Parigi, terrorismo e ragione

Ieri sono tornata in classe dopo gli attentati di Parigi. Onestamente non avevo pensato a un modo di parlarne ai miei studenti, preferivo farmi guidare dalle loro reazioni, anche perché arrivando di martedì col discorsino già pronto rischiavo di trasformare uno spazio critico nell’ennesimo predicozzo (dopo tutti quelli del lunedì) sul terrorismo, sul mettere da parte i pregiudizi, sul battere la paura. Insomma, una brutta copia di quanto subii da studente dopo l’11 settembre.

L’argomento è venuto fuori, invece, in modo diretto, attraverso l’attacco di panico di una studentessa.

“Che hai?”

“Sabato devo prendere il treno, ma non voglio farlo. Dovevo andare a Roma. Ho paura. E se arrivano i terroristi? E se la stazione non è ben controllata?” Con gli altri studenti che annuivano, gli occhi pieni della stessa costernazione.

Ho detto loro quello che convinzione dico sempre, che cedere alla paura è proprio quello che i terroristi vogliono, che dopo un attentato è statisticamente poco probabile che ce ne sia subito un altro perché il livello di guardia è maggiore. Ho cercato di sdrammatizzare con qualche battuta.

Mi sono sentita terribilmente impotente davanti a quegli occhi che dicevano soltanto “io non voglio morire“. Ho cercato di rassicurarli in ogni modo, cercando di mostrare che io non ho paura e che quel che sarà, sarà.

Ma a diciott’anni non si è così fatalisti.

O forse nessuno di noi lo è davvero. Ho sospetto che tutti quelli che se la prendano con l’Islam (magari citando a sproposito Oriana Fallaci) o tutti quelli che denunciano l’ennesimo complotto american-pluto-giudaico-massonico-chi più ne ha più ne metta, oltre che dall’ignoranza, siano mossi soprattutto dalla paura.

È bello, è semplice pensare che tutto si riduca sempre a “buoni contro cattivi“, meglio se conditi di complotto. È in fondo la trama di ogni western, di ogni spy-story. È terribilmente rassicurante trovarsi subito un nemico da combattere, può essere persino gratificante e farci sentire degli eroi (nulla di nuovo, è la “sindrome da complotto” di cui parlava Pasolini). Ma questo vuol dire mettere a tacere la propria ragione.

La realtà, spesso, è ben più complessa, non c’è un solo attore in gioco, c’è una complessità di fattori e di contesti storici, culturali e sociali, talvolta tanto intricati che è difficile persino distinguerli gli uni dagli altri. Il terrorismo -di qualsiasi matrice- vuole esattamente eliminare quel tipo di complessità, vuole polarizzare l’opinione oltre che terrorizzare, in modo da costringerti a reagire in modo scomposto (spesso eccessivo) e che danneggerà prima di tutto te stesso (se avete tempo, regalatevi la lettura di questo articolo di Yuval Noah Harari). Perché loro, i terroristi, hanno poco o nulla da perdere.

Ecco, vedendo le reazioni di molte persone in questi giorni, questo sì che mi fa paura. Perché ogni volta che qualcuno ragiona per semplificazioni e grida al nemico, al noi contro loro, ecco i terroristi hanno già vinto.

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