#quellavoltache: denunciamo le molestie

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Qualche giorno fa Giulia Blasi sul gruppo Femminismo Felice ha lanciato l’idea di raccontare con l’hashtag #quellavoltache le piccole e grandi molestie che la maggior parte delle donne, praticamente tutte, subiamo nel corso della nostra vita. Da subito è partito un tam-tam su Facebook, Twitter e blog personali al quale abbiamo aderito anche noi di Pasionaria.it

Lo scopo è quello di mostrare quanto nella nostra cultura le molestie contro le donne (ma anche contro le persone queer) siano talmente frequenti da sembrare normali. Non solo che queste sono tollerate e che spesso chi è vittima non è creduta, ma anzi colpevolizzata.

Su Pasionaria abbiamo raccolto tantissime testimonianze (c’è anche la mia) e tante ne stanno ancora arrivando.

Non mi stupisce tanto la quantità, ma toccare con mano tutte queste storie non può non far male. Perché sono storie di dolore.

Ma allo stesso tempo sono storie di speranza, della voglia di raccontare e raccontarsi, di non stare più in silenzio. E ho trovato commovente che molte persone abbiano scelto di farlo proprio tramire Pasionaria.

Per questo grazie. Grazie per la vostra fiducia, che ci ripaga di tutta la fatica. E soprattutto grazie perché tutte insieme possiamo davvero cambiare le cose.

 

Risvegli o dei femminismi in piazza

Sulla sinistra una bambina con il pugno alzato, dietro la scritta A woman's place is in the Revolution

Questi sono giorni di risvegli, anche se non è ancora primavera.
A novembre, con alcune altre compagne di Pasionaria, ho partecipato alla manifestazione #nonunadimeno a Roma, il 26 novembre 2016. Il percorso sta continuando, pur se caotico, pur con la caratteristica di tutti i movimenti di sinistra di spaccare il cappello in settordici prima di cominciare a discutere dei problemi all’ordine del giorno. Ma va bene così, finché le discussioni di procedura (uomini sì o uomini no? Documenti locali o documenti nazionali? etc) non bloccano il resto (e per ora non sembra stia succedendo).
Io sto seguendo il percorso locale con le bravissime compagne fiorentine (pur non potendo sempre partecipare come vorrei), contribuendo con quello che mi riesce fare meglio (parlare di educazione e in generale scrivere di teoria).
Così come mi sono emozionata quel 26 novembre, mi sono emozionata ieri per la Women’s March on Washington, la manifestazione che si è svolta nella capitale americana e in molte altre città degli Stati Uniti e è lo stesso argomento che ha usato il presidente statunitense.
Capisco ancora meno chi dice che sia sbagliato protestare contro Trump, perché è stato democraticamente eletto e dunque rappresenta la nazione. Ma una manifestazione democratica è un modo più che legittimo di protestare contro un certo tipo di politica, incarnata dal nuovo presidente americano. Non attacca un’istituzione in quanto tale, non si rifiuta lo strumento democratico, ma lo si usa per dire che un certo tipo di narrazione politica non ci rappresenta. E questo è un diritto inalienabile.
E pare che di persone che in tutto il mondo sono preoccupare dal proliferare di discorsi politici razzisti, xenofobi, sessisti e antidemocratici, basati sulla disuguaglianza sociale ed economica ce ne sia davvero tanta. E questo mi pare molto positivo.
Spero che da questi risvegli, da quelli che avverranno per lo sciopero internazionale dell’8 marzo, si riescano a concretizzare in un movimento di giustizia sociale che abbia il coraggio di affrontare anche le radici economiche della disuguaglianza.

Tutti a Padova per parlare di diritto all’aborto e maternità

Giovedì 30, alle ore 20.30 io e Benedetta parteciperemo come Pasionaria.it  allo Sherwood Festival di Padova.
Dialogheremo con Elena Skoko di OVOitalia (Osservatorio sulla Violenza Ostretrica – Italia) di legge 194/78 (interruzione volontaria di gravidanza), della campagna #obiettiamolasanzione, di obiezione di coscienza e diritto alla salute riproduttiva nella scelta di essere madri o di non esserlo.

Il dibattito si intitola “La maternità che vorrebbero: le imposizioni sul corpo delle donne” ed è promosso dal collettivo Starfish e da Globalproject.info.

Sarà una bellissima occasione per scambiarsi idee, buone pratiche e inventare nuove strategie di lotta.

Vi aspetto a Padova!

Tutti in piazza, anche per le vittime di Orlando

Scuola (quasi) finita, mi ero ripromessa di tornare a scrivere anche qui sul mio blog, con tanti aneddoti allegri e divertenti.

Volevo farlo domenica, ma gli eventi di Orlando, la strage di persone LGBTI a Pulse mi hanno ammutolita.

Cinquantatré persone massacrate per il loro (vero o presunto) orientamento sessuale o la  loro (vera o presunta) identità di genere.

Già un evento del genere è sufficiente a seccarti la gola.

Ma se a questo si aggiunge il cordoglio a mezza voce delle nostre autorità, il cercare di eliminare il movente omotransfobico dalla narrazione della strage, come ho scritto su Pasionaria, mentre questo si fa via via sempre più chiaro e predominante) e i commenti omofobi venuti su dalle fogne del web, passa la voglia di ridere.

Non deve passare però la voglia di lottare, con più colore, più musica e più voglia di vivere che mai.

Allora ci vediamo sabato in Piazza D’Azeglio, per il Toscana Pride.

Io e la Picina ci saremo.

 

Solitudo ed esclusione

Solitudo, solitudinis. Per il romani è il deserto, prima che la solitudine. È così che mi sento da qualche giorno, per l’esattezza da quando è stato votato al Senato il DdL sulle unioni civili monco e svilito. Sono un po’ sparita dal blog perché tutte le mie energie si sono concentrate a seguire il dibattito sulla legge Cirinnà per Pasionaria.it.  Ho scritto là le mie considerazioni politiche.

Alla fine della giornata, però, del sentire tonnellate di discorsi omofobi (dai “contronatura” ai ben più subdoli “accontentatevi”, “che volete di più”), da destra e, ahimé, molti anche da sinistra, resta una grande situazione di vuoto. Ampliata tutte le volte che anche chi dovrebbe essere compagno di viaggio e di lotta (altre femministe, attivisti della tua stessa area politica) ti senti trattato come un estraneo, che in fondo, con tutto il suo reclamare uguaglianza dà anche un po’ fastidio (tutte quelle volte che è venuto fuori il discorso “la comunità gay poteva fare qualcosa per le donne”, in riferimento alla polemica sulla gestazione per conto di altri; tutte le volte che “ma voi dove eravate quando si manifestava per i precari/per i pensionati/per la TAV etc..”). Che poi a dare fastidio spesso sono gli uomini omosessuali, noi lesbiche siamo scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico. Come gli unicorni.

Questo voi continuamente sbattuto in faccia (come se le persone lgbti fossero quello e basta, come se molti di noi- sicuramente mi ci metto io- non combattessero anche per altro). È questo il grosso cambio culturale da operare: quando nel sentimento comune l’avere un orientamento non eterosessuale o un’identità di genere non corrisondente al sesso biologico sarà solo una delle tante diversità che compongono un individuo.

Per adesso è come se, anche  chi magari cerca di essere inclusivo, a un certo punto mettesse un cartello: “tu qui non puoi entrare”. L’esclusione delle diversità è un meccanismo così radicato nella nostra cultura da essere molto spesso inconsapevole.

So già che qualcuno mi dirà “ma siete voi a ghettizzarvi“. La (molto astratta, a dir la verità) coesieno della “comunità lgbti” è semplicemente un fatto politico, serve a reclamare diritti che vengono negati, serve ad affrontare problematiche comuni, che chi è eterosessuale non ha. Non è un club esclusivo, è un meccanismo di difesa.

In questo momento sento molto questo deserto. Lo sento sulla mia pelle, che brucia. Non mi fa paura, perché alla solitudo ci sono abituata (e quando è solitudine e non deserto, mi piace anche, ne ho bisogno). Solo che resta la sensazione amara di dover contare davvero solo sulle forze tue e di chi è come te.

(A scanso di equivoci, no tra me e la Picina non è successo niente. No, no ho litigato con qualcuno in particolare. Ve lo dico prima, caso mai a qualcuno dei miei quattro lettori venisse l’ansia)

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.

#svegliatitalia, oggi tutti in piazza

Oggi si manifesta in tutta Italia per i diritti delle persone LGBTI. In particolare, mentre già si preannuncia che la discussione del DDL Cirinnà srà lenta e faticosa (sono stati presentati oltre 5000 emendamenti, ostruzionismo vero e proprio), è importante esserci.

Su Pasionaria.it abbiamo lanciato un manifesto, che spiega bene anche le mie posizioni. Potete condividerlo e firmarlo.

Vorrei aggiungere che non ci sono scuse. Se resterete a casa, se penserete “sono d’accordo, ma non mi riguarda”, sarà una mano data a quelli del Family Day (e lo scrivono su un palazzo pubblico come il Pirellone!), ai conservatori, ai catto-dem e a tutta quella gente che vuole che nel nostro paese ci siano cittadini di serie A e di serie B.

Vi aspetto a Firenze, Piazza della Repubblica, ore 15. O in qualsiasi altra piazza (sono ormai più di cento, il link non è aggiornato!) in Italia e in Europa.

Femminismo intersezionale

 

Oggi su Pasionaria vi parlo di qualcosa che mi sta veramente a cuore: il femminismo intersezionale (che per me è l’unica declinazione in cui il femminismo può davvero essere rivoluzionario e radicale). Per me il femminismo non è genericamente “occuparsi di donne”, ma lotta attiva contro tutte le discriminazioni, che non funzionano mai come sistemi isolati (quindi deve essere a favore dell’autodeterminazione e dell’uguaglianza di tutte e tutti, deve lottare contro questo tipo di sviluppo neo-neo-capitalista e consumistico…). Soprattutto deve dare voce alle persone soffocate da un incrocio di discriminazioni diverse.

Se vi va di approfondire, potete leggermi qui.

Parigi, terrorismo e ragione

Ieri sono tornata in classe dopo gli attentati di Parigi. Onestamente non avevo pensato a un modo di parlarne ai miei studenti, preferivo farmi guidare dalle loro reazioni, anche perché arrivando di martedì col discorsino già pronto rischiavo di trasformare uno spazio critico nell’ennesimo predicozzo (dopo tutti quelli del lunedì) sul terrorismo, sul mettere da parte i pregiudizi, sul battere la paura. Insomma, una brutta copia di quanto subii da studente dopo l’11 settembre.

L’argomento è venuto fuori, invece, in modo diretto, attraverso l’attacco di panico di una studentessa.

“Che hai?”

“Sabato devo prendere il treno, ma non voglio farlo. Dovevo andare a Roma. Ho paura. E se arrivano i terroristi? E se la stazione non è ben controllata?” Con gli altri studenti che annuivano, gli occhi pieni della stessa costernazione.

Ho detto loro quello che convinzione dico sempre, che cedere alla paura è proprio quello che i terroristi vogliono, che dopo un attentato è statisticamente poco probabile che ce ne sia subito un altro perché il livello di guardia è maggiore. Ho cercato di sdrammatizzare con qualche battuta.

Mi sono sentita terribilmente impotente davanti a quegli occhi che dicevano soltanto “io non voglio morire“. Ho cercato di rassicurarli in ogni modo, cercando di mostrare che io non ho paura e che quel che sarà, sarà.

Ma a diciott’anni non si è così fatalisti.

O forse nessuno di noi lo è davvero. Ho sospetto che tutti quelli che se la prendano con l’Islam (magari citando a sproposito Oriana Fallaci) o tutti quelli che denunciano l’ennesimo complotto american-pluto-giudaico-massonico-chi più ne ha più ne metta, oltre che dall’ignoranza, siano mossi soprattutto dalla paura.

È bello, è semplice pensare che tutto si riduca sempre a “buoni contro cattivi“, meglio se conditi di complotto. È in fondo la trama di ogni western, di ogni spy-story. È terribilmente rassicurante trovarsi subito un nemico da combattere, può essere persino gratificante e farci sentire degli eroi (nulla di nuovo, è la “sindrome da complotto” di cui parlava Pasolini). Ma questo vuol dire mettere a tacere la propria ragione.

La realtà, spesso, è ben più complessa, non c’è un solo attore in gioco, c’è una complessità di fattori e di contesti storici, culturali e sociali, talvolta tanto intricati che è difficile persino distinguerli gli uni dagli altri. Il terrorismo -di qualsiasi matrice- vuole esattamente eliminare quel tipo di complessità, vuole polarizzare l’opinione oltre che terrorizzare, in modo da costringerti a reagire in modo scomposto (spesso eccessivo) e che danneggerà prima di tutto te stesso (se avete tempo, regalatevi la lettura di questo articolo di Yuval Noah Harari). Perché loro, i terroristi, hanno poco o nulla da perdere.

Ecco, vedendo le reazioni di molte persone in questi giorni, questo sì che mi fa paura. Perché ogni volta che qualcuno ragiona per semplificazioni e grida al nemico, al noi contro loro, ecco i terroristi hanno già vinto.

Del gender, di Michela Marzano e del tempo di scegliere

 

Il fatto è riassumibile così: l’amministrazione comunale di Padova nega l’uso di un sala del comune alla filosofa Michela Marzano per la presentazione del suo libro, “Mamma, papà e gender” (che non ho ancora letto, ma che leggero prima possibile). Il motivo? Promuoverebbe la pericolosissima “teoria del gender” e quindi sarebbe in antitesi con “l’indirizzo programmatico dell’amministrazione sul tema”.

Non voglio stare a ripetere quello che ormai è diventato un ritornello per qualsiasi persona di buon senso, cioè che la teoria del gender non esiste (se avete ancora dubbi potete leggere cosa ne ho scritto su Pasionaria o se volete la prova che Florelle non è un cartonato, guardatemi su youtube), voglio soffermarmi sul perché questo fatto sia particolarmente grave.

Lo è perché, chiamiamo le cose col loro nome, si tratta di censura contro un libro, solo perché espone una tesi fondata (quella che gli stereotipi di genere impediscano alle persone di autodeterminarsi e in ultima istanza danneggiano la società, rendendola meno giusta, quella che tutte le persone, a prescindere dal genere e dall’orientamento meritino il medesimo rispetto), che non piace all’amministrazione comunale. Amministrazione che, dal momento della sua elezione, non rappresenta solo la parte eletta, ma rappresenta tutti, rappresenta a livello locale lo stato. Non è un privato, che decide a chi far presentare un libro a casa propria, è un’istituzione che come tale si deve porre al servizio dei cittadini. Democrazia è dare facoltà di parola anche a chi non la pensa come noi, quando rispetta le norme imposte dalle leggi dello stato (Marzano sarebbe venuta a presentare un libro, non una bomba in quella sala e i libri, da soli, fanno male solo all’ignoranza).

Se ci pensate, pare quasi una commedia dell’assurdo: i no-gender, quelli che quando manifestano come Sentinelle in piedi dicono di farlo per proteggere la libertà di parola, amano questo diritto soltanto quando appartiene a loro. Questa è una prassi autoritaria, neo-fascista ( e, va da sé, anticostituzionale).

C’è dell’altro, c’è anche un livello simbolico (di cui forse neanche l’amministrazione padovana si è resa conto): il sindaco (per l’appunto uomo) impedisce di parlare a Marzano, una donna. Che anche se Marzano non è in assoluto una donna totalmente oppressa, in questo caso è colei che subisce l’oppressione del potere in nome delle proprie idee. Quanto accaduto è una metafora lampante di quale sia la vera ideologia del movimento no-gender aldilà della loro propaganda: dietro la strumentale difesa dei bambini, della famiglia tradizionale, c’è la volontà precisa di continuare a opprimere le donne e le persone non-eterosessuali, cacciandole (o ricacciandole) in un ruolo di subalterità, dal quale faticosamente e a caro prezzo si stanno liberando.  Dietro al no-gender c’è esattamente questo: un potere clerico-fascista, declinato al maschile, che è terrorizzato da una società che cambia e che rischia di far perdere i privilegi secolari ottenuti sulla pelle di altre persone (di noi altre persone).

Per questo è tempo di schierarsi, di indignarsi e di non rimanere indifferenti. Perché se Michela Marzano, filosofa, deputata PD, può trovare facilmente altri luoghi in cui parlare (a tal proposito un plauso all’Università di Padova, che ospiterà la presentazione), ci sono mille altre voci, nella vita di tutti giorni, nella scuola, che subiscono i colpi del fronte no-gender e non hanno la medesima possibilità di esser ascoltati. Se ancora siete preda del dubbio, se ancora pensate che in fondo si possa stare a guardare, non lamentatevi se da un giorno all’altro qualcuno mancherà di rispetto a voi o a qualcuno a voi vicino perché è donna o perché omosessuale. E se anche i vostri diritti e le vostre possibilità saranno erose: ne sarete anche voi responsabili,