OLYMPUS DIGITAL CAMERA

Solitudo ed esclusione

Solitudo, solitudinis. Per il romani è il deserto, prima che la solitudine. È così che mi sento da qualche giorno, per l’esattezza da quando è stato votato al Senato il DdL sulle unioni civili monco e svilito. Sono un po’ sparita dal blog perché tutte le mie energie si sono concentrate a seguire il dibattito sulla legge Cirinnà per Pasionaria.it.  Ho scritto là le mie considerazioni politiche.

Alla fine della giornata, però, del sentire tonnellate di discorsi omofobi (dai “contronatura” ai ben più subdoli “accontentatevi”, “che volete di più”), da destra e, ahimé, molti anche da sinistra, resta una grande situazione di vuoto. Ampliata tutte le volte che anche chi dovrebbe essere compagno di viaggio e di lotta (altre femministe, attivisti della tua stessa area politica) ti senti trattato come un estraneo, che in fondo, con tutto il suo reclamare uguaglianza dà anche un po’ fastidio (tutte quelle volte che è venuto fuori il discorso “la comunità gay poteva fare qualcosa per le donne”, in riferimento alla polemica sulla gestazione per conto di altri; tutte le volte che “ma voi dove eravate quando si manifestava per i precari/per i pensionati/per la TAV etc..”). Che poi a dare fastidio spesso sono gli uomini omosessuali, noi lesbiche siamo scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico. Come gli unicorni.

Questo voi continuamente sbattuto in faccia (come se le persone lgbti fossero quello e basta, come se molti di noi- sicuramente mi ci metto io- non combattessero anche per altro). È questo il grosso cambio culturale da operare: quando nel sentimento comune l’avere un orientamento non eterosessuale o un’identità di genere non corrisondente al sesso biologico sarà solo una delle tante diversità che compongono un individuo.

Per adesso è come se, anche  chi magari cerca di essere inclusivo, a un certo punto mettesse un cartello: “tu qui non puoi entrare”. L’esclusione delle diversità è un meccanismo così radicato nella nostra cultura da essere molto spesso inconsapevole.

So già che qualcuno mi dirà “ma siete voi a ghettizzarvi“. La (molto astratta, a dir la verità) coesieno della “comunità lgbti” è semplicemente un fatto politico, serve a reclamare diritti che vengono negati, serve ad affrontare problematiche comuni, che chi è eterosessuale non ha. Non è un club esclusivo, è un meccanismo di difesa.

In questo momento sento molto questo deserto. Lo sento sulla mia pelle, che brucia. Non mi fa paura, perché alla solitudo ci sono abituata (e quando è solitudine e non deserto, mi piace anche, ne ho bisogno). Solo che resta la sensazione amara di dover contare davvero solo sulle forze tue e di chi è come te.

(A scanso di equivoci, no tra me e la Picina non è successo niente. No, no ho litigato con qualcuno in particolare. Ve lo dico prima, caso mai a qualcuno dei miei quattro lettori venisse l’ansia)

svegliati

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.

svegliati

#svegliatitalia, oggi tutti in piazza

Oggi si manifesta in tutta Italia per i diritti delle persone LGBTI. In particolare, mentre già si preannuncia che la discussione del DDL Cirinnà srà lenta e faticosa (sono stati presentati oltre 5000 emendamenti, ostruzionismo vero e proprio), è importante esserci.

Su Pasionaria.it abbiamo lanciato un manifesto, che spiega bene anche le mie posizioni. Potete condividerlo e firmarlo.

Vorrei aggiungere che non ci sono scuse. Se resterete a casa, se penserete “sono d’accordo, ma non mi riguarda”, sarà una mano data a quelli del Family Day (e lo scrivono su un palazzo pubblico come il Pirellone!), ai conservatori, ai catto-dem e a tutta quella gente che vuole che nel nostro paese ci siano cittadini di serie A e di serie B.

Vi aspetto a Firenze, Piazza della Repubblica, ore 15. O in qualsiasi altra piazza (sono ormai più di cento, il link non è aggiornato!) in Italia e in Europa.

Genova-dolciumi_di_Natale

[La vita lesbica] La befana vien di notte…

 

Vabbè che fa buio presto, ma noi abbiamo cominciato a festeggiare la Befana già dalla prima sera del cinque. Che poi io non posso mangiare la maggior parte delle dolci e buone schifezze da calza della Befana, perché o contengono qualcosa che mi fa allergia o comunque mi fanno male. E poi da ex bambina grassa, in casa hanno smesso presto di farmi la calza.

Per Picina, no. Per lei è una tradizione irrinunciabile.

[Casa dei suoceri]

Un giorno indefinito tra il due dicembre e il cinque.

P.: Io voglio la calza!

Suocera: Ma sei grande!

P.: E io la voglio lo stesso e me la devi comprare tu! Io non me la posso comprà da sola!

Cognata (adulescentula): Allora se la fai a lei, la devi fare anche a me!

Suocera: Ma se non l’hai più voluta.

Cognata (adulescentula): Ma se la fai a lei, la devi fare anche a me. È giustizia.

P: Eccerto. È giustizia.

Io e suocera ci guardiamo tra il rassegnato e il faceto.

Oggi. Pranzo.

Suocera: Ho preso la roba per la calza, ma non il carbone. Il carbone non c’era perché il supermercato blablabla [segue resoconto delle epiche gesta del supermercato che chiude, ma non chiude o comunque gli elfi-cavallette si sono portati via il carbone].

P. (che di tutto il discorso ha solo capito “niente carbone”): Ma io voglio il carbone! che calza è senza carbone!

Io: …

P.:  Il carboneeeeeeeee…

Suocera: Compratelo nel pomeriggio.

P.: Il carboneeeeeeeee….

Io: A casa nella stufa ce n’è quanto vuoi, eh.

Oggi. Prima serata. Camminando fra le bancarelle befanifere di Ghignante Cittadina del Razionalismo.

Io: Andiamo a prendere il carbone, così ti calmi.

P.: Il carboneeeeee…. Ma non pretenderai che me lo compri io/

Io: Perché no?

P.: Perché non me lo posso comprà da sola! Che scherzi? Nun valeeee! Capito? Non è Befana!

…e fu così che mi trasformai nella Befana che compra un sacchetto di carbone (i gusti li ha scelti lei, però).

Io: Contenta? Non lo assaggi?

P.: Ecchettepare? Nella calza però ce lo devi métte te, eh!

Io: …

(Le calze e la gonna nera già ce le ho. Ora vado a mettermi anche la giacca e il cappello).

 

Per cui, buona Befana a tutti!

libro

Scrittura di donne e stereotipi di genere

Il caso

Negli ultimi due giorni sono accaduti due episodi sinistramente similari riguardo a donne e scrittura. La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, ha pubblicato la classifica dei dieci migliori libri del 2015 scelti dalla Redazione: tra questi non figura neanche un libro scritto da una donna. Un caso? Questione che si fa ancora più sospetta è che alcuni dei libri sono di recentissima uscita (la loro posizione nella classifica sembra più una questione di pubblicità pre-natalizia che altro).

Nel frattempo in un’intervista rilasciata all’edizione bolognese di La Repubblica, il direttore della prestigiosa libreria Feltrinelli del capoluogo, in risposta a una domanda sui libri scritti da donne, dichiara “Lo confesso, non ne leggo molte. E non volevo barare, né fare il politicamente corretto“.

Immediate le risposte di alcune tra le scrittrici e intellettuali italiane, a cominciare da Marilù Oliva, che spiega come quella frase contribuisca non solo all’invisibilità della letteratura prodotta dalle donne, ma in generale a un impoverimento della cultura italiana, a Laura Costantini (la scrittrice e giornalista era intervenuta sull’argomento anche su Pasionaria), a Loredana Lipperini che risponde sul suo blog alla classifica del CorSera.

In rete è stato lanciato un hashtag, #lemiescrittrici15, per dare visibilità alla letteratura scritta da donne, italiane e straniere.

Qual è il problema?

L’affermazione del direttore bolognese e la classifica del CorSera sono gravi perché vengono da attori importanti nel campo culturale, non solo sono sintomo di una serie di pregiudizi diffusi nella nostra cultura, ma contribuiscono con la loro autorità a rafforzarlo.

Il primo stereotipo è che le donne sarebbero brave a scrivere soltanto libri “al femminile“, cioè sostanzialmente rosa o romance (come se di per sé questo fosse un genere minore!). C’è una voluta confusione tra il rosa -un genere strettamente codificato, così come il giallo o il fantasy- e il romanzo che parla (anche) di amore. È ovvio che nel secondo caso rientra la maggioranza della narrativa scritta da donne… perché vi rientra la maggioranza della narrativa mondiale. Eppure non credo che nessuno accetterebbe di appiccicare l’etichetta harmony a Madame Bovary o a El especialista di Barcellona. Di scrittrici che non scrivono romance ce ne sono tantissime, comprese alcune delle nostre più popolari narratrici contemporanee, come Elena Ferrante e Michela Murgia.  Per non parlare di tutto il variegato scenario delle scritture indie, penso al duo Costantini-Falcone, che ha spaziato negli anni tra diversi generi.

Un altro pregiudizio è che le donne riuscirebbero a scrivere bene soltanto di interiorità femminile, sarebbero incapaci di creare personaggi maschili credibili, per questo si sentirebbe la ‘voce’ di una donna. Ma tra i personaggi maschili più compiuti e profondi della letteratura di sicuro ci sono Adriano e Zenone, creati dalla penna di Marguerite Yourcenar (così come ci sono bellissimi personaggi femminili scritti da uomini, come Orah, protagonista de A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman).

Le donne, poi, non sarebbero adatte a scrivere scritture complesse, letterarie e sperimentali, come quella, per esempio, di Aldo Busi, sorge il dubbio che libri come La grande Festa (Dacia Maraini) non siano stati neppure aperti.

La voce di una donna si riconoscerebbe sempre come tale, come femminile: eppure la storia è piena di donne che, usando uno pseudonimo maschile, non sono state riconosciute come tali dalla loro scrittura (basti pensare all’esperimento recente di J.K. Rowling). Permettetemi un piccolo aneddoto personale. Quando partecipai con Quasi una commedia  al torneo online Io Scrittore, scelsi volutamente uno pseudonimo maschile. Nessuno dei lettori indovinò che fossi una donna, anzi, ricevetti moltissime critiche proprio sul fatto che l’autore sarebbe stato un alter-ego del protagonista Tommaso, un comunista violento (?), nostalgico degli Anni di Piombo. Oppure un uomo che aveva veramente vissuto quegli anni, magari un militante di Lotta Continua.

Infine (forse è l’idea preconcetta più radicata e allo stesso tempo più rivelatrice), le scritture delle donne sarebbero minori perché non hanno contribuito molto alla storia della letteratura, perché, insomma, si studiano poco o nulla a scuola. Questa obiezione, va da sé, elimina qualsiasi contestualizzazione storica (è vero, le scrittrici donne sono state poche, soprattutto prima del Settecento, perché pochissime erano le donne che potevano accedere alle competenze e ai mezzi necessari per scrivere) e geografica (per la letteratura italiana bisogna aspettare il Novecento per contributi importanti da parte di autrici, ma per altre letterature -penso a quella inglese o francese- troviamo autrici fondamentali già dalla fine del Seicento). E se fino a quindici-venti anni fa le scrittrici donne italiane venivano affrontate grazie ad apposite antologie o per la buona volontà di insegnanti lungimiranti (ricordo in proposito l’antologia che avevo alle medie, Parole di donne), adesso scrittrici e scrittori si affiancano nelle antologie per le medie e il biennio delle superiori (anche se non possiamo parlare ancora di equa distribuzione) e nel programma ministeriale per il triennio nessuno si sognerebbe di negare il posto a Grazia Deledda, Sibilla Aleramo o Elsa Morante.

Che fare?

Cosa hanno in comune tutte queste argomentazioni? Al solito, che una donna sarebbe abile nel fare solo “cose da donna“. Che se scrive, può scrivere solo di esperienze femminili (l’amore, i figli… come se queste non fossero tutte esperienze semplicemente umane!), con una scrittura leziosa, facile e necessariamente romantica. L’uomo no. L’uomo può scrivere di tutto, per il solo fatto che è uomo.

Gli stereotipi di genere, che in questo periodo di riflusso stanno tornando in voglia, vengono applicati anche alla scrittura. È compito di tutto noi, professioniste e non, combatterli. Per questo l’iniziativa #lemiescrittrici15 è importante, è un primo passo, ma dobbiamo fare di più.
Sperimentiamo. Osiamo senza aver paura di non essere lette o di non essere pubblicate. Leggiamoci tra di noi, intervistiamoci, insomma, facciamo Rete (ci sono tanti begli esperimenti in questo senso), facciamo Rete culturale (e necessariamente politicizzata, nel senso nobile del termine).

Stendiamo un nostro manifesto

Non bisogna aver paura della ghettizzazione, perché di fatto, come dimostrano la lista del CorSera e l’intervista citata sopra,  ci pensano già gli altri a ghettizzarci.

L‘unione fa la forza, dà visibilità. Altrimenti rimarremmo soltanto urla nel vuoto.

organt1

Femminismo intersezionale

 

Oggi su Pasionaria vi parlo di qualcosa che mi sta veramente a cuore: il femminismo intersezionale (che per me è l’unica declinazione in cui il femminismo può davvero essere rivoluzionario e radicale). Per me il femminismo non è genericamente “occuparsi di donne”, ma lotta attiva contro tutte le discriminazioni, che non funzionano mai come sistemi isolati (quindi deve essere a favore dell’autodeterminazione e dell’uguaglianza di tutte e tutti, deve lottare contro questo tipo di sviluppo neo-neo-capitalista e consumistico…). Soprattutto deve dare voce alle persone soffocate da un incrocio di discriminazioni diverse.

Se vi va di approfondire, potete leggermi qui.

fear-198932_1280

Parigi, terrorismo e ragione

Ieri sono tornata in classe dopo gli attentati di Parigi. Onestamente non avevo pensato a un modo di parlarne ai miei studenti, preferivo farmi guidare dalle loro reazioni, anche perché arrivando di martedì col discorsino già pronto rischiavo di trasformare uno spazio critico nell’ennesimo predicozzo (dopo tutti quelli del lunedì) sul terrorismo, sul mettere da parte i pregiudizi, sul battere la paura. Insomma, una brutta copia di quanto subii da studente dopo l’11 settembre.

L’argomento è venuto fuori, invece, in modo diretto, attraverso l’attacco di panico di una studentessa.

“Che hai?”

“Sabato devo prendere il treno, ma non voglio farlo. Dovevo andare a Roma. Ho paura. E se arrivano i terroristi? E se la stazione non è ben controllata?” Con gli altri studenti che annuivano, gli occhi pieni della stessa costernazione.

Ho detto loro quello che convinzione dico sempre, che cedere alla paura è proprio quello che i terroristi vogliono, che dopo un attentato è statisticamente poco probabile che ce ne sia subito un altro perché il livello di guardia è maggiore. Ho cercato di sdrammatizzare con qualche battuta.

Mi sono sentita terribilmente impotente davanti a quegli occhi che dicevano soltanto “io non voglio morire“. Ho cercato di rassicurarli in ogni modo, cercando di mostrare che io non ho paura e che quel che sarà, sarà.

Ma a diciott’anni non si è così fatalisti.

O forse nessuno di noi lo è davvero. Ho sospetto che tutti quelli che se la prendano con l’Islam (magari citando a sproposito Oriana Fallaci) o tutti quelli che denunciano l’ennesimo complotto american-pluto-giudaico-massonico-chi più ne ha più ne metta, oltre che dall’ignoranza, siano mossi soprattutto dalla paura.

È bello, è semplice pensare che tutto si riduca sempre a “buoni contro cattivi“, meglio se conditi di complotto. È in fondo la trama di ogni western, di ogni spy-story. È terribilmente rassicurante trovarsi subito un nemico da combattere, può essere persino gratificante e farci sentire degli eroi (nulla di nuovo, è la “sindrome da complotto” di cui parlava Pasolini). Ma questo vuol dire mettere a tacere la propria ragione.

La realtà, spesso, è ben più complessa, non c’è un solo attore in gioco, c’è una complessità di fattori e di contesti storici, culturali e sociali, talvolta tanto intricati che è difficile persino distinguerli gli uni dagli altri. Il terrorismo -di qualsiasi matrice- vuole esattamente eliminare quel tipo di complessità, vuole polarizzare l’opinione oltre che terrorizzare, in modo da costringerti a reagire in modo scomposto (spesso eccessivo) e che danneggerà prima di tutto te stesso (se avete tempo, regalatevi la lettura di questo articolo di Yuval Noah Harari). Perché loro, i terroristi, hanno poco o nulla da perdere.

Ecco, vedendo le reazioni di molte persone in questi giorni, questo sì che mi fa paura. Perché ogni volta che qualcuno ragiona per semplificazioni e grida al nemico, al noi contro loro, ecco i terroristi hanno già vinto.

sailboat-756938_1280

Sono una barca


Rieccoci, nuovo attacco novembrino.
Avere una malattia cronica significa che il giorno prima fai tremila cose, stai bene, vai a lavoro, sgambetti per tutta la città. Anche se fermandoti ad ascoltare il tuo corpo lo senti che c’è qualcosa che non va. Lo sentono gli altri, quando ti guardano in volto e ti chiedono: “Sei stanca? Sembri distrutta.”

E poi neanche ventiquattro ore dopo il tempo si dilata, improvvisamente ogni cosa diventa più faticosa, più difficile, la concentrazione cala col sangue che torna a uscire da dove non dovrebbe. E l’energia se ne va di nuovo.

In fondo è un po’ come andare in barca a vela, ora è bonaccia. Devo solo pazientare che si rialzi il maestrale, mollare un po’ la randa, rifare la rotta. Finché la mia barca non ricomincerà a navigare più spedita.

gender equal opportunity or representation

Del gender, di Michela Marzano e del tempo di scegliere

 

Il fatto è riassumibile così: l’amministrazione comunale di Padova nega l’uso di un sala del comune alla filosofa Michela Marzano per la presentazione del suo libro, “Mamma, papà e gender” (che non ho ancora letto, ma che leggero prima possibile). Il motivo? Promuoverebbe la pericolosissima “teoria del gender” e quindi sarebbe in antitesi con “l’indirizzo programmatico dell’amministrazione sul tema”.

Non voglio stare a ripetere quello che ormai è diventato un ritornello per qualsiasi persona di buon senso, cioè che la teoria del gender non esiste (se avete ancora dubbi potete leggere cosa ne ho scritto su Pasionaria o se volete la prova che Florelle non è un cartonato, guardatemi su youtube), voglio soffermarmi sul perché questo fatto sia particolarmente grave.

Lo è perché, chiamiamo le cose col loro nome, si tratta di censura contro un libro, solo perché espone una tesi fondata (quella che gli stereotipi di genere impediscano alle persone di autodeterminarsi e in ultima istanza danneggiano la società, rendendola meno giusta, quella che tutte le persone, a prescindere dal genere e dall’orientamento meritino il medesimo rispetto), che non piace all’amministrazione comunale. Amministrazione che, dal momento della sua elezione, non rappresenta solo la parte eletta, ma rappresenta tutti, rappresenta a livello locale lo stato. Non è un privato, che decide a chi far presentare un libro a casa propria, è un’istituzione che come tale si deve porre al servizio dei cittadini. Democrazia è dare facoltà di parola anche a chi non la pensa come noi, quando rispetta le norme imposte dalle leggi dello stato (Marzano sarebbe venuta a presentare un libro, non una bomba in quella sala e i libri, da soli, fanno male solo all’ignoranza).

Se ci pensate, pare quasi una commedia dell’assurdo: i no-gender, quelli che quando manifestano come Sentinelle in piedi dicono di farlo per proteggere la libertà di parola, amano questo diritto soltanto quando appartiene a loro. Questa è una prassi autoritaria, neo-fascista ( e, va da sé, anticostituzionale).

C’è dell’altro, c’è anche un livello simbolico (di cui forse neanche l’amministrazione padovana si è resa conto): il sindaco (per l’appunto uomo) impedisce di parlare a Marzano, una donna. Che anche se Marzano non è in assoluto una donna totalmente oppressa, in questo caso è colei che subisce l’oppressione del potere in nome delle proprie idee. Quanto accaduto è una metafora lampante di quale sia la vera ideologia del movimento no-gender aldilà della loro propaganda: dietro la strumentale difesa dei bambini, della famiglia tradizionale, c’è la volontà precisa di continuare a opprimere le donne e le persone non-eterosessuali, cacciandole (o ricacciandole) in un ruolo di subalterità, dal quale faticosamente e a caro prezzo si stanno liberando.  Dietro al no-gender c’è esattamente questo: un potere clerico-fascista, declinato al maschile, che è terrorizzato da una società che cambia e che rischia di far perdere i privilegi secolari ottenuti sulla pelle di altre persone (di noi altre persone).

Per questo è tempo di schierarsi, di indignarsi e di non rimanere indifferenti. Perché se Michela Marzano, filosofa, deputata PD, può trovare facilmente altri luoghi in cui parlare (a tal proposito un plauso all’Università di Padova, che ospiterà la presentazione), ci sono mille altre voci, nella vita di tutti giorni, nella scuola, che subiscono i colpi del fronte no-gender e non hanno la medesima possibilità di esser ascoltati. Se ancora siete preda del dubbio, se ancora pensate che in fondo si possa stare a guardare, non lamentatevi se da un giorno all’altro qualcuno mancherà di rispetto a voi o a qualcuno a voi vicino perché è donna o perché omosessuale. E se anche i vostri diritti e le vostre possibilità saranno erose: ne sarete anche voi responsabili,

2014-11-Life-of-Pix-free-stock-photos-flower-garden-pink-Arzu-Durukan

Un’inossidabile felicità

Io non sono un cuor contento di natura (e a dir la verità le persone che passate una certa età sono tutte solo sorrisi mi inquietano), mi definisco, però, una persona serena, nei limiti che le condizioni esterne e interne permettono. Una che cerca un proprio equilibrio.

Però la felicità esiste e quando sboccia è bene scriverlo, sia per condividerla con gli altri, sia per ricordarsene nei momenti bui.

Ieri sono stata felice.

Felicità è presentare il mio romanzo Quasi una commedia, insieme all’editore e ad altri interessantissimi scrittori, in un contesto che amo e al quale non avrei mai aspirato, il Pisa Book Festival.

Felicità è parlare di ciò che per te conta di più, della tua sorta di microfilosofia della vita (che paroloni!) davanti a persone interessate. Che magari poi si fermano a parlare con te, ti chiedono una dedica sulla copia appena acquistata (sarei un’ipocrita se dicessi che non mi fa piacere).

Felicità è soprattutto avere intorno un gruppo di amici, che si sono volentieri prestati a un’alzataccia di domenica mattina, per passare la giornata insieme. E che ti fanno sentire davvero amata per quello che sei. È un bene prezioso perché raro (qualcuno ieri mi ha definito un alieno, credo che sia molto azzeccato).

Felicità è un’amica che non vedevi e non sentivi da tempo che ti fa la sorpresa di venire alla presentazione.

Felicità è vedere la Piccina felice quanto e più di te, sempre presente al tuo fianco, con quello sguardo allegro e innamorato, nonostante essersi alzata a un’ora per lei antelucana. Con quel sorriso che ogni volta mi stende.

Grazie a tutti. Oggi si riparte, con tanta energia in più.

 

p.s. Grazie a La Zitella Felice perché con la sua scuola di Felicità mi ha dato ispirazione per questo post 😉