Giulietta & Giulietta

C’era una volta….Su quel Ramo del Lago di Como… ci sono tanti modi di iniziare una storia. La nostra iniziò così.

Satyricon @ 01-03.XX
Mi stai proprio sulle palle.

Klw-klw @10.03.XX
Credimi la cosa è reciproca.

Così è iniziata la nostra storia d’amore su una message board.
Mi chiamo Giulietta, un nome che odio, un nome da strapazzo, da commedia (ma voi mi correggerete dicendo che è un nome da tragedia, che deriva dal maestro Shakespeare e balle varie), non mi piace.
Mi chiamano Giuly, Titta o qualche stupido Tetta. Magari avessi almeno quelle.
Ho vent’anni e sono piatta come una tavola da surf. E magra come un filo di seta. Insomma, un cesso.
E chissenefrega. Buongiorno, mondo. Anzi, ‘giorno e basta, che di te e del 99% della popolazione mondiale non me ne importa niente.
Se non fosse per quel ridicolo, casuale 1% da un pezzo non sarei più qui. Sul serio, lasciando da parte le pose da emo-girl che vanno tanto di moda ultimamente.
Questo mondo fa schifo, non ho remore a dirle.
Peli superflui sulla lingua? Mai avuti.
Ma torniamo a quel che stavo dicendo. Vi voglio parlare di quel meraviglioso 1%. Della mia Giulietta, che non sono io.
Innamorarsi via Internet non è cosa fuori dal comune in questa “società di relazioni multimediali filtrate”.
Fanculo senza eufemismi. Rido alle vostre definizioni.
Klw-Klw, al secolo Giulietta. È diversa da me. È una piccola fata dalle dita sottili e lo smalto nero.

– Amore! – ti chiamo nel modo che mi viene spontaneo, ti abbraccio stretta a me, il mio cappotto nero che può contenerci tutte e due, mentre ti proteggo dal gelo e dalla nebbia di questa Torino così nemica.
Sono sei mesi che stiamo insieme, quasi un anno che ci conosciamo.
Tu mi sei piaciuta da subito, anche se non trovavo le risorse in me stessa per confessartelo. La tua allegria, la tua dolcezza abilmente dissimulata, la tua voglia di mordere la vita… ma senza farle troppo male.
Sei bella, Giulietta mia, hai lo splendore di un fiordaliso, qualcosa di raro che solo gli stolti oserebbero chiamare volgare.
Sei la regina indiscussa del mio giardino.
Purtroppo ci frequentiamo poco, tu abiti nella provincia di Alessandria, io studio a Napoli. Metà dell’Italia e collegamenti ferroviari schifosi ci separano.
Per fortuna, qualche genio ha inventato il cellulare, gli sms e le promozioni della Vodafone. E, grazie al cielo, i nostri scassatissimi portatili ancora ci rendono qualche servizio.
Ma tante volte mancano le strette reali, i baci, le carezze che filtrate dallo schermo perdono consistenza.
Non ho mai amato come amo te, Giulietta mia, non ho mai fatto l’amore con tanta intensità.
Tu sei la mia vita ed io non sto scherzando. Raccolgo dal grigio binario della stazione il tuo borsone multicolore. Non so come, sono riuscita a strappare un paio di giorni ai miei per stare con te. In teoria c’è uno spettacolo in città che stasera andremo a vedere.

Danno “Giulietta e Romeo” stasera, ironia della sorte. Io non ho realmente voglia di vederlo. E so che neppure tu ne hai. Nei nostri occhi c’è una luce demoniaca stasera, che trama una fine nuova per noi.
Io non voglio più vivere così, separata da te, col mondo che si frappone in mezzo.
Io che non posso dire a mio padre che ti amo, che non posso tenerti per mano mentre camminiamo nella piazza del mio squallido paese..
Non sai quante volte desidero farla finita…ma non potrei mai fare del male a te, Giulietta mia. Con decisione afferro la tua mano, è un gesto che mi dà una sicurezza infinta che non ho mai posseduto.
Accarezzo il tuo palmo attraverso il guanto di lana.
È fredda Torino.
– Devo renderti i soldi del biglietto. – ti sussurro, un pretesto per avvicinarmi a te e baciarti. Sai di buono come non mai.
– Non importa, amore mio. – mi rispondi e la tua voce è la voce più dolce del mondo.
Ci incamminiamo fuori, per Corso Alberto, mano nella mano, scambiandoci carezze e baci. Qui non ci conoscono e poi chissenefrega.
Io non ho paura. Non ne ho più.
L’unica cosa che mi interessa è stare con te, fare l’amore con te, stringerti e sapere che non ti perderò.
Per troppo tempo ho pensato che questo fosse un sogno impossibile… e pensare che all’inizio proprio non ti sopportavo. Avevo bisogno di farmi notare e tu sul forum mi rubavi in continuazione la scena.
Perché sei bella, amore mio, e intelligente e preziosa.
Odio quando gli altri tessono sottilmente le tue lodi. Io sono gelosa.
La prima volta che ti ho visto di persona e sorridevi, e tu mi avevi detto che non eri solita sorridere spesso, mi hai colpita al cuore.
Ti ho desiderata, ti ho amata dal primo momento. E ogni tuo gesto ha fatto crescere questa cosa.

Ti parlo dell’ultimo libro che ho letto, canto le lodi dello spettacolo che vedremo, mimando una passione che in realtà non provo per nulla.
Tante cose abbiamo in comune, io Giulietta e tu Giulietta: la letteratura, la musica, l’arte, i viaggi… e qualsiasi cosa racchiuda in sé anche solo un riflesso di bellezza.
Ma la mia passione più intima sei tu, Giulietta mia, sono i tuoi capelli biondo rossi, i tuoi occhi intensi dalla forma irregolare in cui adoro perdermi, sono le tue labbra che in poco tempo sono diventate così esperte nei baci.
Attraversiamo i portici ed io ti stringo forte a me, ci fermiamo, rischiando di cadere… Bacio il tuo collo, succhiando brevemente la tua pelle, lasciandoti un’impronta di rossetto alla ciliegia (è il tuo sapore, mi ricorda di te portarlo sulle labbra).
Dalla mia tasca tiro fuori una collanina, con un ciondolo che ho creato io. Ho deciso: sarà il nostro simbolo.
Se tu lo vorrai.
Tu ridi stupita, pieghi il collo in maniera graziosa e rivolgi lo sguardo verso il basso, poi sorridi.
– È bellissimo, Giulietta mia. – ed io non posso far altro che arrossire, perché tutte le volte che mi fai un complimento, le mie guance irrimediabilmente si tingono di rosso.
– Forse… forse… dovremmo pensare a trovarci un ostello per la notte. – propongo, senza convinzione. Io so che non ci voglio stare qui.

– Ok. – sussurro, ma cazzo non voglio. Ma non voglio dirti di no. Non voglio coinvolgerti nella mia follia.
Voglio morire con te stanotte.
Non sto scherzando, voglio morire, tra le tue braccia e non è una metafora per chissà che cosa. Voglio solo morire.
Non ci voglio tornare in quel paese di schifo, in quella cazzo di casa, dalla mia fottuta famiglia. Non sopporto di separarmi ancora una volta da te. Voglio morire e tu mi seguirai, oh, sì.
Perché so che anche a te pesano le attese infinite, pesa la mia assenza. Anche tu senti questo dolore.
Resti e non ti muovi, non tiri fuori la cartina.
– Amore? – ti chiedo. – E se noi a quello spettacolo non ci andassimo proprio? – Il tuo volto si illumina di malizia.
– Potremmo rivendere i biglietti… facciamo ancora in tempo. – Amo la tua follia, così nascosta, ma allo stesso tempo sconvolgente. Troveresti il modo di farci andare sulla luna. Mi aggrappo a te, mia ancora di salvezza. – Vieni. – mi prendi per mano con delicata fermezza e mi trascini davanti al teatro… Non ho idea di come si vendano dei biglietti, ma confido che troverai una soluzione.
Decisa entri nella hall tappezzata di rosso… non so perché, ma stasera questo lusso mi nausea… io voglio solo morire con te…
In poco tempo, affabile contratti con lo stupito commesso della biglietteria, io non ti ascolto, il tuo viso si fa pallido… ed è la cosa più dolce del mondo… ma poi, non so come, grazie alle mille risorse che tiri fuori, riesci ad avere indietro dei soldi.
Ti allontani, trattenendo il riso, ed è la cosa più dolce del mondo.
– Non voleva farlo, ma poi gli ho detto che mia nonna si era sbagliata, mi aveva regalato i biglietti due volte… –
– Che scusa cretina. Che pollo del cazzo! – sbraito, prorompendo in una risata. Ma intanto abbiamo i nostri cento euro.
Fuori ha cominciato a piovere.
– Ti va una tazza di cioccolato? – ti chiedo. Le punta delle dita stanno cominciando a farmi male per il freddo.
Devo trovare un modo di dirtelo… come faccio a dire che voglio morire con te?
Ho già programmato tutto. Troveremo una stanza di albergo. Faremo l’amore, fino allo svenimento, finché saremo stanche di essere felici, finché i nostri corpi chiederanno pietà.
Poi ci abbracceremo, nude sul letto. Io taglierò le vene a te e tu a me, e fonderemo il nostro sangue. Moriremo in un abbraccio e non sarà fredda la morte, sarà calda. E romantica. E piena d’amore.
Snatureremo anche lei, in un tripudio di sangue.
– Giulietta, ti amo. – ti ripeto, con voce squillante, mentre mi conduci sotto la pioggia freddissima per le viuzze intricate del centro, finché non troviamo un caffè carino e appartato.
– Ti amo. – mi baci, la commessa si volta, tu hai le labbra congelate, regina delle mie nevi. Ordiniamo cioccolata e biscotti e ci sediamo nel tavolino più in penombra di tutti.
Stanotte morirò con te, Giulietta, è deciso.
Prendo la tua mano che poco conserva del calore della tazza rosa. Rosa… io odio il rosa.
– Amore? –
– Dimmi… – Rischio nuovamente di perdermi nei tuoi occhi troppo belli.
– Voglio morire con te, stanotte. – mi guardi stupita, per metà sorridendo.
– Ti amo. – mi dici, a cuor leggero e mi baci, lasciandomi un po’ di zucchero a velo sulla lingua.

– Forse… tu non mi hai capita. – Queste tue parole sono un pugno nel petto. Ti afferro una mano e la porto al mio cuore.
– Non ti ho capita? – ti guardo incredula, scostandomi dagli occhi la frangia nera, come se questo mi concedesse un po’ di chiarezza.
– Io voglio veramente morire con te. Nel senso letterale del termine. – Stringi la mia mano, devi avere capito da come si sono irrigiditi i miei muscoli che l’idea non mi piace. Per niente. – Pensa a come sarebbe bello… non dovremmo preoccuparci più di niente, saremo sole io e te fino all’ultimo. Io taglierei le tue vene e tu le mie e mescoleremmo il nostro sangue… – mi alzo accondiscendente a darti un bacio sulla bocca.
– Perché vorresti farlo, amore mio? – I miei occhi limpidi esigono una risposta sincera.
– Perché.. .perché… – mi guardi spiazzata, come quando stai per dirmi una verità profonda che forse neppure tu afferri a pieno.
– Perché non ce la faccio più… – sussurri, sull’orlo delle lacrime. Ho imparato a conoscere i tuoi pianti, sono la cosa più dolce al mondo, eppure mi spacca il cuore. Mi alzo per venire a stringerti e sussurrarti che ti amo in un orecchio. – Non voglio vivere così, non voglio stare senza di te… mi è insopportabile… Allora meglio la morte… se è con te. – Con dignità estrema ti invito ad alzarti, come iniziando uno dei nostri valzer senza musica.
Saldo il conto, senza parlare, la mia mano sinistra sempre allacciata alla tua.
– Vieni con me, amore mio. – mi segui, affidandoti alla mia mano, stranita, senza parlare. Mi incammino sotto la pioggia che ormai è nevischio, su per il corso, di nuovo verso la stazione, sotto lo sguardo troppo severo dei palazzi ingrigiti. Tu parli soltanto quando finalmente conosci la strada.
– Dove andiamo? – ti bacio sotto l’enorme orologio che batte le cinque.
– Ti fidi di me? – ti chiedo, stringendoti forte. Sei tutta bagnata.
– Sì. – mi rispondi. Ti lascio nella hall della stazione promettendoti con gli occhi che ritornerò. Posso capire la tua paura.
La coda alla biglietteria è interminabile, noi abbiamo fretta.

Dove sarà andata? Dov’è? Perché è comparsa, così all’improvviso? Dovevo seguirla… ma non l’ho più vista, è sparita fra la folla… amore, amore mio dove sei… mi manchi.
Non mi lasciare sola un altro minuto, ti prego… non mi lasciare io muoio…
Non sarà… non sarà mica andata a buttarsi sotto le rotaie del treno…
Amore… è colpa mia, col mio parlare ossessivo di morte? Che ti ho fatto, amore…
– Amore, amore… mi hai fatto paura, cazzo! – ti grido, gettandoti addosso la mia angoscia. Rapida mi baci, mi prendi sottobraccio e cominci a correre. E corriamo, insieme, urtando i passanti. Rischi un paio di volte di inciampare, ma non ti arresti. Corriamo, veloci lungo un binario.
Un treno è fermo. Partiamo? E per dove? E per cosa poi?
– Forza. – mi dici, con un piede già sulla predella. Mi tiri su, quasi di peso. Il treno bianco a vedersi è stramo, odora di nuovo… I vagoni sono divisi a scomparti, sopra il biglietto controlli i numeri. Entriamo: sono cuccette.
Mi sbatti sotto gli occhi increduli i due biglietti Torino-Paris Bercy.
Ho voglia di piangere. Di gioia. Ti abbraccio forte, cerco le tue labbra. Questa cuccetta sarà la nostra casa provvisoria.
Il treno fischia, il treno parte. Con mano esperta chiudi la porta della cuccetta.
– Ci siamo solo noi due. – mi provochi, oscurando le tendine. Piano piano mi tolgo le scarpe, buttandole sotto la cuccetta. Chissà quante persone hanno dormito su questo letto.
Chissà quante persone hanno pianto… o hanno fatto l’amore prima di noi qui.
Ma per loro non era importante come lo era per noi.
Tu come sempre inizi i giochi.
Iniziano con le tue mani che giocano coi miei capelli, che mi sfiorano le labbra.
Adoro quando ti spogli davanti a me… Sei bella, oh sì, cavolo se sei bella. Mi sfiori ed io non posso fare a meno di sentirti qui.
Di sentirmi viva, quando la tua lingua sfiora la mia, quando riempi il mio corpo di tremiti e carezze…
So come andrà a finire e non potrei prevedere un migliore happy-ending, quando mi distendi con delicatezza sulla cuccetta, appoggiando il tuo piccolo peso sopra di me.
– Ti amo. – mi sussurri, un attimo prima di sprofondare in me.
– Ti amo, Vita mia. –

2009

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