[Recensioni] Cristophe Bigot, L’Archange et le Procureur

L’Archange et le Procureur purtroppo al momento non è stato tradotto in italiano ed è davvero un peccato, perché merita.

Questo romanzo si inserisce nel filone dei finti mémoirs sulla Rivoluzione, un impianto che negli ultimi vent’anni è sempre più utilizzato, ma è anche la dimostrazione di come all’interno di una struttura classica, si possa scrivere un’opera notevole per qualità narrative e per stile.

L’Archange e le Procureur (L’Arcangelo e il Procuratore) è un romanzo di relazioni tra personaggi e tra tempi diversi.

La voce narrante è quella di una donna, Annette Duplessis, che nel secondo decennio dell’Ottocento racconta al nipote scavezzacollo, Horace Desmoulins, la vera storia dei suoi genitori, Lucille (l’amatissima figlia minore di Annette) e Camille Desmoulins. Horace è un uomo tormentato, incapace di prendere in mano le redini della propria vita, schiacciato dalla fama dei genitori di cui non ha ricordo e che decide di partire per Haiti, senza neanche lì trovare pace (Horace Desmoulins si stabilirà veramente a Haiti dove diventerà un commerciante di caffè).

L’impianto narrativo potrebbe essere il presupposto per un’agiografia della coppia Desmoulins, in realtà la narratrice si rivela affettuosa, ma critica e attraverso le sue parole nascono due personaggi a tutto tondo. Lucille, agli occhi della madre, è una ragazza immatura e viziata, che prende tutto per sfida e per gioco, insomma, una vera adolescente, fatta di grandi slanci di generosità, di sentimenti assoluti e di collere inestinguibili.

Camille Desmoulins è un personaggio ancora più intricato, proprio perché lo sono i sentimenti che  la narratrice prova verso di lui. Annette vede Camille prima come suo poco opportuno cicisbeo, poi come spasimante della figlia minore, come genero e padre dell’unico nipote, insomma come un uomo che vive le proprie relazioni con grande passione, ma con scarsa continuità. Soprattutto in lui domina la consapevolezza della propria intelligenza brillante e arguta, brandita quasi come una rivincita sulla balbuzie, e una prepotente voglia di avere successo, anche per dimostrare di essere all’altezza, lui povero apprendista avvocato, di poter sposare la ricca e bella Lucile. Ed ecco che la Rivoluzione diventa il terreno di gioco perfetto per le ambizioni di Camille, che si trasforma da insignificante avvocato a Procuratore della Lanterna. per mantenere la credibilità dell’impianto narrativo, Bigot non fa scendere la narratrice, donna e non rivoluzionaria, nei dettagli dell’azione politica, ma assume bene il punto di vista di chi osserva, senza ben capire, quello che sta avvenendo. Questo artificio, oltre a rendere il romanzo scorrevolissimo, mette in luce come, aldilà delle scelte dei singoli, sia la forza degli eventi a condizionare fortemente lo svolgimento della Rivoluzione, come del resto percepirono alcuni dei rivoluzionari storici.

Dicevo che L’Archange et le Procureur è un romanzo soprattutto di relazioni: non solo quelle familiari, ma anche quelle amicali. Ecco allora che entrano sulla scena Danton e Robespierre. Del primo Annette dipinge un ritratto feroce, di un uomo rozzo, prepotente e capace di influenzare in modo negativo Lucille e Camille. Robespierre, al contrario, è posato e calmo, una presenza ordinaria e quasi scialba in confronto allo spirito di Camille, ma proprio per questo, agli occhi di Annette, una compagnia più adatta a controllare l’esuberanza del genero e addirittura un potenziale marito per l’umile Adèle, la figlia maggiore. Con il dipanarsi del processo rivoluzionario, il modo di interpretare gli stessi ideali divide alleanze e amicizie: così se da una parte Camille si lega sempre più strettamente a Danton, d’altra parte Robespierre, agli occhi di Annette, è sempre più influenzato da Saint-Just, l’Arcangelo del Terrore.

È lo scontro fatale a cui allude il titolo del romanzo: Gli eventi dell’anno II costituiscono il passaggio forse più schematico del libro, ma anche in questo caso l’artificio narrativo fa sì che l’impianto rimanga coerente: non si ha mai l’impressione che l’autore voglia raccontare la storia della Rivoluzione, ma piuttosto l’interpretazione di una persona che l’ha subita. Proprio grazie all’adozione di questo punto di vista per tutto il romanzo, l’utilizzo di un racconto molto tradizionale della lotta tra le fazioni e della caratterizzazione tradizionale dei personaggi (Danton umanitario, ma opportunista, Camille buono e sinceramente orripilante dal Terrore, Robespierre pronto a sacrificare l’umanità per l’ideale, Saint-Just crudele e geloso) regge molto bene e culmina in una scena finale storicamente inconsistente, ma di grande suggestione per chi legge (*spoiler* dopo l’arresto di Lucille, Annette si reca di mattina presto da Robespierre per pregarlo di far liberare la figlia, ma l’Incorruttibile, ancora in camicia da notte, la congeda con freddezza dicendo di non poter far nulla; andandosene dalla camera Annette intravede nello specchio della stanza da bagno Saint-Just che si rade a petto nudo).

Dopo l’esecuzione di Lucille, il libro si chiude senza ulteriori giudizi né speranze: le memorie scritte con tanta cura da Annette non raggiungeranno mai il nipote, che nel frattempo si è ammalato ed è morto.

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