Recensioni per libri vecchi e nuovi

Un taccuino rilegato in pelle aperto al centro con una penna in mezzo
Cosa c’è di meglio di un taccuino e una penna?

 

 

Sono rientrata alla base dopo le ferie, dopo aver cercato di fare il pieno di energie.

Quest’anno arrivare alle tanto agognate vacanze è stato particolarmente duro, vuoi per la mole di lavoro a scuola con la sorpresa di essere commissario esterno per la prima volta e per perdite molto dolorose nella mia vita personale che solo adesso sto cominciando timidamente a metabolizzare. Sono stata in viaggio con la Piccina e la mia migliore amica e poi ho trascorso lente lunghe giornate al mare a editare e scrivere per vari progetti, ma sopratutto a leggere come non facevo da anni, un libro ogni due giorni.

Ho pensato a lungo se tenere o meno questo blog perché con l’impegno sempre crescente di Pasionaria.it e delle mie storie, il tempo non basta praticamente mai. Dopo infiniti tentennamenti ho deciso di rinnovare il dominio, perché mi piace l’idea di continuare a scrivere saltuariamente i miei piccoli raccontini quotidiani de La Vita lesbica (a proposito, prestissimo leggerete la Paris edition) e soprattutto perché ho bisogno di un angolo tutto mio dove parlare delle mie passioni e delle mie ricerche. E poi mi manca recensire i libri come facevo su Macchiato Inchiostro, perché quello che faccio con il Pasionaria Book Club è un altro tipo di esperienza.

Non sono sicura se riuscirò a mantenere una regolarità nella pubblicazione, ma il mio piano di battaglia è quello di cominciare a scrivere delle brevi recensioni (più delle impressioni di lettura) dei libri che ho usato per i miei progetti e in generale dei libri degli argomenti che mi interessano di più, insomma tutto quello che riguarda il femminismo e tutto ciò che leggo di argomento storico (in particolare sulla mia amata Rivoluzione Francese). E ovviamente quanto mi capito per le mani che coniughi le mie due passioni. E la vera sfida non sarà tanto scrivere dei saggi, ma scrivere dei romanzi, cercando di tenere a freno (per quanto sia possibile) il mio io “accademico” (pesante e precisino) che al terzo svarione comincia a inveire contro il malcapitato scrittore o la malcapitata scrittrice.

 

Compagni, relax!

Questa cosa ce l’avevo da un po’ incastrata in gola. Enjoy.

Noi di sinistra siamo tendenzialmente proni a spaccare il capello in dodici, abituati a problematizzare, a riflettere (presente le riunioni di sezione di dodici ore sugli addobbi per la festa del 25 aprile nella sezione di Monculi-sopra-Empoli, frazione ri Ripafratta?). E va benissimo, è il nostro bello (anche se un po’ di pragmaticità non guasterebbe, soprattutto perché i bei principi, senza farli diventare azioni, rimangono appesi come addobbi dopo il 6 gennaio**).
Però ci sono alcuni tipi che portano l’arte dello smaronamento a livello di campionato olimpionico. Eccovene una simpatica galleria:
1. Il murista: quello che ragiona ancora come se Putin fosse Lenin, che ‘tutti ce l’hanno contro la Russia, vera patria del Comunismo’ e che non si sono accorti che dal 1989 viene molto più difficile dividere il mondo tra buoni di qua (russi e filorossi) e cattivi di là (ammerikkani);
2. il moralizzatore: forse la specie più folkloristica. Quell* che si erge a Comitato centrale supremo sulla moralità. Per intendersi, è quell* che controlla ogni parola, ogni post su FB, ogni tweet. Quello che ‘la doccia è di sinistra, la vasca è di destra, se puzzi sei qualunquista e comunque se ti fai il bagno con te non ci parlo più perché sei un criptofascista.’
3. il relativista:quello che bisogna vedere sempre il contesto, che per esempio, se un* extracomunitari* compie un crimine, bisogna capirlo, perché se no si diventa razzisti, oppure ‘è la loro cultura’. Mai che si possa dire che una persona ha commesso un crimine perché quella persona si è comportata male o è semplicemente una stronza. No, bisogna capire.

4. il populista: quello che il popolo è sempre ‘puro e buono, dolce e gentile’ e tu sei classista che non apprezzi chi non ha potuto studiare. Solo che quando gli domandi che cosa sia questo ‘popolo’ (i lumpen? le popolazioni del terzo mondo? tutti quelli che non hanno una laurea?), si incartano nemmeno ti stessero descrivendo gli Sciapodi dell’Indo.

7. il benaltrista: ovvio, quello che dice che il problema è sempre un altro. La disoccupazione? Il problema è ben altro, la riforma del senato. La violenza sulle donne? Il problema è ben altro, c’è la crisi economica. L’erosione dei diritti dei lavoratori? Il problema è ben altro, c’è la corruzione. La scuola? Il problema è ben altro, c’è l’immigrazione.
Sono quelli per cui un partito o un governo non può pensare a più di una cosa insieme. Meglio se quella cosa riguarda il giardino del benaltrista.
6. il tollerante: questo è il mio personaggio preferito (si fa per dire). Quello che è ‘tanto aperto e tollera tutti’, però ‘due donne che si baciano mi piacciono, ma due uomini mi fanno ribrezzo’. Che le donne devono avere tutti i diritti, ma l’aborto è un crimine. Che sì, il gaypride, ma perché c’è bisogno di dire che siete orgogliosi di essere gay? E perché non potete manifestare in silenzio? E tu l* guardi e ti chiedi: “non è che ti sei sedut* a sinistra perché è il primo posto vuoto che hai visto?

7. l’alleato: è quello che alle cause, specie a quelle dei diritti civili, ci tiene davvero tanto, ci sente e sputerebbe nel viso al tollerante (magari dicendo che la ‘tolleranza è uno schifo, è come l’intolleranza’). È informatissimo sulla causa delle minoranze linguistiche, degli immigrati, dei carcerati, delle persone LGBTI, delle donne; pubblica tonnellate di link sui suoi social network. Insomma, è l’alleato che tutti vorremmo. Peccato che poi da alleato, scivola verso il moralizzatore “io supporto la viostra causa, ma dovreste manifestare così e cosà’; ‘sarebbe meglio se non foste così radicali‘. E tu sei lì che pensi che è facile, come si dice da queste parte, fare i finocchi col culo degli altri.

E voi che altri tipi conoscete?

**sì, io appartengo al tipo Logorrea (o come disse una volta un compagno di Radio Londra, Compagna 70. Polemica e fuori tempo massimo. No, è una malattia che non si cura, mi spiace, mi tenete così come sono),

Il carassio che voleva crepare nel mare.

Comincia da un dolore a livello cervicale, come se stessero crescendo delle squame. Squame che ti soffocano e ricoprono il cranio per intero. Non più polmoni, ma branchie: hai bisogno dell’acqua per respirare.

E cominci a girare in questa boccia tonda che ti hanno affibbiato, non si sa bene quando, così tanto tempo fa che ti dimentichi pure di sguazzarci dentro. C’è pure una roccia finta, grande e che pare venga dalle profondità dell’Oceano, abbia sentito il peso della terra. C’è talmente tanta affinità tra te e quella roccia che chi guarda scambia te per lei.

“Tanto, è una roccia, non si creperà mai.” Ma pure le rocce delle bocce dei pesci, mica sono rocce vere. Sono di plastica, magari gli va via la pellicina sopra, quella color roccia bruna. Insomma fanno finta, ma non sono mica rocce per davvero. Ci vuole molto meno che un terremoto per sgretolarle.

Tu pesce, mentre fai i tuoi giri in pista, che nemmeno un criceto sulla ruota, ogni tanto catturi dettagli, un occhio vivido, una squama aranciata, che ti si riflettono addosso dandoti un’idea di te. Ogni tanto uno scherzo di luce ti fa vedere che fuori c’è un mondo che hai perduto e non avrai.

E allora lo sogni, a occhi aperti e con lo sguardo da pesce quasi lesso. Sogni di stare nel mare, pensi che lì saresti felice. Che gli altri non ti scambierebbero per una roccia, che se volessi potresti pure urlare o piangere –tanto chi se ne accorge se piangi nel mare? Che ci staresti proprio bene lì, tra le correnti.

Solo che tu, che sei un pesce rosso, al mare non ci arriverai mai. Il mare, che nemmeno hai mai visto, ti ucciderebbe subito, non ti piacerebbe. Magari neppure esiste, quel mare colorato pieno di carassi come te, è un’illusione che ti piace dipingere.

Allora coltivi la fantasia, che, cavolo, lì davvero troveresti la pace. Anche solo per crepare.

 

 

Almeno non ci date la ‘colpa’

Scrivo questo post mentre cerco di tirarmi fuori dall’ennesimo attacco di rcu (sto meglio, o per dirlo con le parole della Piccina ‘non sei più grigia in faccia’, ma non sono ancora la me di sempre).

Ecco, io lo so che le malattie croniche, specie quelle di cui non si conosce l’esatta eziologia e che si dicono genericamente ‘autoimmunitarie’ sono difficili da capire e una cosa che non si capisce ci spaventa e si cerca in tutti i modi di trovare una ragione. Lo so che un po’ ovunque su Internet una delle prime cose che si trova scritte è colpa dello stress. E lo so, che siccome voi amici e familiari ci volete bene e soffrite con noi e non ci volete vedere rigirare tra letto e bagno in perfetto stile ectoplasma, uno dei consigli che vi viene dal cuore è ‘stressati meno/prenditela meno/cerca di stare tranquill*/perché non puoi essere content* di quello che hai? (anche nella versione ‘sei tanto intelligente/fortunat*, goditi la vita’).

Ecco. A uno che si ammala di broncopolmonite non è che andate a dirgli ‘beh, però potevi essere meno stressato e non ti veniva’. Purtroppo non funziona così. Lo stress in sé è una cosa complicata, è un insieme di fattori. Può debilitarti e quindi aggravare una ricaduta, ma, nonostante quello che dice la Rete e qualche volta anche medici veri poco illuminati, lo stress non è la causa delle malattie immunitarie. Ecco, quando dite così, a noi malati, fa un po’ l’effetto di una coltellata all’autostima che già, quando ti senti limitato, ti fa male la pancia e ti senti uno straccio in varichina, vacilla di suo. È un po’ la stessa cosa quando dite a un depresso che non dovrebbe essere depresso, che dovrebbe ‘tirarsi su’ (e varianti).

Le malattie capitano, nessuno se le sceglie. Le malattie capitano e se a uno ne capita una cronica, ci impara a convivere, si fa forza e magari riesce pure a dimenticarsene per la maggior parte del tempo, a metterla in un angolo finché sta buona lì. Certo, uno può adottare uno stile di vita più sano, ma nessuno si illuda che questo ci salvi. Magari aiuta un po’ (ma non è neppure detto…ho avuto ricadute sia quando ero sotto stress che quando stavo serena e calma, ad esempio). Non prendetevela a male, nessuno nasce imparato, ma se decidete di starci accanto quando stiamo male (e vi assicuro che non essere lasciati soli è una cosa che fa, quella sì, un gran bene…perché quando uno è ammalato percepisce la solitudine come un macigno che ti schiaccia), chiedeteci soltanto come stiamo, non il perché. O diteci che ci siete, cercateci, anche per una cosa che vi sembra futile, come ci cerchereste comunque o forse, se ci volete bene, anche un pochino di più.

Ve ne saremo grati.

Il personale significante

Una vita tra tempeste d’ossimori:

Tubini e pantaloni, anfibi e tacchi

perdersi nei dedali delle narrazioni

contro consumarsi in finzioni di pixel

l’arsura della canicola, i bivacchi

sull’arida spiaggia, contro il vento,

la melodia delle goccie sul vetro.

I miei silenzi, le tue parole,

l’allegria inconsapevole e contagiosa,

l’oscurità dei sospiri rotti

soffocati neri sui cuscini del letto.

Nacque così l’incantesimo

che non può mai essere

il tuo giorno o la mia notte,

l’indaco perenne incontro

tra tramonto e crepuscolo.

Kew Gardens (7 of 1)

Foglie

Stanotte il vento ha soffiato forte in un concerto di armonie e fischi, stamani all’alba le foglie gialle e umide sbattevano contro la finestra nelle prime sfumature di luce.

Ora il cielo è drammatico, un rapido passaggio di luce e di ombre, uscite dalla mano di un sapiente pittore. Nell’aria ancora non soffocata dai gas di scarico, profumo di pioggia, del primo fresco e quasi di sale oceanico.

L’autunno assume la sua aria multicolore, forse un po’ lugubre, ma cordiale. E a me sa un po’ di casa, di fuoco acceso, di addii e di rivolgimenti.