E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

E se gli Stati Generali non fossero stati convocati per il cinque maggio 1789 ?

 

L’ami du citoyen, Lion, le 21 Janvier 1793

Cittadini gloriosi, si è aperta l’era del nostro trionfo: il Convenzione di Parigi ha stroncato le nostre catene. La liberazione dalla tirannide è vicina. L’inizio di questo anno prospero per la nostra Repubblica si annuncia all’insegna della libertà e della virtù.

L’estate passata le sezioni parigine avevano chiesto l’abbattimento della monarchia, prendendo nuovamente le armi per rovesciare il despota. La Controrivoluzione affilava le sue armi, ma le forze rivoluzionarie fermarono il gesto liberticida del Traditore La Fayette. Infine la Convenzione Nazionale il 22 settembre, giorno di gloria per tutti i francesi, dichiarò decaduta la monarchia e sancì l’inizio della nostra sacra Repubblica, una e indivisibile. Mentre i nostri eserciti valorosi, confortati dal nuovo lume della nostra patria, vincevano su tutti i fronti, alla Convenzione si discuteva un’ardua e importantissima questione: che fare dell’antico tiranno Luigi Capeto e della sua stirpe? Privata del suo potere, essa costituisce ancora un pericolo per la salute della nostra patria?

Apprendiamolo, lettori, direttamente dalle parole di un deputato giacobino alla Convenzione, il cittadino Saint- Just:

Cittadini qui riuniti, voi tutti, vi prego, attenzione. Forse il mio discorso vi sembrerà cinico, forse spietato, ma solo una razionale analisi potrà portare ad una deliberazione equa e giusta. E dunque noi siamo qui riuniti per giudicare quest’uomo, badate bene, non un uomo qualsiasi, ma un re, Saremo noi a giudicare, cittadini, noi che abbiamo combattuto e lottiamo per riconquistare la nostra libertà, quel sommo bene che anni di soprusi ci avevano strappato.

Ebbene di quest’uomo, un uomo tanto abbietto da impedire al popolo di riunirsi nella legittima Assemblea Nazionale, un uomo così vile da far attaccare i propri sudditi, unica fonte della sua sovranità, di quest’uomo siamo chiamati a decidere il destino. E in gioco non vi è soltanto la sua vita, ma la nostra patria; solo a noi spetta decidere in quale forma di Stato riporre la nostra fiducia, quale sia la forma di governo più adatta alla luce dei nostri sacri principi: la libertà, l’uguaglianza, la fraternità.

Sulla natura di questi, certo, non mi starò a dilungare, dato che voi, cittadini consapevoli, li avete da tempo compresi e ammirati e nel loro nome avete versato sudore, lacrime e sangue.

Non riepilogherò i fatti avvenuti in questi gloriosi anni, perché voi, cittadini, ben li conoscete, ne siete gli eroi. Ma piuttosto vorrei farvi immaginare come procederebbe il mio discorso se il Cesare criminale avesse esercitato fino in fondo la sua tirannia, impedendoci di riunirci negli Etats Generaux. Proseguirei più o meno così:

“Cittadini, riepiloghiamo in breve i gloriosi momenti del nostro trionfo.

Ricorderemo tutti quanto meschino sia stato il regno di questo uomo e dei suoi predecessori e come questa condotta abbia gettato la Francia nella miseria, in preda alle ruberie e a i soprusi, senza curarsi di come il popolo moriva di fame.

Quando infine non solo la voce del popolo e del Terzo tutto, ma quella della Francia si levò a reclamare la convocazione degli Etats Generaux, egli negò, reprimendo nel sangue ogni accenno di protesta.

Che cosa rimaneva da fare per riacquisire i naturali diritti? Esercitare il diritto sovrano, recidere quel contratto anticamente stipulato. E se le vie giuridiche ci erano state tutte precluse, restava un’unica strada: la rivoluzione. Fu così che prendemmo le armi, cittadini gloriosi, e, come gli antichi popoli si ribellarono ai tiranni, così noi facemmo contro la bestia infame. Per il nostro ardore e il nostro coraggio in quel giorno Parigi fu nostra e il nostro traditore si vide abbandonato dai suoi stessi protettori.. Penso a loro, ai nobili soldati che scelsero la giustizia e si ersero a difensori del popolo e insieme ad alcuni valenti concittadini formarono la nostra Guarde Nationale.

La nostra Rivoluzione non era che agli inizi, ma i nostri cuori impavidi non si arrestarono e marciarono su Versailles: era l’alba di un nuovo giorno per la Francia. Dopo cinquanta anni il re tornava a Parigi, là, da dove era fuggito, il popolo lo riportava, non in trionfo, certo. Occorreva ricostruire le istituzioni indebolite e distrutte, i nostri ideali e i nostri cuori volevano illuminare l’intera nazione. Qualcosa, di certo, stava già cambiando, ma molto doveva ancora cambiare.

Ben presto tutti i Francesi furono presi dallo spirito di libertà e la Rivoluzione divampò in ogni angolo della Francia. Era il trionfo.

Ben presto, però, la reazione insorse. Dovevamo combattere i nemici della terra di libertà. Non ci fu tempo , allora, di interrogarci su quale fosse il miglior governo, era ormai tempo di azione. Poiché l’anarchia, per quanto preludio di libertà, è anche fonte di debolezza, dovemmo sconfiggerla. Forse il modo sarà stato drastico, ma certo efficace e di questo, d’altronde, abbiamo già reso conto ai cittadini di Francia. Venne nominato dalla volontà popolare un Comitato che ben governasse per gettare le solide fondamenta della nostra Repubblica, un comitato per la salute della patria.

Fu così che, grazie a tempestive decisioni e all’audacia strenua dei cittadini chiamati alle armi, riuscimmo a difendere la libertà contro i nemici interni ed esterni. E come sempre, difendere la libertà, cittadini, implica versare molto sangue, beati coloro che nell’Età dell’Oro poterono pagare a poco prezzo, pur molto stimandola! E se ancora questo stato temporaneo di cose si protrae, non date ascolto ai detrattori della Rivoluzione, che dietro finte promesse di una rapida pace, celano l’inganno della controrivoluzione e del ritorno alla monarchia! Ed è proprio per dimostrare che ormai ci stiamo avviando verso la virtuosa strada della Repubblica e dell’uguaglianza che siamo qui riuniti per decidere la fortuna di un re.”

I fatti non si sono svolti cosi. Adesso non mi accusino i nostri delatori, nemici della patria rivoluzionaria, di compiere una pura opera di fantasia, infatti, come abbiamo scoperto, il tiranno, se avesse avuto abbastanza potere, avrebbe negato la convocazione degli Etats Generaux. Chi garantisce che questo tiranno infame, fatta salva la vita, non provi a distruggere l’opera virtuosa delle nostre forze? Nessuno.

E allora vi chiedo, cittadini, anche alla luce di ciò che vi ho prospettato, assolverlo o condannarlo? Assolverlo, facendo sì che ritorni in Francia anche la sua accolita di vili cospiratori, fuggiti all’estero e venduti allo straniero, servendogli armi, mezzi e uomini contro la patria? Non vi fate ingannare dalle misere promesse di un uomo che appare inerme e bonario, ma che in realtà è infido e traditore. Non fidatevi di un uomo che si dispera chiedendo cosa sarà dei suoi figli, se egli verrà condannato, ora che sua moglie è quasi sul letto di morte? Infatti, grazie al Comitato, essi verranno curati e allevati, non come figli di re, ma come figli di Francia, la madre più generosa e virtuosa a cui il popolo poteva affidarli.

Io dico piuttosto, cittadini di Francia, che noi tutti dobbiamo riflettere: mantenere in vita un re, anche se i suoi poteri sono stati delegittimati, un re che continuerebbe ad essere riconosciuto da molti non sarebbe dunque minare le fondamenta dell’uguaglianza e perciò della nostra Repubblica? E se ancora sopravvivesse in noi qualche indecisione sulla sorte di quest’uomo, la quale ci derivi dal ricordo del nostro passato e dall’amore per la storia patria (cosa poi del tutto improbabile poiché l’uomo rivoluzionario guarda sempre al proprio futuro di libertà), cittadini, riflettete: Ragione ci dice che non dobbiamo processare quest’uomo in quanto re, ma un re. Il re va processato non per le colpe della sua amministrazione, ma per il fatto di essere stato re. Non si può regnare senza colpa. Ogni re è un ribelle e un usurpatore e perciò io dico che l’unica soluzione è condannarlo.

Louis Antoine Léon de Saint-Just

2002 – scritto per il concorso del Ministero della Pubblica Istruzione “What if…?”

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