Precipitevolissimevolmente

Era bella, i pantaloni troppo grandi legati in vita da una cintura colorata, il maglione rovinato dalle tarme. Abbassò lo sguardo quando mi avvicinai, come se si vergognasse per quel suo stato dimesso, ma consono alla situazione di disagio in cui ci saremmo trovate a lavorare.
Avanzammo diligentemente per i corridoi bui, accompagnate dal direttore del museo, venuto a sporcarsi le mani nel fango in prima persona.
L’alluvione aveva cambiato il volto del centro di Firenze. Dello splendore che fino a pochi giorni fa rendeva famosa nel mondo la culla del Rinascimento, solo deboli bagliori riemergevano a poco a poco, mentre l’acqua si ritirava per lasciare posto a fango e detriti.
In centro regnava il caos assoluto: adesso che le strade erano nuovamente accessibili, pur nella massa confusa di residui della piena, la gente cominciava a tornare per contare i danni e ricominciare a vivere.
Molte case del centro erano state devastate dall’acqua. Gli ultimi piani aprivano le finestre per ricominciare a respirare approfittando di qualche pausa nel tempo poco buono e uggioso di Novembre.
Ogni cosa era intrisa di odore di muffa e di morte.
Centinaia di ragazzi come noi, provenienti da mezza Italia, erano venuti a dare il loro contributo per salvare la città e farla rinascere da quel disastro imprevisto. I loro sforzi erano stati dirottati alla Biblioteca Centrale, dove migliaia e migliaia di volumi erano stati investiti da tonnellate d’acqua.
In qualche modo mi sentivo privilegiata: il mio lavoro di restauratrice mi era valso un compito diverso dagli altri e in qualche modo più nobile, dedicarmi alle tele allagate nei magazzini degli Uffizi.
Mi ero preparata psicologicamente allo spettacolo straziante cui i miei occhi avrebbero dovuto assistere: centinaia e centinaia di quadri considerati “minori” bagnati, incrostati e sudici. Preziose opere di pazienza a rischio di svanire, colori sciolti come un arcobaleno riflesso in una pozza.
– Come ti chiami? – mi chiese la mia compagna, intimidita, con un accento che denunciava la sua provenienza straniera.
– Elisabetta. – le risposi, cercando di sorridere. – And you?– le risposi, sfruttando le mie conoscenze universitarie, pensando di metterla a suo agio.
– Anne… Anna. – un piccolo sorriso lasciò due graziose fossette luminose sul suo volto dalla pelle troppo bianca.
Gli scantinati erano ancora molto umidi, non c’era che pochissima luce che filtrava dagli alti lucernari. L’impianto elettrico era saltato completamente. I muri urlavano ancora fradici, l’odore di muffa era insopportabile.
Per tutto il resto del tempo non parlammo più, immerse nel dolore decadente di quei quadri semi-distrutti.

– Sei tutta bagnata e sporca di fango… Non vorrai tornare a casa in queste condizioni. – le feci notare. – Se vuoi possiamo andare da me e così potrai telefonare a qualcuno che ti venga a prendere. – le offrii.
– Sono scesa da Fiesole a piedi. Posso tornare su a piedi. – Di nuovo un sorriso debole, stavolta indirizzato a me direttamente. – Grazie. – Mi prese la mano nella sua. Nonostante le ore di lavoro nell’umido, le sue mani erano ancora lisce e dolci.
– Non ti lascio tornare fin lassù a piedi con questo buio. – Non so perchè sentii l’impulso di essere protettiva. – Possiamo andare a casa mia, potrai farti venire a prendere lì. –
– I miei ospiti non hanno la macchina. – rispose con un sorriso timido.
-Allora dovrai aspettare domattina. Però puoi chiamare, adesso i telefoni dovrebbero funzionare. – Fece cenno d sì con la testa e ci incamminammo di buon passo verso le cure. Fortunatamente la nostra casa era sulla collina e l’acqua aveva fatto danni solo in cantina.
– I miei non ci sono, stanno accompagnando mia nonna in campagna… Nonna abitava in centro, la casa è rimasta isolata per parecchio… fortunatamente sta ad un piano alto e sta ancora bene. – Lei mi stava ad ascoltare docile, ogni tanto il mio sguardo incrociava il suo.
Giustificandomi col dover praticare la lingua inglese, cominciai a raccontarle della mia famiglia, di mio fratello ormai sposato e del mio fidanzato, Michele, che presto avrei sposato, terminati gli studi.
Lei sembrava incantata dal mio racconto, non riprese mai il mio accento troppo fiorentino.
– Scusami se ti ho annoiata. – arrossii, timida.
– No, affatto. – mi rispose in buon italiano.
– Dimmi qualcosa di te. – le chiesi, nuovamente in inglese. Lei cominciò a parlarmi, in un italiano fluente, della sua famiglia, della madre aspirante pittrice che era finita ad insegnare Storia dell’Arte in una città della Cornovaglia per amore di un giovane meccanico e come avesse scelto di concedere alla figlia minore le possibilità che lei stessa si era negata.
Anne era un’artista o, come si definiva lei, “un’amante del bello”.
– Io vedo il bello in tutte le cose: nelle foglie che cadono sull’asfalto, nell’acqua che distrugge, nei tuoi occhi limpidi. – sussurrò, quasi tra sé e sé. Mi accorsi che, fissa davanti alla porta di casa, la guardavo incantata.
Mi accarezzò la schiena dolcemente.
– Mi fai entrare? – mi chiese. Cercai le chiavi e le infilai nella toppa. Per fortuna la luce era tornata. Salimmo le scale , non mi fidavo a prendere l’ascensore con una possibilità d blackout.
– La tua casa profuma di buono… di casa – sussurrò, entrando con discrezione. Andai in camera per prendere dei vestiti puliti dall’armadio, sperando che le stessero bene, nonostante fosse più magra e slanciata di me.
Lei rimase in corridoio, curiosa di ogni singolo quadretto che mia madre vi aveva diligentemente appeso.
Le sue guance bianche si erano imporporate di un delicato rossore.
– Vieni… – la invitai in bagno. – L’acqua adesso dovrebbe essere calda. – Socchiusi la porta e annunciai che avrei preparato il caffè.
Mi tolsi i vestiti bagnati e infangati.
– Elisabeth… – mi sentii chiamare con timidezza.
– Arrivo subito. – Sentirmi chiamare in una lingua diversa dalla mia mi fece sorridere. Iniziai a sognare.
Spensi il caffè e lo versai meticolosamente nelle tazzine: fumava e aveva un odore pastoso.
Mi precipitai a passo svelto in bagno, aveva già aperto la porta… per fortuna. Scivolai sul pavimento umido e andai a sbattere contro il suo piccolo seno morbido.
Aveva la pelle morbida, odorava di latte caldo.
Mi accarezzò il mento con l’indice e mi baciò delicatamente, morbida come un pezzo di cioccolata lasciata a stemperarsi.

Che nuova dolcissima follia era quella?
Io, sempre così pacata… sempre così razionale…
Perché all’improvviso mi faceva piacere qualcosa che non si poteva fare e neppure nominare?
Qualcosa che era proibito, sbagliato, forse…
Non che col mio ragazzo fossimo rimasti casti per tutti questi anni… ma era diverso.
Si ha il dono di una stupida ingenuità a vent’anni.
La baciai tra le clavicole, ogni mio gesto era spontaneo… improvvisamente la desideravo. Era come se avessi trovato qualcosa di desiderato che mi era stato nascosto da sempre.
Sul mio letto mi cullò come tra le onde del mare, mi sembrò di stare tra morbide nuvole profumate… La realtà non esisteva più. Esisteva solo l’assoluto delle sue carezze, dei baci dati e ricevuti…
Imparai qualcosa di nuovo dalla sua lingua e dalle sue dita… qualcosa che sapevo non avrei mai dimenticato.
Il caffè rimase a freddarsi nelle tazzine, riducendosi ad un’amara melma, simile al fango che avevamo tolto quella mattina e che ci avrebbe accompagnato per i giorni a venire.

E adesso che mi trovo a scrivere di quei giorni e di tutta la confusione che ne seguì, sfruttando la mia insonnia da vecchia, quando bevo il caffè mi viene ancora in mente il suo odore.

 

26 maggio 2008


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