[Recensione]City of darkness, city of light

Ecco un altro bel romanzo che non è stato tradotto in italiano. Lo considero (ma in generale è un’opinione condivisa da molti) il corrispettivo de La storia segreta della Rivoluzione di Hillary Mantel, col quale ha sicuramente molti punti in comune, ma è sicuramente dei due il più riuscito.

Come si evince dal titolo, un omaggio all’incipit di Una storia di due città di Dickens, City of Darkness, City of Light  è ambientato nella Parigi della Rivoluzione e si concentra soprattutto sugli anni 1789-1794, anche se questi non ne definiscono tutta l’ampiezza cronologica. Il libro è costruito seguendo le vita di alcuni personaggi storici, che sono destinate a intrecciarsi tra loro: Robespierre, Desmoulins, Manon Roland e Claire Lacombe. Proprio la scelta di queste due ultime voci avverte il lettore che non siamo di fronte al solito romanzo interessato solo al conflitto emotivo e politico tra alcuni giganti della Rivoluzione, ma a un taglio decisamente più politico e meno usato, quello della nascita del movimento delle donne. 

City of Darkness, city of light si rivela, dopo pochi capitoli, non solo un romanzo sulla Rivoluzione, ma una riflessione sugli ideali della sinistra e sul rapporto, spesso tortuoso e contraddittorio, con i movimenti femministi.

Gli eventi narrati nel romanzo non si discostano molto dalla biografia reale dei personaggi storici: seguiamo i primi passi dell’orfano Robespierre ad Arras e poi al Louis-le-Grand, siamo colpiti dalla spiritosaggine bambinesca di Camille, seguiamo l’educazione della borghese Manon e le avventure della poverissima Claire. 

Claire Lacombe, insieme a Pauline Lèon, con la quale agisce insieme dalla Marcia delle donne del 1789, sono sicuramente i personaggi più interessanti del libro. Della loro biografia sappiamo ben poco, se non che entrambe venivano dagli strati più bassi del terzo Stato (Claire si metterà a fare l’attrice, Pauline possiede un piccolo negozio di cioccolata), quindi l’autrice si prende una maggior libertà nel conferire loro una personalità dalle mille sfaccettature, contraddittoria e battagliera ed esaltandone soprattutto il contributo (storicamente vero) alla nascita di una coscienza femminista, alla lotta, attraverso la Società delle Repubblicane, per la piena uguaglianza giuridica tra uomini e donne e al suffragio universale. Si nota nel libro come l’autrice abbia una netta preferenza per questi due personaggi, mentre gli altri appaiono più incastrati nelle loro rappresentazioni tradizionali. Tuttavia Manon Roland, che ha avuto notevole fortuna nell’Ottocento con la rivalutazione dei Girondini, ma che è stata poi accantonata da scrittori e artisti, è un personaggio apprezzabile, rappresentante di quello che ogg definiremmo “femminismo borghese”. Una donna scrittrice, sufficientemente emancipata, ma che non vede e non comprende le istanze più radicali, specie se presentate da persone delle classi più basse.

I personaggi maschili, invece, sono meno caratterizzati e vengono sostanzialmente loro attribuite le caratteristiche tradizionali. Così Robespierre è freddo e calcolatore, Danton spregiudicato e vizioso, Marat impulsivo e violento, Condorcet riflessivo e indeciso…

A differenza del libro di Mantel, City of darkness, city of light vuole meno affrescare un quadro preciso degli eventi rivoluzionari, quanto tentare, attraverso di essi, di riflettere sulla contemporaneità. È un romanzo, dunque, che ha un’impostazione ideologica molto forte e ben riconoscibile, che a volte forza la mano su certe dinamiche (spoiler Claire e Pauline diventano una coppia in senso molto moderno alla fine del libro) e che, soprattutto, influisce molto sul linguaggio.

Personalmente è la caratteristica del romanzo che amo meno: il linguaggio è molto semplice, quasi piatto e volutamente moderno. I personaggi non parlano (e spesso non riflettono) come uomini e donne del loro tempo, ma come persona che vivono negli Stati Uniti degli anni Novanta. Si può percepire questo già nel modo in cui i personaggi sono chiamati, per esempio tutte le volte che Robespierre viene chiamato familiarmente Max. Inoltre non c’è distinzione alcuna, come ci si aspetterebbe, tra il modo di parlare della cittadina Roland o di Claire Lacomb. Certo questo appiattimento del linguaggio rende molto scorrevole il romanzo, ogni capitolo scivola via velocemente. Anche se narrato in terza persona, di volta in volta i capitoli sono narrati dal punto di vista del personaggio, aiutando il lettore nell’identificazione delle varie narrazioni. Se gli spunti di riflessione del libro e i temi che mette in gioco non fossero così approfonditi, il libro dal punto di vista stilistico potrebbe essere un buon young-adult.

Non nascondo che City of darkness, city of light, nonostante le molte imperfezioni, è un libro che mi è piaciuto e che reputo molto valido, non solo perché ritengo stimolanti e valide le riflessioni che propone, ma anche perché mette in evidenza che nella dinamica rivoluzionaria le donne non furono solo attrici di secondo piano che si muovono solo come massa, come troppo spesso le ha rappresentate la tradizione artistico-letteraria e cinematografica, né tantomeno ombre a servizio dei “grandi uomini” della storia.

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