Una favola diversa

Questa è una favola diversa. O forse no, mio caro lettore.

C’era una volta una bellissima principessa.
Come tutte le principesse delle favole che si rispettino, questa principessa era bellissima: aveva lunghi capelli neri lucenti che le circondavano la figura perfetta, i suoi occhi erano dolci e capaci di incantare chiunque li guardasse. Aveva labbra fini e sensuali e la sua voce era soffusa come l’armonia di un violino.
Non era prigioniera di alcun drago, né aveva una matrigna cattiva che la tormentasse ed era circondata da nobili amiche che le volevano bene.
Amar era il nome della nostra principessa.
Penserai che questa sia una storia banale e poco interessante e probabilmente avrai ragione. Ma se avrai la pazienza di stare ad ascoltare, te la racconterò comunque.
Dunque Amar viveva nel suo reame incantato.
Una cosa non ti ho detto. Amar e la sua corte non vivevano sulla terra, poiché la nostra principessa era la Principessa di tutte le acque. Ma non per questo Amar era infelice: il suo mondo le piaceva e ci stava bene.
Il suo reame era proprio come tutti gli altri reami: vi erano città e villaggi, foreste e vasti prati. La gente era varia come quella della terraferma e c’erano tanti animali, anche se naturalmente erano animali acquatici.
Il suo castello era ancorato sul fondo del mare, costruito di coralli e madreperla, alto e scintillante come la luna.
Amar amava passeggiare per quel regno sconfinato, stupirsi dell’infinità di storie che le alghe sanno raccontare quando passeggiava da sola nelle praterie di posidonia, o semplicemente si mescolava alla gente comune in giro per le molte città del regno.
Non mancava mai di ricambiare un sorriso, per quanto fosse timida, ed i suoi sguardi erano sempre benevoli. I suoi passi non gravavano mai tropo sul suolo, erano leggiadri e le vesti leggere sfioravano appena l’acqua attorno a lei.
Era una presenza che passava quasi inosservata per la sua delicatezza, solo il suo profumo dolce e lo scintillio del suo sorriso avvertivano del suo passaggio.
Altre volte si dilettava in compagnia delle sue amiche a ridere e a scherzare, proprio come qualsiasi principessa.
Eppure… Amar desiderava ancora qualcosa. Amar sognava l’amore.
Vedeva intorno a sè tanta gente che si innamorava o che soffriva per amore. Ascoltava i sogni delle sue amiche per quel bel paggio che passava veloce per i corridoi del castello, o sua sorella che piangeva per un amore finito.
Ma pareva che il destino non le avesse riservato questo dono.
Qualche volta era stata innamorata, forse, ma sembrava che ogni volta fosse tutto sbagliato, si innamorava di occhi che non la guardavano, di mani che non volevano sfiorarla.
Quei volti che aveva osservato da ontano o a cui si era alle volte avvicinata timidamente piano piano svanivano nella memoria come ricordi dolorosi.
Ormai erano passati i tempi in cui piangeva guardandosi allo specchio e chiedendo ai riflessi della luna perchè il suo destino era di rimanere ignorata.
La mancanza d’amore era diventata una malattia che pian piano faceva perdere di lucentezza ai suoi occhi. Era sempre bella e probabilmente tale sarebbe rimasta, ma chi le stava accanto si accorgeva che i suoi sorrisi erano meno scintillanti man a mano che il tempo passava.
Avevano provato a presentarle giovanotti prestanti o delicate signorine, ma poi alcuno di loro era stato in grado di rendere le sue mani meno fredde.
A volte, nelle nottate solitarie, rimaneva sveglia nella sua stanza, guardando il paesaggio freddo e addormentato dalla grande finestra e sognava ad occhi aperti, canticchiando qualche canzone d’amore perduto tra le labbra:
“Wish you were here, my countryman, wish you were here…”

C’era una volta un cavaliere molto speciale. Sì, lo so, adesso mi dirai che non ho finito la favola precedente. Ma abbi ancora un po’ di pazienza, per favore.
Stavo dicendo.. questa cavaliere era molto speciale. Aveva un’armatura di argento lucente che scintillava come i raggi della luna e la sua spada era fida e potente ed aveva ucciso molti draghi e altri mostri.
I suoi occhi erano grandi e luminosi e dentro il suo petto batteva un cuore generoso.
Il suo nome era Avel, come la tramontana di Bretagna e al pari del vento il nostro Cavaliere era di sesso femminile.
Non per questo Avel era biasimata dagli altri cavalieri o non veniva riconosciuto a lei il suo coraggio ed il suo onore, anzi la sua particolarità la rendeva ancora più eccezionale.
E tuttavia la sua storia non prevedeva un lieto fine. Si sa, alla fine delle dure prove, quando il drago è stato sconfitto c’è sempre una Principessa ad attendere col cuore trepidante il suo cavaliere liberatore.
Ma per uno strano scherzo di un bizarro scrittore, nessuna principessa aveva atteso la nostra Avel, ma soltanto una maga molto potente ma di origini poco nobili quanto il suo cuore nero.
E così Avel, da cavaliere libera che era, si era trovata schiava per amore degli occhi intriganti della bella maga a sottostare ad ogni tipo di umiliazione, ad abbandonare le armi ed il cavallo e a dover imbracciare la poco nobile scopa.
All’ìinzio le cose parevano andare bene, la maga chiedeva spesso ad Avel dei favori, ma le era riconoscente con tutte le dolcezze piccole e grandi che solo gli amenti sanno usare.
La Maga teneva Avel ai suoi capricci, le comandava di svolgere le mansioni di casa, di andare a raccogliere i fetidi ingredienti per gli incantesimi in lunghi e umilianti pellegrinaggi per le paludi. E se all’inzio in compenso di tante fatiche c’erano stati baci e carezze, ben presto era subentrato un distacco maligno.
E tuttavia Avel non riuciva a sottrarsi da quella schiavitù per quel filtro potentissimo chiamato amore.
Una sera Avel ritornò prima del solito da uno di quegli orribili viaggi, contenta di essere riuscita a procurarsi più in fretta di quanto sperasse le vesciche di rospo velenoso che la sua maga desiderava con tanto ardore.
Sapeva bene che se non le avesse portato quelle maledette trenta vesciche non avrebbe avuto neppure un saluto da lei…ma con tanto bottino e così in fretta trovato, sperava almeno in un grazie gentile.
Tutt’altro fu quello che le si prospettava davanti: la Maga non l’aspettava affatto, anzi fu piuttosto secata di vederla tornare così presto.
Avel la trovò che si stava divertendo, nel loro letto ormai vuoto da tempo, con un’altra maga della sua specie.
La Maga strappò di mano ad Avel il sacchetto col bottino e le disse:
“Credevi che avrei avuto ancora bisogno di te? Che me ne faccio di un cavaliere io? Non ne ho mai voluto uno.“ e così le chiuse la porta in faccia e la serrò con i chiavistelli, sperando che non tornasse.
Per la prima volta il cielo vide un Cavaliere piangere.

Ma che diamine di favola è questa, dove ogni cosa sembra andare alla rovescia? Dove i buoni non sono felici ed i cattivi se la ridono alle loro spalle?
Se non lo hai ancora capito questa è una favola diversa. O forse no.

Avel pareva essere impazzita dal dolore, piangeva senza sosta. Il cuore le brciava come se lo avessero dilaniato a morsi dai lupi. Ossessive le immagini di quell’ultimo incontro con la sua amata le tornavano in mente e le sembrava che la sua vita non avesse più un senso in quella terra.
Nessun mostro da uccidere, non più una spada anche solo per conficarla nel suo cuore, nessun cavallo per scappare. Pareva che non le rimanesse neppure un posto dove andare. Errò ancora per giorni lungo boschi e colline, senza riuscire a prendere sonno e senza fermarsi.
Il dolore si attenuava i ricordi diventavano un vuoto apatico che non lascia spazio neppure alla disperazione. Fu così che una mattino di uggiosa pioggia Avel si lasciò andare sfinita nel fango del fiume.

Io ti avevo avvertito che questa era pur sempre una favola, lettore.

Amar passeggiava sperduta per i prati verdeggianti del suo regno, da sola. Ormai aveva imparato a sfogare nella solitudine la sua miseria… tanto chi nell’acqua poteva accorgersi delle sue lacrime? Ogni tanto alzava la testa dove l’acqua lasciava filtrare i raggi dorati del sole e rimpiangeva il giorno in cui era venuta al mondo per un simile destino. Mentre camminava con la testa in alto, presa nelle sue maledizioni, urtò contro qualcosa che ostacolava i suoi passi e vi inciampoò
“Scommetto che questo non succede alle altre principesse. Adesso anche la mia terra si prende beffe di me.” Ma non era la terra, bensì il corpo esanime di una fanciulla dagli abiti strani.
Amar si accucciò con grazia accanto a quella creatura bizzarra, che pareva dormire un sonno infinito.
Senza sapere bene il perchè, provò l’istinto di accarezzare quelle guance così rosee e fini, come non ne aveva mai viste fin’ora.
Avel aprì gli occhi e si spaventò…nelle grinfie di quale maga ancora più potente poteva averla gettata il destino stavolta?
Incrociò lo sguardo puro di Amar e ne rimase incantata.
-Tu devi essere una Principessa…- sussurrò, incredula.
-Io sono Amar, principessa delle Acque e questo è il mio regno.- rispose con cortesia chè le sue parole parevano miele di rose”E tu chi sei, mia inattesa ospite?”
“Mi chiamo Avel, sono un cavaliere della Bretagna, mia splendida Principessa. Non so come sono arrivata fin qua. Ricordo soltanto che ero sfinita dal pianto…e poi ho visto te.”
“E perchè piangevi, mia bellissima Cavaliere? Un drago opprime la tua bella?” chiese, quasi con una punta d’invidia.
“Il destino mi ha giocato un brutto scherzo…io non ho nessuno che mi attenda.” Avel abbassò lo sguardo, imbarazzata.
Amar le prese gentilmente la mano.
“Allora non avrai niente in contrario se ti porterò a visitare il mio acquatico regno.”
Fu così che Amar condusse Avel attraverso le città dei Coralli, mentre gli abitanti guardavano la loro principessa sorridere per mano alla straniera. Attraversarono i campi sterminti della Posidonia, i cui ciuffi erano tornati a splendere di un bel verde smeraldo. Andarono a vedere i raggi della luna filtrare dalle scogliere vicino alla superficie.
Mai le loro mani si lasciavano, ed erano diventate calde.
“Torneresti a palazzo con me?” le chiese Amar dopo tanto pellegrinare, impaurita che Avel la potesse lasciare. In fondo, un cavalier ha bisogno di coninua avventura…
“Tutto per te, mia adorata.” Così partirono alla olta del castello che non sembrava essere mai stato più vicino.
Le amiche di Amar furono stupite e gioiose di vederla tornare: quasi non riuscirono a riconoscerla tanto era cambiata òa loro Principessa.
E non domandarono niente quando videro Amar e Avel baciarsi nel giardino della reggia, sotto un albero di perle cristalline, ma si limitarono a sorridere felici.
Io non so dirti la fine di questa favola, mio paziente lettore che fin qui mi hai seguito, se non augurare che l’amore trionfi, almeno per un po’.

Alla mia Principessa. Pisa, 28/04/2008


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