provochi, oscurando le tendine. Piano piano mi tolgo le scarpe, buttandole sotto la cuccetta. Chissà quante persone hanno dormito su questo letto.
Chissà quante persone hanno pianto… o hanno fatto l’amore prima di noi qui.
Ma per loro non era importante come lo era per noi.
Tu come sempre inizi i giochi.
Iniziano con le tue mani che giocano coi miei capelli, che mi sfiorano le labbra.
Adoro quando ti spogli davanti a me… Sei bella, oh sì, cavolo se sei bella. Mi sfiori ed io non posso fare a meno di sentirti qui.
Di sentirmi viva, quando la tua lingua sfiora la mia, quando riempi il mio corpo di tremiti e carezze…
So come andrà a finire e non potrei prevedere un migliore happy-ending, quando mi distendi con delicatezza sulla cuccetta, appoggiando il tuo piccolo peso sopra di me.
– Ti amo. – mi sussurri, un attimo prima di sprofondare in me.
– Ti amo, Vita mia. –

2009

Un giorno al comune

Il Funzionario comunale

Oggi sono felice. Sono sempre di buon umore quando, invece di stare ad ammonticchiar grigie scartoffie nel mio ufficio comunale, posso celebrare una bella cerimonia di nozze. Il comune non mi paga che un piccolo gettone in più, ma non mi interessa. Mi piace godere del volto radioso delle giovani coppie che vengono a sposarsi, curiosare nei loro vestiti, ammirare come rendano meno burocratica la sala del comune. Mi diverto a cogliere i sorrisi degli amici, a volte dolci, a volte di scherno, il piccolo granello di invidia e di incredulità negli sguardi delle suocere, la gelosia di padri (quando ci sono).
Mi sento importante a fare qualcosa che solo pochi altri possono fare, mi sento privilegiato. E poi spesso gli sposi sono gentili, mi invitano a brindare con loro, mi offrono un pezzo di torta. Dei miei matrimoni, dicono le statistiche, ne fallisce meno di quelli celebrati in chiesa. Sono speciali.

La Fiorista

Blu come il cielo che avvolgerà la prima notte di nozze, su, roselline d’Olanda, tutte al vostro posto, le corolle ben dritte. Non capita spesso di usarle, sono care e poi la gente ha scarsa fantasia, per i matrimoni preferisce solo il bianco delle rose e il rosa tremulo delle gardenie. Questo matrimonio, invece, mi riempie di soddisfazione. In mezzo al blu, trecce di giglio candido, a smorzare l’oscurità poco adatta per una festa diurna. E al centro sul tavolo che farà da altare, il mio orgoglio di composizione: quattordici roselline di sera, di sette colori, accoppiate in ordine inverso e allacciate con un nastro dorato. Sette ore ho impiegato per questa sorta di composizione astratta, un arcobaleno in una notte trapuntata di nuvole bianche, oppure un sorriso multicolore su questo tavolo di triste castagno.

La Sposa

Sono felice, felicità occhi di bimba che contempla il mare luccicante per la prima volta. Mia Amatissima Lei, vorrei raccontarti che la prima volta che il mio sguardo ha incrociato il tuo ho capito che sarebbe stato per la Vita e per l’Eternità. Invece a malapena ti avevo notato, perchè eri Bella, perchè possedevi il dono del silenzio come solo chi Sa. Il nostro Amore è cresciuto come torrente montano da una bella fonte vulcanica, a volte ci sono state estati siccitose, ma poi, sempre grato, è tornato settembre con le sue piogge ristoratrici. E adesso danza in un’eterna primavera. E’ come se vivessi nella continuità di un sogno e mai mi svegliassi. E niente riesce a trubare quest’estasi profana.
Non pensavo che due firme su un pezzo di carta potessero avere così tanto valore.

La Testimone della Sposa

Rido a golsa spiegata! Sono contenta di una gioia immensa: “Congratulazioni ragazze!”. Mi sa che oggi piangerò io più dei genitori. Non c’è niente di più grato che vedere i propri amici felici e fortunati.
“Ciao, stronza! Ma come sei bella oggi!” mi apostrofa ridendo l’altra testimone, è felice anche lei. E come potrebbe non esserlo? Ogni invidia è bandita per oggi. Arriva la gran folla degli amici e qualche parente dalle larghe vedute o semplicemente curioso.
Contemplo le fedi nella mia mano, lucciano al sole e sorridono anche loro. Un’amica in un angolo della stanza scalda con accordi storti il proprio violino.
Ma ecco incantevole avanza l’altra Sposa.

La Sposa

Amore, amore mio, amore incantevole! Sogno dei sogni, finalmnte il gran giorno che non avrei mai sperato di vedere!
Tutto sarà perfetto, come la luce di questo sole pallido, ma caldo. Amore mio, Mia, Mia Sposa e Mia compagna! Attraverso la sala, saluto le amiche e gli amici, rido e scherzo come forse non ho mai fatto.. Che bello questo calore viscerale, questa ebbrezza salvifica.
Ho voglia di ridere a gola spiegata!
Non vedo l’ora che sia stanotte, non vedo l’ora di essere sola con Te, finalmente Tua, sempre Tua, questa notte come le altre notti e comunque speciale, barocco, esaltata e ad ogni modo Nostra.
E Tu Mia. Di qui all’Eternità.

2009

Sybilla


Nam Sibyllam quidem Cumis ego ipse oculis meis
vidi in ampulla pendere, et cum illi pueri dicerent:
Σίβυλλα τί θέλεις; respondebat illa: άποθανεΐν θέλω.

(Petronio)

La trascinarono lì con la forza, lei non voleva entrare nell’orrido antro dove avrebbe passato il resto dei suoi giorni.
La lasciarono sola all’ingresso di quella grotta umide, casa di ragni e salamandre che puzzava di Ade.
Si specchiò nel lago stagnante.
Fuori l’upupa annunciava la fine del giorno in quella landa desolata. I rami dei salici piegavano le loro dita di morti verso lo specchio putrescente.
Una luce pallida e sulfurea andava a morire da qualche parte ad occidente, lontano da quel regno.
La donna vide la sua immagine riflessa, era una se stessa diversa.
Le bianche bende sacerdotali erano lacere e cosparse da polvere vetusta, sembrava l’immagine di una sposa orrifica.
Il volto inquieto era deturpato da rughe profonde, un porro sgradevole le adornava il mento come una gemma ctonia.
Non c’era più bellezza di grano nei suoi capelli, solo qualche sparuto ricciolo mortuario, ingrigito dal tempo.
Le ritornavano a mente i versi di quel poeta che dice “la vecchiaia è oscena” e mai quelle parole l’avevano così colpita nel profondo.
Sentì vicino l’odore della putrefazione e della morte, i suoi occhi profondi divennero opachi e spenti.
Si sentì lacerare la pelle, sentì dolore indicibile come se una forza maligna le si fosse insinuata tra le gambe.
Anche così, inginocchiata sulle rive dell’Averno, si sentiva scivolare stordita. Firse scivolò distesa, la benda nella mano sinistra a sfiorare quel liquido ferale.
Il dolore si fece più intenso, le prendeva il ventre e la paralizzava.
Assomigliava alla paura nei racconti che le sorelle più grandi si confidano in segreto dopo la prima notte di nozze.
“La morte mi coglierà.” Gridò, ma le parole vennero fuori indistinte e confuse.

Furono i sacerdoti a raccogliere la Apenninica, nuova sibilla cumana, dopo il suo primo vaticinio e a riportarle nella sua cella nel tempio, coprendola con una coperta ruvida e lasciandole pane, fichi acqua per rifocillarsi.
Al suo risveglio Appenninica capì di essere appena entrata nel regno di Ade.

2009 (vincitrice del contest della community Fuoco_dal_cielo)

Precipitevolissimevolmente

Era bella, i pantaloni troppo grandi legati in vita da una cintura colorata, il maglione rovinato dalle tarme. Abbassò lo sguardo quando mi avvicinai, come se si vergognasse per quel suo stato dimesso, ma consono alla situazione di disagio in cui ci saremmo trovate a lavorare.
Avanzammo diligentemente per i corridoi bui, accompagnate dal direttore del museo, venuto a sporcarsi le mani nel fango in prima persona.
L’alluvione aveva cambiato il volto del centro di Firenze. Dello splendore che fino a pochi giorni fa rendeva famosa nel mondo la culla del Rinascimento, solo deboli bagliori riemergevano a poco a poco, mentre l’acqua si ritirava per lasciare posto a fango e detriti.
In centro regnava il caos assoluto: adesso che le strade erano nuovamente accessibili, pur nella massa confusa di residui della piena, la gente cominciava a tornare per contare i danni e ricominciare a vivere.
Molte case del centro erano state devastate dall’acqua. Gli ultimi piani aprivano le finestre per ricominciare a respirare approfittando di qualche pausa nel tempo poco buono e uggioso di Novembre.
Ogni cosa era intrisa di odore di muffa e di morte.
Centinaia di ragazzi come noi, provenienti da mezza Italia, erano venuti a dare il loro contributo per salvare la città e farla rinascere da quel disastro imprevisto. I loro sforzi erano stati dirottati alla Biblioteca Centrale, dove migliaia e migliaia di volumi erano stati investiti da tonnellate d’acqua.
In qualche modo mi sentivo privilegiata: il mio lavoro di restauratrice mi era valso un compito diverso dagli altri e in qualche modo più nobile, dedicarmi alle tele allagate nei magazzini degli Uffizi.
Mi ero preparata psicologicamente allo spettacolo straziante cui i miei occhi avrebbero dovuto assistere: centinaia e centinaia di quadri considerati “minori” bagnati, incrostati e sudici. Preziose opere di pazienza a rischio di svanire, colori sciolti come un arcobaleno riflesso in una pozza.
– Come ti chiami? – mi chiese la mia compagna, intimidita, con un accento che denunciava la sua provenienza straniera.
– Elisabetta. – le risposi, cercando di sorridere. – And you?– le risposi, sfruttando le mie conoscenze universitarie, pensando di metterla a suo agio.
– Anne… Anna. – un piccolo sorriso lasciò due graziose fossette luminose sul suo volto dalla pelle troppo bianca.
Gli scantinati erano ancora molto umidi, non c’era che pochissima luce che filtrava dagli alti lucernari. L’impianto elettrico era saltato completamente. I muri urlavano ancora fradici, l’odore di muffa era insopportabile.
Per tutto il resto del tempo non parlammo più, immerse nel dolore decadente di quei quadri semi-distrutti.

– Sei tutta bagnata e sporca di fango… Non vorrai tornare a casa in queste condizioni. – le feci notare. – Se vuoi possiamo andare da me e così potrai telefonare a qualcuno che ti venga a prendere. – le offrii.
– Sono scesa da Fiesole a piedi. Posso tornare su a piedi. – Di nuovo un sorriso debole, stavolta indirizzato a me direttamente. – Grazie. – Mi prese la mano nella sua. Nonostante le ore di lavoro nell’umido, le sue mani erano ancora lisce e dolci.
– Non ti lascio tornare fin lassù a piedi con questo buio. – Non so perchè sentii l’impulso di essere protettiva. – Possiamo andare a casa mia, potrai farti venire a prendere lì. –
– I miei ospiti non hanno la macchina. – rispose con un sorriso timido.
-Allora dovrai aspettare domattina. Però puoi chiamare, adesso i telefoni dovrebbero funzionare. – Fece cenno d sì con la testa e ci incamminammo di buon passo verso le cure. Fortunatamente la nostra casa era sulla collina e l’acqua aveva fatto danni solo in cantina.
– I miei non ci sono, stanno accompagnando mia nonna in campagna… Nonna abitava in centro, la casa è rimasta isolata per parecchio… fortunatamente sta ad un piano alto e sta ancora bene. – Lei mi stava ad ascoltare docile, ogni tanto il mio sguardo incrociava il suo.
Giustificandomi col dover praticare la lingua inglese, cominciai a raccontarle della mia famiglia, di mio fratello ormai sposato e del mio fidanzato, Michele, che presto avrei sposato, terminati gli studi.
Lei sembrava incantata dal mio racconto, non riprese mai il mio accento troppo fiorentino.
– Scusami se ti ho annoiata. – arrossii, timida.
– No, affatto. – mi rispose in buon italiano.
– Dimmi qualcosa di te. – le chiesi, nuovamente in inglese. Lei cominciò a parlarmi, in un italiano fluente, della sua famiglia, della madre aspirante pittrice che era finita ad insegnare Storia dell’Arte in una città della Cornovaglia per amore di un giovane meccanico e come avesse scelto di concedere alla figlia minore le possibilità che lei stessa si era negata.
Anne era un’artista o, come si definiva lei, “un’amante del bello”.
– Io vedo il bello in tutte le cose: nelle foglie che cadono sull’asfalto, nell’acqua che distrugge, nei tuoi occhi limpidi. – sussurrò, quasi tra sé e sé. Mi accorsi che, fissa davanti alla porta di casa, la guardavo incantata.
Mi accarezzò la schiena dolcemente.
– Mi fai entrare? – mi chiese. Cercai le chiavi e le infilai nella toppa. Per fortuna la luce era tornata. Salimmo le scale , non mi fidavo a prendere l’ascensore con una possibilità d blackout.
– La tua casa profuma di buono… di casa – sussurrò, entrando con discrezione. Andai in camera per prendere dei vestiti puliti dall’armadio, sperando che le stessero bene, nonostante fosse più magra e slanciata di me.
Lei rimase in corridoio, curiosa di ogni singolo quadretto che mia madre vi aveva diligentemente appeso.
Le sue guance bianche si erano imporporate di un delicato rossore.
– Vieni… – la invitai in bagno. – L’acqua adesso dovrebbe essere calda. – Socchiusi la porta e annunciai che avrei preparato il caffè.
Mi tolsi i vestiti bagnati e infangati.
– Elisabeth… – mi sentii chiamare con timidezza.
– Arrivo subito. – Sentirmi chiamare in una lingua diversa dalla mia mi fece sorridere. Iniziai a sognare.
Spensi il caffè e lo versai meticolosamente nelle tazzine: fumava e aveva un odore pastoso.
Mi precipitai a passo svelto in bagno, aveva già aperto la porta… per fortuna. Scivolai sul pavimento umido e andai a sbattere contro il suo piccolo seno morbido.
Aveva la pelle morbida, odorava di latte caldo.
Mi accarezzò il mento con l’indice e mi baciò delicatamente, morbida come un pezzo di cioccolata lasciata a stemperarsi.

Che nuova dolcissima follia era quella?
Io, sempre così pacata… sempre così razionale…
Perché all’improvviso mi faceva piacere qualcosa che non si poteva fare e neppure nominare?
Qualcosa che era proibito, sbagliato, forse…
Non che col mio ragazzo fossimo rimasti casti per tutti questi anni… ma era diverso.
Si ha il dono di una stupida ingenuità a vent’anni.
La baciai tra le clavicole, ogni mio gesto era spontaneo… improvvisamente la desideravo. Era come se avessi trovato qualcosa di desiderato che mi era stato nascosto da sempre.
Sul mio letto mi cullò come tra le onde del mare, mi sembrò di stare tra morbide nuvole profumate… La realtà non esisteva più. Esisteva solo l’assoluto delle sue carezze, dei baci dati e ricevuti…
Imparai qualcosa di nuovo dalla sua lingua e dalle sue dita… qualcosa che sapevo non avrei mai dimenticato.
Il caffè rimase a freddarsi nelle tazzine, riducendosi ad un’amara melma, simile al fango che avevamo tolto quella mattina e che ci avrebbe accompagnato per i giorni a venire.

E adesso che mi trovo a scrivere di quei giorni e di tutta la confusione che ne seguì, sfruttando la mia insonnia da vecchia, quando bevo il caffè mi viene ancora in mente il suo odore.

 

26 maggio 2008


Una favola diversa

Questa è una favola diversa. O forse no, mio caro lettore.

C’era una volta una bellissima principessa.
Come tutte le principesse delle favole che si rispettino, questa principessa era bellissima: aveva lunghi capelli neri lucenti che le circondavano la figura perfetta, i suoi occhi erano dolci e capaci di incantare chiunque li guardasse. Aveva labbra fini e sensuali e la sua voce era soffusa come l’armonia di un violino.
Non era prigioniera di alcun drago, né aveva una matrigna cattiva che la tormentasse ed era circondata da nobili amiche che le volevano bene.
Amar era il nome della nostra principessa.
Penserai che questa sia una storia banale e poco interessante e probabilmente avrai ragione. Ma se avrai la pazienza di stare ad ascoltare, te la racconterò comunque.
Dunque Amar viveva nel suo reame incantato.
Una cosa non ti ho detto. Amar e la sua corte non vivevano sulla terra, poiché la nostra principessa era la Principessa di tutte le acque. Ma non per questo Amar era infelice: il suo mondo le piaceva e ci stava bene.
Il suo reame era proprio come tutti gli altri reami: vi erano città e villaggi, foreste e vasti prati. La gente era varia come quella della terraferma e c’erano tanti animali, anche se naturalmente erano animali acquatici.
Il suo castello era ancorato sul fondo del mare, costruito di coralli e madreperla, alto e scintillante come la luna.
Amar amava passeggiare per quel regno sconfinato, stupirsi dell’infinità di storie che le alghe sanno raccontare quando passeggiava da sola nelle praterie di posidonia, o semplicemente si mescolava alla gente comune in giro per le molte città del regno.
Non mancava mai di ricambiare un sorriso, per quanto fosse timida, ed i suoi sguardi erano sempre benevoli. I suoi passi non gravavano mai tropo sul suolo, erano leggiadri e le vesti leggere sfioravano appena l’acqua attorno a lei.
Era una presenza che passava quasi inosservata per la sua delicatezza, solo il suo profumo dolce e lo scintillio del suo sorriso avvertivano del suo passaggio.
Altre volte si dilettava in compagnia delle sue amiche a ridere e a scherzare, proprio come qualsiasi principessa.
Eppure… Amar desiderava ancora qualcosa. Amar sognava l’amore.
Vedeva intorno a sè tanta gente che si innamorava o che soffriva per amore. Ascoltava i sogni delle sue amiche per quel bel paggio che passava veloce per i corridoi del castello, o sua sorella che piangeva per un amore finito.
Ma pareva che il destino non le avesse riservato questo dono.
Qualche volta era stata innamorata, forse, ma sembrava che ogni volta fosse tutto sbagliato, si innamorava di occhi che non la guardavano, di mani che non volevano sfiorarla.
Quei volti che aveva osservato da ontano o a cui si era alle volte avvicinata timidamente piano piano svanivano nella memoria come ricordi dolorosi.
Ormai erano passati i tempi in cui piangeva guardandosi allo specchio e chiedendo ai riflessi della luna perchè il suo destino era di rimanere ignorata.
La mancanza d’amore era diventata una malattia che pian piano faceva perdere di lucentezza ai suoi occhi. Era sempre bella e probabilmente tale sarebbe rimasta, ma chi le stava accanto si accorgeva che i suoi sorrisi erano meno scintillanti man a mano che il tempo passava.
Avevano provato a presentarle giovanotti prestanti o delicate signorine, ma poi alcuno di loro era stato in grado di rendere le sue mani meno fredde.
A volte, nelle nottate solitarie, rimaneva sveglia nella sua stanza, guardando il paesaggio freddo e addormentato dalla grande finestra e sognava ad occhi aperti, canticchiando qualche canzone d’amore perduto tra le labbra:
“Wish you were here, my countryman, wish you were here…”

C’era una volta un cavaliere molto speciale. Sì, lo so, adesso mi dirai che non ho finito la favola precedente. Ma abbi ancora un po’ di pazienza, per favore.
Stavo dicendo.. questa cavaliere era molto speciale. Aveva un’armatura di argento lucente che scintillava come i raggi della luna e la sua spada era fida e potente ed aveva ucciso molti draghi e altri mostri.
I suoi occhi erano grandi e luminosi e dentro il suo petto batteva un cuore generoso.
Il suo nome era Avel, come la tramontana di Bretagna e al pari del vento il nostro Cavaliere era di sesso femminile.
Non per questo Avel era biasimata dagli altri cavalieri o non veniva riconosciuto a lei il suo coraggio ed il suo onore, anzi la sua particolarità la rendeva ancora più eccezionale.
E tuttavia la sua storia non prevedeva un lieto fine. Si sa, alla fine delle dure prove, quando il drago è stato sconfitto c’è sempre una Principessa ad attendere col cuore trepidante il suo cavaliere liberatore.
Ma per uno strano scherzo di un bizarro scrittore, nessuna principessa aveva atteso la nostra Avel, ma soltanto una maga molto potente ma di origini poco nobili quanto il suo cuore nero.
E così Avel, da cavaliere libera che era, si era trovata schiava per amore degli occhi intriganti della bella maga a sottostare ad ogni tipo di umiliazione, ad abbandonare le armi ed il cavallo e a dover imbracciare la poco nobile scopa.
All’ìinzio le cose parevano andare bene, la maga chiedeva spesso ad Avel dei favori, ma le era riconoscente con tutte le dolcezze piccole e grandi che solo gli amenti sanno usare.
La Maga teneva Avel ai suoi capricci, le comandava di svolgere le mansioni di casa, di andare a raccogliere i fetidi ingredienti per gli incantesimi in lunghi e umilianti pellegrinaggi per le paludi. E se all’inzio in compenso di tante fatiche c’erano stati baci e carezze, ben presto era subentrato un distacco maligno.
E tuttavia Avel non riuciva a sottrarsi da quella schiavitù per quel filtro potentissimo chiamato amore.
Una sera Avel ritornò prima del solito da uno di quegli orribili viaggi, contenta di essere riuscita a procurarsi più in fretta di quanto sperasse le vesciche di rospo velenoso che la sua maga desiderava con tanto ardore.
Sapeva bene che se non le avesse portato quelle maledette trenta vesciche non avrebbe avuto neppure un saluto da lei…ma con tanto bottino e così in fretta trovato, sperava almeno in un grazie gentile.
Tutt’altro fu quello che le si prospettava davanti: la Maga non l’aspettava affatto, anzi fu piuttosto secata di vederla tornare così presto.
Avel la trovò che si stava divertendo, nel loro letto ormai vuoto da tempo, con un’altra maga della sua specie.
La Maga strappò di mano ad Avel il sacchetto col bottino e le disse:
“Credevi che avrei avuto ancora bisogno di te? Che me ne faccio di un cavaliere io? Non ne ho mai voluto uno.“ e così le chiuse la porta in faccia e la serrò con i chiavistelli, sperando che non tornasse.
Per la prima volta il cielo vide un Cavaliere piangere.

Ma che diamine di favola è questa, dove ogni cosa sembra andare alla rovescia? Dove i buoni non sono felici ed i cattivi se la ridono alle loro spalle?
Se non lo hai ancora capito questa è una favola diversa. O forse no.

Avel pareva essere impazzita dal dolore, piangeva senza sosta. Il cuore le brciava come se lo avessero dilaniato a morsi dai lupi. Ossessive le immagini di quell’ultimo incontro con la sua amata le tornavano in mente e le sembrava che la sua vita non avesse più un senso in quella terra.
Nessun mostro da uccidere, non più una spada anche solo per conficarla nel suo cuore, nessun cavallo per scappare. Pareva che non le rimanesse neppure un posto dove andare. Errò ancora per giorni lungo boschi e colline, senza riuscire a prendere sonno e senza fermarsi.
Il dolore si attenuava i ricordi diventavano un vuoto apatico che non lascia spazio neppure alla disperazione. Fu così che una mattino di uggiosa pioggia Avel si lasciò andare sfinita nel fango del fiume.

Io ti avevo avvertito che questa era pur sempre una favola, lettore.

Amar passeggiava sperduta per i prati verdeggianti del suo regno, da sola. Ormai aveva imparato a sfogare nella solitudine la sua miseria… tanto chi nell’acqua poteva accorgersi delle sue lacrime? Ogni tanto alzava la testa dove l’acqua lasciava filtrare i raggi dorati del sole e rimpiangeva il giorno in cui era venuta al mondo per un simile destino. Mentre camminava con la testa in alto, presa nelle sue maledizioni, urtò contro qualcosa che ostacolava i suoi passi e vi inciampoò
“Scommetto che questo non succede alle altre principesse. Adesso anche la mia terra si prende beffe di me.” Ma non era la terra, bensì il corpo esanime di una fanciulla dagli abiti strani.
Amar si accucciò con grazia accanto a quella creatura bizzarra, che pareva dormire un sonno infinito.
Senza sapere bene il perchè, provò l’istinto di accarezzare quelle guance così rosee e fini, come non ne aveva mai viste fin’ora.
Avel aprì gli occhi e si spaventò…nelle grinfie di quale maga ancora più potente poteva averla gettata il destino stavolta?
Incrociò lo sguardo puro di Amar e ne rimase incantata.
-Tu devi essere una Principessa…- sussurrò, incredula.
-Io sono Amar, principessa delle Acque e questo è il mio regno.- rispose con cortesia chè le sue parole parevano miele di rose”E tu chi sei, mia inattesa ospite?”
“Mi chiamo Avel, sono un cavaliere della Bretagna, mia splendida Principessa. Non so come sono arrivata fin qua. Ricordo soltanto che ero sfinita dal pianto…e poi ho visto te.”
“E perchè piangevi, mia bellissima Cavaliere? Un drago opprime la tua bella?” chiese, quasi con una punta d’invidia.
“Il destino mi ha giocato un brutto scherzo…io non ho nessuno che mi attenda.” Avel abbassò lo sguardo, imbarazzata.
Amar le prese gentilmente la mano.
“Allora non avrai niente in contrario se ti porterò a visitare il mio acquatico regno.”
Fu così che Amar condusse Avel attraverso le città dei Coralli, mentre gli abitanti guardavano la loro principessa sorridere per mano alla straniera. Attraversarono i campi sterminti della Posidonia, i cui ciuffi erano tornati a splendere di un bel verde smeraldo. Andarono a vedere i raggi della luna filtrare dalle scogliere vicino alla superficie.
Mai le loro mani si lasciavano, ed erano diventate calde.
“Torneresti a palazzo con me?” le chiese Amar dopo tanto pellegrinare, impaurita che Avel la potesse lasciare. In fondo, un cavalier ha bisogno di coninua avventura…
“Tutto per te, mia adorata.” Così partirono alla olta del castello che non sembrava essere mai stato più vicino.
Le amiche di Amar furono stupite e gioiose di vederla tornare: quasi non riuscirono a riconoscerla tanto era cambiata òa loro Principessa.
E non domandarono niente quando videro Amar e Avel baciarsi nel giardino della reggia, sotto un albero di perle cristalline, ma si limitarono a sorridere felici.
Io non so dirti la fine di questa favola, mio paziente lettore che fin qui mi hai seguito, se non augurare che l’amore trionfi, almeno per un po’.

Alla mia Principessa. Pisa, 28/04/2008


Meadows of Heaven ch.1

As the sun was setting down, they have already reached the end of the walkable path along the river.
They did not talk all along the way, acknowledging each other presence just by the random and brief touch of their hands.
Still, there was some sort of tension between them or perhaps just some embarrass that even the unusually nice weather and the smell of elderflower could not dissipate.
It was strange being in that same place all those years after, together again.
A crow lifted his dark figure in the air and the wind shook some bushes; the younger, Matt -he didn’t consider himself so, he had just stopped to count his years long ago- faltered, trying to avoid the mud. The other one took him by the elbow, trying to sustain him.
Suddenly he was like they were starting to be each other’s love again, even if that was rather one of the place were their love has faded away.
Some kind of love are born in the city, they are not made to live in a silent country town.
A light tear found her way amongst the unshaved chicks of Dennis.. why after all it was all so sweet again? And the tenderness was again the bitch to blame, that liar who suffocated their passion long ago.
Matt reached him closer, embracing him, still keeping his distance and saying nothing.
They both sat on the grass, without urgency, Dennis bravely drawing Matt’s profile with his fingers in a silver wait.
Matt aggressively pulled him towards him, grabbing his curls in his fist.
They shared a foolish kiss, bringing back both the passion and the pain left somewhere in the meadows in a past grey spring.
Perhaps only the river knew if under the ashes there was still a tiny flame.

Ce n’est pas possible


Ce n’est pas possible.

Stai sudando. Il buio della tua stanza è diventato oppressivo. O forse è colpa del caldo, delle coperte. Sudore, lacrime, sospiri e affanni. Oh non tuoi, di un sogno. Uno strano sogno. Entro nella tua testa. Là dentro il buio di un sogno nefasto.

L’atrio è buio, odore di cera e candele. Le mani tremano stringendo il bicchiere. La livrea nera risplende traslucida.

-Non dovrebbe essere difficile.- ti dici, senza riconoscerti.

-Tu lo devi fare e ce la farai.- E’ un angelo quello che sta parlando. Un angelo biondo. Via, su, siamo più razionali, gli angeli non esistono. Non per te, che forse non credi fino in fondo neanche a Dio. E’ una donna, no, un uomo, no un essere. Un’entità sconosciuta i cui occhi brillano come lugubri diamanti. C’è un elemento di disturbo, un quid indefinito, in quei due pozzi profondi. Come un lago dalle acque troppo limpide, non pensi mai di poterci annegare. Non credi mai di poterti perdere. Non credi che sia al di sopra delle tue possibilità. La creatura ha una voce che stona. Acuta e profonda allo stesso tempo. Ambigua, come un sogno. Così come ti immagini la voce di Narciso.

-Sei proprio sicuro che eliminando la regina elimineremo anche il re?-

-E’ come un gioco di scacchi.- parla sommessa la “cosa”- Se la regina viene mangiata, è scacco matto.-

-Non è matematicamente certo.- obbietti, freddo, matematico e razionale come sempre.

-E’ più che probabile. Non hanno più pedoni candidi.-

-A volte non ti capisco.-

-Non devi capirmi.- con le mani bianche e sottili versi il contenuto di una fiala nel bicchiere. – Di’ che lo manda il dott. Larsonne.(#)- Il liquido chiaro sembra acqua.

-Io.. non sono tanto convinto.-

-Sai anche tu che non è piacevole uccidere la gente. Però è necessario.-

-Per la Repubblica- aggiungi, incredulo.

-Per i francesi.- precisa l’essere. – E poi ricorda che sono loro la causa del malessere francese.- Alla luce vivida dell’unica candela, si materializza per un attimo la figura, che col gioco delle ombre rivela una natura inquietante, angelica e diabolica allo stesso tempo. Inafferrabile, come i capelli biondi che si intravedono. Le trame disegnate emanano un’algida sensualità.

-Per fortuna non ci sono ancora eredi.- rifletti

-L’ Autrichienne forse è abile in politica, ma non come moglie..-ride.

-Eppure sembra una figura così amabile.-

-E’ proprio l’apparire che inganna. Quanti nobili sono belli d’aspetto, ma non d’anima?- Assentisci.

-Tranquillo, quando la regina morirà La Fayette e d’Orléans faranno il resto.-

A volte mi sembra tutto assurdo.-

-Gli ideali non vanno spiegati, bisogna solo perseguirli.-

-Hai ragione.- Fai per andartene, poi ti volti per un istante.

-Ma tu chi sei?- chiedi allo spettro. Ride.-Come ti chiami?- insisti.

-Lo sai. O forse l’hai saputo. Saprai.- il viso pallido si fa quasi evanescente. Il collo bianco si insanguina. Gocce di sangue incorporeo si rivesrano sul pavimento e si disperdono. Il sangue ti avvolge, ti porta le lacrime. Ti sembra di soffocare.. Il bicchiere si rompe tra le tue mani. Le dita si graffiano e si macchiano. Sembrano quasi macchie d’inchiostro.

-Il re è morto, la regina è morta. Sono morti tutti..- ti ripeti nel vuoto, come una litania, gli occhi sbarrati.

-Ma la Francia vive..vive.- ripeti.

Le luci dell’alba ti svegliano. Apri gli occhi, ancora disturbato, ma non sconvolto, dall’incubo. Ti guardi cautamente intorno, vedi la tua stanza, le tue cose, il tuo corpo. Nessuno spirito a disturbarti. Ti guardi istintivamente le mani: sono macchiate di inchiostro nero. Finalmente ricordi, hai corretto fino a tardi, alla luce fioca di una sola candela, quel discorso. Quanta agitazione per un discorso. Il discorso che tu, valente studente del Louis Le Grand, tu provinciale in cerca di fortuna, tu giovane ventenne, pronuncerai di fronte al nuovo re (@).

-Se fosse stato un sogno premonitore?- ti chiedi- Di quelli che le zingare e i ciarlatani interpretano?- sorridi macabramente.-Ce n’est pas possible.- ti dici.

# Il medico ufficiale della f.glia reale sotto Louis XVI

@Nella primavera del 1774 Robespierre pronunciò un discorso di elogia di fronte a Louis XVI (appena salito al trono), in rappresentanza del liceo Louis Le Grand.

 

2004

Il Natale della famiglia Rossi


Il Natale della Famiglia Rossi
Ovvero sia reportage del 25 dicembre di una famiglia qualunque.

Prologo.

“Perchè a Natale bisogna essere tutti più buoni” cerca di sorridere Ivana, contenta che il marito ed i due figli siano venuti a prenderla all’uscita dalla santa messa. Certo se fossero venuti anche loro, sarebbe stato meglio.
“sì, indorati di zucchero a velo e farciti di uvetta come il panettone!” risponde Mario, il Marito. A cui del Natale non importa un bel niente: nato ebreo, poi diventato comunista e dunque ateo perchè “la religione è l’oppio dei popoli” e…infine semplicemente disilluso, perchè “con l’età le persone intelligenti diventano sempre così.”
“Speriamo almeno che questa volta i nonni e gli zii ci abbiano comprato regali più belli e più azzeccati. Ho tredici anni che me ne faccio dell’ennesima Barbie presa ai saldi dell’anno scorso?” si lamenta Francesca, la piccolina della famiglia.
“Ed io te la vendo su E-bay. Ma i soldi li tengo io.” La prende in giro il Fratello ventenne Emo-dark-punk.
E si sa, gli Emo non festeggiano il Natale. Gli Emo non festeggiano. Mai.
Così la famiglia felice si dirige allegramente verso la casa dei nonni materni per festeggiare un altro Natale.

La Preghiera

Prima di sedersi all’agognato e temuto pasto, anche la famiglia Rossi deve sottoporsi all’atavico rito della preghiera natalizia, che vede tutti i membri della suddetta famiglia Rossi seduti di fronte alle proprie sedie, mentre gli aromi degli antipasti già solleticano l’appetito (che, data l’ora inoltrata causa solito ramo della famiglia in ritardo, non ha alcun bisogno di essere stuzzicato).
La Matriarca –tale non necessariamente per età, ma per stato dittatorialmente assunto- declama accalorata le preghiere stabilite per norme CEI.
E nel frattempo si osservano diciamo, modi alternativi di onorare l’essenza divina:
il Nonno che si sta addormentando in piedi;
i Cugini Piccoli –di età tra i sei e gli otto anni- che allungano un dito per assaggiare la salsa dei crostini;
lo Zio che a stento trattiene uno starnuto;
la Cugina tecnologica che furtivamente manda un mms, fotografando la macchia di unto sulla patta dello Zio;
il Padre, la Nonna paterna e il Fratello Emo che non pregano e guardano un punto indefinito sul muro di fronte.
Ed immancabilmente la vocina angelica della Cugina Piccola –c’è sempre un grazioso esserino tra i nove ed i dodici anni- interrompe il solenne momento con questa battuta:
“Ahò, ma a voi tre ve stanno a fucilà che non pregate?”

Il Pranzo.

Per le Feste spetta a tutti almeno un pranzo con i parenti, dove solitamente le donne di famiglia –e in più rari casi anche qualche uomo- si prodigano in ricette tradizionali o sperimentali, purchè da almeno 2000 calorie al piatto.
E allora via ad antipasto di salmone spiaccicato su tartine al burro danese con triplice colesterolo, crostini di fegato-cuore-polmone di pollo o altro malcapitato animale, cappelletti in brodo di lesso, non scremato dal grasso con cappotto invernale di doppia pasta, tagliolini all’uovo “perchè li faceva mia mamma così” conditi con salsa ai funghi e besciamella, lesso “che è buono e leggero” con maionese-salsa verde-fricassea e cinghiale “ché il macellaio me lo porta apposta apposta” intingolato nel lardo.
E come in ogni famiglia che si rispetti, anche dai Rossi la zia comincia a lamentarsi dalla prima portata che la scusino tutti “se non farò festa alle cuoche, ma sono a dieta”, mentre si serve la quinta porzione di stinco di maiale arrosto.
Fa da contro altare la Cugina modaiola, vestita all’ultimo grido con tanto di minigonna inguinale, che rifiuta di aiutare a fare alcunché “perchè ho le unghie ricostruite da poco”, ma si alza ad ogni portata per andare in bagno.

I Regali

Dopo quattro ore di intenso gozzovigliare –e dopo aver dato fondo alle scorte casalinghe di Malox- giunge finalmente il momento tanto atteso da grandi e piccini: l’ambito scarto dei regali.
In questa selva di colori e carte sdolcinate saltano fuori i simboli dell’amor familiare, filiale etc..
Fra questi spiccano vestiti rosa-shoking per l’Emo di famiglia, un set di coltelli appuntiti e auto-affilanti per il Padre, un buono per le pompe funebri per il Nonno (ché meglio essere previdenti).
Altre cose di interesse alquanto folkloristiche, quali dosatori regolabili per tazze e tazzine, poggia occhiali a forma di naso e poggia orecchini a forma di orecchio e così via.
Insomma, tutte utilissime cose che verranno segretamente riciclate per altre gioiose festività.

Conclusione

Dopo quattro partite a tombola e tre a “mercante in fiera” –e dopo aver seminato in terra ogni tipo di semenza, dai fagioli dell’anno prima ai gusci di noccioline americane- e aver fatto merenda coi ritagli di panettone e pandoro ripieni di panna e crema, la famiglia Rossi riprende il cammino, con l’auto che misteriosamente si abbassa di venti centimetri sul pianale.
Silenziosi e stanchi si avviano alla loro magione, tutti felici e soddisfatti: fino al prossimo anno-se Dio vuole- niente Natale!

Racconto vincitore della VII gara di scrittura di IGZ-The Bookshelf and the Courtain

2009

La canzone che cantavi per lei

La canzone che cantavi per lei

 

 

Le lacrime scivolano via dal viso di lui, veloci come acque di un wadi in piena. Bambino mio, non piangere, qui c’è la tua mamma. Vorrei che tu fossi sempre felice questo pensa Leyla, limitandosi a tenere stretto il suo bambino al seno.
Le sembra così strano veder piangere suo figlio ormai trentenne con la stessa disperata foga di quando era un neoonato e l’unico modo per farlo calmare era stringerlo ap petto florido, perchè respirasse l’odore di rose e di latte.
Quando è cresciuto, ha serrato nelle rughe del volto le sue emozioni e ha smesso di piangere. Anche quando suo fratello gli allungava un calcio o uno scapaccione, lui non piangeva mai.
Fra i suoi quattro figli, Rami è sempre stato il suo preferito.
Si dice che le madri dei mammiferi abbiano una predilezione per l’elemento più debole della loro prole, quello piccolo e con meno possibilità di farcela degli altri.
O forse semplicemente perchè quel bimbo naspettato, nato tardi, quando il suo matrimonio era già al collasso, se lo è cresciuto tutto da sola, tenendolo sempre accanto a sè.
A volte crede di averlo quasi soffocato per troppo amore. A voler fare della filosofia da cortile si direbbe che lei è la colpa dell’omosessualità di lui.
Ma Leyla non pensa sia giusto parlare di colpe, è sempre stata convinta che ogni essere uman sia come Dio lo vuole, anche se non sempre ne capiamo la ragione, e l’importante è che ognuno trovi la strda per la sua felicità, rispettando se stesso e il mondo attorno.
Per lei l’omossessualità del figlio non è mai stata un problema, anzi in qualche modo le ha evitato il trauma di vedersi sostituita da un’altra donna nel cuore di lui.
L’unica cosa che adesso la preoccupa davvero è vederlo così abbattuto, tremante e infinitamente indifeso. Un piccolo pulcino rimasto solo nel temporale che non ha neppure la forza di aprire il becco e pigolare.
“Bambino mio.” Gli accarezza ancora una volta il viso deturpato dalle lacrime e gli asciuga gli occhi con un fazzolettino a fiori gialli.
“Fa male quando un amore finisce.” Gli sussurra. E fa male anche di più per te, amore della mamma, perchè lo so che hai un cuore troppo buono. Ogni pensiero le sembra stupido di fronte a quel dolore, anche se potrebbe raccontargli cos’ha provato lei quando decise-secoli fa- di chiedere il divorzio. Ma quel dolore remoto sembra un nulla di fronte alla soferenza dell’uomo che lei amma più di tutti.
Lo stringe ancora una volta, gli tocca le guance. Poi si alza, girovagando per la cucina.
“Ti preparo un tè?” gli chiede, sentendosi stupida. Avrebbe voglia di rompere il silenzio di lui, ma il legame speciale che c’è tra loro non ha mai avuto bisogno di tante parole: lei sola riesce ad oltrepassare facilmente il muro che il suo bambino ha posto fra sé e il mondo.
“No mamma…non importa.” Tira su col naso e a Leyla vengono in mente tutte le volte in cui gli raccomandava di togliersi quel vizio.”Ho sbagliato. Non dovevo lasciarlo. Non ero più felice con lui, non sono felice adesso.” Non le è mai sembrato più tenero, con la voce rotta e arrochita dal pianto. Ed è orgogliosa di lui, orgogliosa di quella tenerezza che il mondo non ha lacerato. Mette comunque a bollire un po’ d’acqua e apre il barattolo del tè alla menta-quello che lui preferisce.
“Ho anche il miele rosato, quello che fa bene alla gola.” Gli sussurra. Dalla vetrina prende le due tazze con i loro nomi che ha dipinto al corso di ceramica pomeridiano. Accanto ai caretteri precisi ci sono delle margheritine rosa.
“Stai attento al tè, per favore.” Gli dice, con un tono forse troppo autoritario. Ma lui saprà perdonarla.
“Mamma, dove vai?” le chiede, inseguendola con gli occhi sgranati e rossi.
“Non ti preoccupare.” Gli sorride”torno subito.”
Ma Rami si preoccupa appena sente un rumore di oggetti violentemente spostati provenire dalla camera.
“Mamma, va tutto bene? Hai bisogno di una mano?” La stanza sembra agli occhi di lui una porta verso il passato: nulla è cambiato da quando abitava lì con lei.
Sul cassettone in legno c’è ancora incorniciata una foto sbiadita che lo ritrae insieme ai fratelli, tutti e quattro vestiti a festa per qualche remota occasione importante.
Si lascia trasportare per un attimo dalla tenerezza.
da bambini è tutto così semplice e cristallino…no, è la bugia che ci raccontiamo crescendo.
“renditi utile, prendimi questa.” Leyla gli consegna uno scatolone molto pesante, chiuso con del nastro adesivo marrone.
!”Vieni.” gli dice, tenendo in mano una scatola da scarpe polverosa “o il nostro tè si raffredderà. Appoggia pure la scatola sul tavolo.” Lei lo stringe di nuovo forte, poi si concetra di nuovo sul te.”Apri la scatola.” Gli suggerisce.
“Hai ancora il mio mangianastri?” si stupisce lui, aprendo la scatola. Leyla si volta e gli bacia la testa.
“Come potevi dubitarne, piccolo? Ora lo mettiamo in funzione.” Gli propone, sfregando l’apparecchio giallo limone con uno straccio.”Qui” gli dice, aprendo l’altra scatola”ci sono ancora tutte le tue cassette. Quelle che ti compravo quando andavamo in centro insieme.” Ramy attacca il riproduttore alla corrente e quello con un leggero fruscia accende una spia rossa.
Leyla tira fuori alcune cassette, l’odore della polvere si mischia a quello del tè tenuto in infusione per troppo tempo, lasciando nella stanza un odore di vissuto. Lei toglie con cura una musicassetta dalla copertina di plastica ingiallita, lo posa con lentezza nel mangianastri e comincia a scorrerlo. Rami si alza, andando alla finestra.
“Piove. Anche l’estate se ne sta andando.”. L’indice di lei fa partire una voce tra i frusci:
“I thought by now I’d forget/ give me a sign/ I wanted more than the pain you left…”
“Ti ricordi quanto ci piaceva ascoltare insieme questa canzone?” Lui si volta, si asciuga le lacrime e la prende per mano, cominciando a ballare un valzer sgraziato e senza accenti.
“Sono troppo vecchia per ballare.” Ride a denti scoperti, sfiorandogli la guancia coperta da una barbetta ispida. Lui si ferma baciandole premurosamente la mano ed inizia a cantare:
“We’ve turned the page and the summer’s gone, turning to fall, memories point the pcitures like dreams..” la sua voce le ricorda quella cn cui da bambino cantava, seguendo la cassetta per farle tornare il sorriso che lei aveva perduto nell’ennesima lite con suo marito. E anche adesso il cuore le si stringe e non può fare a meno di guardarlo con incondizionato amore.
And you filled my soul, made me whole, and watched me cry…my aching heart.” Lui continua a cantare, le lacrime che diventano stelle e lei si aggiunge con la sua voce segnata dagli anni:
“..and I’ve got nothing, no strenght left to watch you fall, nothing left at all.” Lei lo guarda negli occhi, pensando che sì, suo figlio è proprio un angelo. Si avvicina e gli dà un bacio tenero a fior di labbra perchè io ti amerò sempre, bambino mio.

[2009]