Di un quarantesimo, santi e dolcetti

Mi ero ripromessa di non postare nulla sul quarantesimo anniversario dall’assassinio di Pasolini, perché di rumore ce ne sarebbe stato fin troppo. E per come sono fatta, sapevo che buona parte delle celebrazioni ufficiali mi avrebbero fatto venire il voltastomaco (così è stato, vedi il teatrino a Che tempo che fa). Per questo motivo avevo scelto da qualche mese di non andare a Roma il 2 novembre. Rimaneva l’amaro in bocca di non poter fare qualcosa (il lunedì è uno dei giorni in cui non insegno e in ogni caso non avendo italiano, avrei al massimo potuto fare un accenno). Poi è successa una cosa inaspettata: mi hanno chiamata nella scuola dove ho fatto tirocinio per condurre un progetto su Pasolini, organizzare un evento per i ragazzi proprio in occasione del 2/11. Non ci ho messo un secondo a dire sì.

Per due mesi abbiamo lavorato a un percorso da fare agli studenti delle classi quinte: attraverso l’uso di un sito creato appositamente, di schede e poi delle risorse scelte da ogni insegnante,l’opera di Pasolini è stata introdotta alle studentesse e agli studenti delle classi quinte, per prepararli al meglio alla giornata del 2.

Abbiamo deciso di dar loro un assaggio, perché in due ore nessuno di noi aveva la pretesa di spiegare tutto, voleva semplicemente incuriosirli, spingerli a leggere o a guardare qualcosa.

Abbiamo deciso di mostrare loro una sequenza dal Decameron (dall’episodio di Andreuccio da Perugia), poi di parlare della mutazione antropologica e del rapporto tra il corpus pasoliniano e la storia dell’arte. Io ho preparato un intervento su Pasolini e i giovani, per leggere e spiegare a quei ragazzi alcuni testi che parlassero di loro. A  fine giornata un saggio di ricezione pasoliniana, con un regista che è venuto a presentare il suo spettacolo dedicato a Pasolini.

Nonostante i timori e le difficoltà nell’avere di fronte un pubblico eterogeneo (studenti dei licei e dei tecnici), credo che la manifestazione sia riuscita. Quando ti accorgi che i ragazzi sono coinvolti dal film, perché li fa ridere, perché rimangono appesi e ne vorrebbero vedere ancora; quando ascoltano con attenzione le letture dei testi; quando si emozionano.

I colleghi mi hanno poi detto che si sentiva tutta la mia passione e che soprattutto le ragazze e i ragazzi l’hanno sentita e ne sono rimasti colpiti. Credo che siamo riusciti a far loro percepire l’arte come materia viva, come qualcosa che si espande tra le varie discipline, che ogni volta parla in modo diverso, che è fonte a sua volta di arte nuova. Che non finisce nella pagina stampata di un libro, su una tela o su uno schermo.

Ecco, credo che un modo migliore di dare un senso a questo quarantesimo non potesse esserci.

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