Nanowrimo, scrittura e senso di colpa

Novembre è il mese del NaNoWriMo (National Novel Writting Month), una giocosa iniziativa che consiste nello scrivere un romanzo (abbozzare sarebbe più corretto in un mese). Me lo ha ricordato ieri Valpur. È ovvio che è difficilissimo scrivere qualcosa di valido in così poco tempo, ma il senso dell’iniziativa è soprattutto quello di divertirsi, di giocare (cosa che da adulti tendiamo sempre a fare troppo poco).

Di solito sono piuttosto regolare e caparbia nella scrittura, non perché ci metta particolare volontà, ma perché ho imparato che se voglio comunicare qualcosa e non lo faccio, poi sto male (psicologicamente: nervosismo, incapacità di concentrarsi a dovere su altro; fisicamente: tachicardia e peggioramente delle mie emicranie). Per un periodo della mia vita, ho usato il NaNoWriMO (anche se l’ho terminato una sola volta). L’ho fatto per un motivo particolare: il senso di colpa. Ed è su questo che vorrei riflettere.

Non riesco a stare senza esprimermi (dico esprimermi e non scrivere, perché la mia immaginazione funziona in modo più complesso: alla scrittura si affiancano sempre la fotografia, il disegno e la musica; spesso ho bisogno di usare più linguaggi). E devo anche continuamente trovare qualcosa di nuovo, di sfidarmi. Ho sempre almeno una decina di progetti tra le mani, miei o in collaborazione. Tutto questo richiede organizzazione, spesso multitasking, soprattutto tempo. E dato che tutte queste attività non mi danno da vivere, il fattore tempo diventa un problema. Faccio due lavori diversi (tre quando riesco ad avere qualche commissione da traduttrice o editor freelance), ho una casa da mandare avanti (la Piccina sta fuori di casa in media dieci ore al giorno), sono purtroppo anche figlia unica, con tutto il carico di doveri ed aspettative che questo comporta. E poi c’è il tempo che voglio dedicare a chi amo. E il tempo per leggere e studiare, che serve anche per la mia professione.

Soprattutto, ho interiorizzato il pregiudizio di genere che una donna prima deve prendersi cura degli altri e delle cose, poi, solo se avanza tempo e se nessuno la richiede (e se regge il fisico), può occuparsi di ciò che interessa a lei. E se strappa mezz’ora per scrivere, lasciando indietro magari altro, ecco che scatta il senso di colpa. Feroce. Razionalmente so benissimo che non è giusto, che è appunto, frutto di un pregiudizio sessista ben interiorizzato; ma a livello emotivo è un meccanismo difficile da controllare.

Ecco a me il NaNoWriMo è servito a imparare a dominare quel senso di colpa: magari non è sparito del tutto, perché le abitudini sono dure a morire, specie quelle acquisite sin dall’infanzia. Adesso però sono in grado di ritagliarmi una mentale room of my own, pensando che il tempo speso per fare qualcosa che è necessario a me non è tempo sprecato. E quando arriva il senso di colpa, posso chiuderlo fuori dalla porta di quella stamza.

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