Distrazione primaverile, male di stagione?


Sarà la primavera che rende svagati, il risveglio della natura, il bioritmo che deve riadattarsi al sole, aprile dolce dormire in anticipo… o i simpaticissimi pollini che ti fanno venire lo starnuto facile, la rinite e la voce come se ogni volta il fazzoletto fosse stato ingoiato.
Sarà che ho una serie di carichi addosso (molto reali e molto spiacevoli, dei quali non mi va di parlare) sulla schiena che sembro un mulo da soma degli Alpini.
Sarà che, come dice gentilmente la Pici, ormai ho una certa, questa primavera è nata sotto il segno della distrazione.
È cominciato tutto dimenticandomi il forno acceso (con il gateaux di patate dentro!). Lode al timer che spenge in automatico le resistenze al momento giusto e alle mogli nottambule che spengono il resto passata la mezzanotte. Per dovere di cronaca, la pietanza non è stata resa a livello “reliquia pompeiana”, per fortuna.
Poi lunedì mattina mi sveglio ben prima del dovuto (ciao, insonnia, ciao), controllo la casella di posta e trovo una mail dove B. mi avverte di un messaggio per Pasionaria al quale devo risposa più o meno dai tempi della prima crociata. Mi ci metto di buona lena, un occhio all’orologio per non fare tardi a lavoro. Mi perdo in una lunga disquisizione in francese, rispondendo a domande sulla prostituzione. Sono quasi contenta perché tutto sommato il mio francese scritto non fa così schifo e in tutto questo riesco a uscire di casa all’orario giusto per non trovarmi nel traffico.
Splendido no?
No. Non ho calcolato il fattore distrazione primaverile.
A metà strada, quando è ormai impossibile tornare indietro, mi accorgo di aver dimenticato il cellulare a casa. Ovviamente proprio in questo periodo in cui persone molto vicine a me potrebbero aver bisogno di contattarmi con estrema urgenza. Possono rintracciarmi a scuola… peccato che quel giorno io sia in uscita didattica con una classe!
Torno a casa dopo il lavoro col cuore in gola. Per fortuna nessuno mi ha cercato.
Lezione imparata, devo stare più attenta: distrazione non avrai il mio scalpo!
Il proposito dura poco, perché uscendo, l’altro giorno, mi prende un colpo: dove avrò messo le chiavi della macchina? Nel cappotto non ci sono, nella giacca no, neanche nelle due borse… gatti ci avete giocato a nascondino stanotte?
Dov’erano? Nell’astuccio che avevo aperto un minuto prima per prendere una penna. E per procedere in bellezza, la distrazione decide di colpire ancora. Devo fare una chiamata di lavoro. Per chiamare mi devo preparare mentalmente per parecchio tempo perché odio parlare al telefono, perché parlare con persone con cui non sono in confidenza mi resta molto ostico, specialmente se devo chiedere loro qualcosa. E ovviamente il mio cervello che fa? Fa tabula rasa del nome del mio interlocutore per quel tempo necessario a fare la figura dell’idiota e ritrovarsi a dover chiedere con una scusa scema. Bella figura, complimenti.
Ok, distrazione, mi arrendo. Hai vinto tu. Però troviamo un accordo, che continuando di questo passo a metà stagione metterò i calzini sporchi in frigo.

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