Sopravvivere

Sopravvivere 


Note scritta per un contest di IGZ
Dedica al mio Maestro Vincenzo di Benedetto, che ci ha insegnato a non essere soltanto grecisti o latinisti, ma uomini di cultura perchè “la cultura è l’unico strumento di libertà che nessuno potrà mai toglierti”
“Voi, noi non possiamo capire. Siamo soltanto uomini.” (13/03/06)

Vincenzo guarda stancamente fuori dalla finestra il lento scorrere del tempo e le macchine che percorrono solitarie il viale alberato che porta al mare.
Gli occhi celesti, perennemente velati da un sottile strato di lacrime malinconiche, si perdono nello splendore della luce e la penna cade sul quaderno.
In epoca di computer, ancora è rimasto uno dei pochi a scrivere a mano i propri lavori, nonostante lo scherno dei colleghi più giovani.
E’ una domenica pomeriggio ed il rinomato luminare non sta lavorando ad uno dei suoi articoli, ma a qualcosa di più privato: un’autobiografia, o meglio, un guazzabuglio di ricordi.
La penna si inceppa da vent’anni sempre sulla stessa frase.
“Non avevo mai riflettuto sul senso del peccato o dell’orrore. Ero appena un ragazzo di venti cinque, convinto di vivere in un tempo pre-cristiano, dove parole, come peccato, non avevano un senso. Il ritorno dal Campo mi portò invece a riflettere sulla tematica dell’emarginazione, del peccato, della redenzione e della punizione.”
Non era mai riuscito a superare lo scoglio di quell’incipit amaro.
Eppure nella sua testa “illustre” e nelle sue mani rugose e macchiate dalla vecchiaia precoce era ben chiaro quanto volesse scrivere.
Non voleva descrivere l’esperienza della deportazione o quella della vita nel Campo di concentramento: altri prima di lui e in miglior modo erano riusciti a descrivere quella condizioni.
Le parole di levi –aveva amato e odiato quei libri- avevano descritto un’epopea umana che aveva afflitto un numero troppo esiguo di fortunati.
Sì, quei fortunati che erano ancora lì per raccontarlo.
Quello che il professore voleva raccontare era il lento travaglio interiore che porta l’uomo a sopravvivere, le difficoltà incontrate ed il lavoro di catarsi che porta via la parte più evidente del dolore.
La sua vita era stata segnata dalla colpa, in senso sociale e religioso-morale.
Il peccato sociale, quello di essere ebreo in Italia durante il Regime Fascista, non era un fardello insopportabile, la colpa sociale è qualcosa di soggettivo, qualcosa di modificabile, non è un marchio che dura per sempre. E’, sostanzialmente, una colpa che non è una colpa.
“Non ho mai vissuto la mia nascita come una colpa, neppure quando mi impedirono di continuare la mia attività di ricerca in Normale. “ amava ripetere agli studenti del corso di Greco, sapendo di lasciare stupiti quei giovani studenti, che avevano a malapena studiato sui libri quel periodo.
La colpa religioso-morale è invece qualcosa che ti segna per sempre e ti schiaccia se non sei abbastanza forte.
Lui aveva commesso due tipi di peccato: aveva infranto i comandamenti del Levitico ed era tornato.
Era cresciuto in una famiglia che viveva il proprio credo senza fanatismi, lo vestiva come un’abitudine, come un medico veste il camice.
Non aveva mai riflettuto sul perché fosse proibito mangiare certi cibi o perché si osservassero alcune feste. Era un’allegra consuetudine.
Così, quando l’unico cibo possibile durante il lungo viaggio di ritorno era stata carne di maiale, o quando al suo stomaco si era presentato un piatto di carne e formaggio non ci aveva pensato neppure un minuto.
E non si era neppure pentito di non aver pregato Adonai prima di mangiare il pane.
Forse la sua era stata mancanza di fede e aveva invidiato anche coloro che affrontavano la lentezza della morte grazie all’incordabile certezza nella forza del Signore.
Per la sua vita il secondo tipo era stato alquanto deleterio.
Nella Bibbia, che una mente avida come la sua non aveva potuto trascurare di studiare, non c’era scritto da nessuna parte che sopravvivere ad un massacro” sia un peccato.
Eppure ricordava gli sguardi cattivi e ipocriti di chi lo aveva accolto, una volta tornato in Italia. Ricordava le domande insinuanti di chi chiedeva a lui notizie di amici e parenti… In quei momenti si ricordava di Cavalcanti che sorge dalla tomba per chiedere a Dante le sorti del figlio.
Lo avevano pian piano emarginato, fatto sentire un reietto, colpevole di essere rimasto vivo in un mondo di spettri.
Com’è assurda la natura umana, incapace di gioire per la conservazione di un suo simile.
Così era rimasto…solo. Solo a combattere contro un peso che altri gli avevano addossato e che lui non sentiva: no, a lui il Signore non parlava con rimprovero e neppure si negava. Elohim lo sosteneva come sempre, gli dava la forza.
La forza che gli uomini non erano stati capaci di dargli e che lui aveva trovato in se stesso e in quegli autori di tempi lontani che sorridevano dalle pagine di vecchi libri.
Un raggio di sole birichino illuminò ancora una volta la pagina rimasta per tre quarti bianca. Vincenzo si alzò a fatica e andò ad accarezzare le copertine dei libri sullo scaffale polveroso, alla ricerca di un abbraccio confortevole.
-Professore- lo richiamò oltre la porte socchiusa la voce melliflua della sua assistente-è ora di andare a lezione.-

2009


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