[la vita lesbica] Opposti che si attraggono… e litigano.

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Se c’è un argomento capace di generare discussioni (più o meno gentili) per innumerevoli ore tra la Picina e me è…la politica.
Sì, abbiamo votato lo stesso partito. Ma, c’è un ma grosso come un capodoglio. Io sono fermamente, convintamente repubblicana (e tendenzialmente democratica. Anche se, insomma, certe volte qualche dubbio viene).
La Picina è… convintamente, fermamente, ‘nobilmente’ monarchica. Deve essere colpa del Passaporto n.1 e di Super-Betty salva-tutti.
Immaginatevi le serate a colpi di “meglio la Repubblica perché i cittadini devono essere responsabili blablabla”, “Ma vedi come vanno le elezioni? Una bella monarchia e non se ne parla più” e “Ma hai presente quale monarchia avevamo in Italia” etc. etc.

Ieri ero arrabbiata (non con la Picina, mi si chiede di specificare). No, furiosa. Insomma nello spirito del “come osi offendere le cose in cui credo ringrazia che non ho una ghigliottina a portata di mano”. Broncio.

E quindi abbiamo deciso di ‘testare’ le nostre convinzioni con qualche gioco stupido. Tipo questo.
Io: Vediamo se mi vieni fuori royaliste.”
P.: Se non tengo fede ai miei principi mi ammazzo. Anzi no, vuol dire che il test è sbagliato. E non mi guardare mentre lo faccio. Togliti gli occhiali, non mi guardare! Sgrunt!
Io (mi tolgo gli occhiali): Se mi vieni fuori moderata ti divorzio.
P.: Peggio che monarchica?
Io:. Mhh. Sì.

(Dopo una decina di minuti)

P: (urla di giubilo e tripudio) Là! E lo salvo con Vive la monarchie!
vivelamonarchie

Io: Se per ‘loving’ contano pure i gatti sei proprio tu.
P.: Adesso però mi fai vedere il tuo!
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P: (scuotendo la testa) … Ma che devo fare con te?
I: Zitta. Controrivoluzionaria.
P.: Se fosse una fanfiction finirebbe con tanto angry sex.

libro

Era una notte buia e tempestosa (e io leggo libri su Ultima Pagina)

Non è così che iniziano sempre le storie mai finite di Snoopy?

Pensavate di esservi liberata della vosta femminista giacobina, invece eccomi qua! Dopo le vacanze, spese soprattutto a lavorare alla versione definitiva di Nocturnales (non sapete cos’è? Lo scoprirete presto) e in viaggio (sì, le due cose sono compatibili), si torna alla solita routine di sempre, ai libri, a Pasionaria e a Ultima Pagina.

E proprio a proposito di libri, su Ultima Pagina trovate la mia recensione di uno dei libri che ho letto e apprezzato, La reliquia di Costantinopoli.

maternita

Tutti a Padova per parlare di diritto all’aborto e maternità

Giovedì 30, alle ore 20.30 io e Benedetta parteciperemo come Pasionaria.it  allo Sherwood Festival di Padova.
Dialogheremo con Elena Skoko di OVOitalia (Osservatorio sulla Violenza Ostretrica – Italia) di legge 194/78 (interruzione volontaria di gravidanza), della campagna #obiettiamolasanzione, di obiezione di coscienza e diritto alla salute riproduttiva nella scelta di essere madri o di non esserlo.

Il dibattito si intitola “La maternità che vorrebbero: le imposizioni sul corpo delle donne” ed è promosso dal collettivo Starfish e da Globalproject.info.

Sarà una bellissima occasione per scambiarsi idee, buone pratiche e inventare nuove strategie di lotta.

Vi aspetto a Padova!

figurine

[La vita lesbica] …e le figurine?

Ieri sono andata a stampare il brogliaccio del mio nuovo romanzo, per poterlo rivedere su carta. Essendo una via di mezzo fra una talpa e Mister Magoo ho grosse difficoltà a correggere a schermo anche testi brevi, figuriamoci qualcosa che superi le duecento facciate.

Mister magoo
Autoritratto

Arrivo belbella in cartoleria (il che significa prendere la macchina e andare nella cittadina vicina, perché nel semideserto dove abitiamo noi non c’è una copisteria decente) e… trovo la cartoleria invasa. Da adolescenti accompagnati da genitori o nonni per stampare le tesine di terza media.

E il negoziante doveva evidentemente averne fin sopra i capelli di spiegare a i nativi digitali inconsapevoli (molto inconsapevoli) e ad adulti non informatizzati come trasformare i file per renderli stampabili. Attendo il mio turno, consegno la pennetta col mio fido pdf e attendo.

Cinque. Dieci. Quindici minuti.

Mi avvicino alla stampante e al padrone del negozio, che sta sfogliando allegramente il dattiloscritto. Mi guarda perplesso.

“Certo che l’è tanta roba ‘sto malloppetto. L’è brava la su’ figliola. Però ce le poteva métte du ‘ figurine!”

…non so, magari attaccandoci qualche figurina panini il mio romanzo sul Settecento migliora!

Foto trovata sul web

Tutti in piazza, anche per le vittime di Orlando

Scuola (quasi) finita, mi ero ripromessa di tornare a scrivere anche qui sul mio blog, con tanti aneddoti allegri e divertenti.

Volevo farlo domenica, ma gli eventi di Orlando, la strage di persone LGBTI a Pulse mi hanno ammutolita.

Cinquantatré persone massacrate per il loro (vero o presunto) orientamento sessuale o la  loro (vera o presunta) identità di genere.

Già un evento del genere è sufficiente a seccarti la gola.

Ma se a questo si aggiunge il cordoglio a mezza voce delle nostre autorità, il cercare di eliminare il movente omotransfobico dalla narrazione della strage, come ho scritto su Pasionaria, mentre questo si fa via via sempre più chiaro e predominante) e i commenti omofobi venuti su dalle fogne del web, passa la voglia di ridere.

Non deve passare però la voglia di lottare, con più colore, più musica e più voglia di vivere che mai.

Allora ci vediamo sabato in Piazza D’Azeglio, per il Toscana Pride.

Io e la Picina ci saremo.

 

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Solitudo ed esclusione

Solitudo, solitudinis. Per il romani è il deserto, prima che la solitudine. È così che mi sento da qualche giorno, per l’esattezza da quando è stato votato al Senato il DdL sulle unioni civili monco e svilito. Sono un po’ sparita dal blog perché tutte le mie energie si sono concentrate a seguire il dibattito sulla legge Cirinnà per Pasionaria.it.  Ho scritto là le mie considerazioni politiche.

Alla fine della giornata, però, del sentire tonnellate di discorsi omofobi (dai “contronatura” ai ben più subdoli “accontentatevi”, “che volete di più”), da destra e, ahimé, molti anche da sinistra, resta una grande situazione di vuoto. Ampliata tutte le volte che anche chi dovrebbe essere compagno di viaggio e di lotta (altre femministe, attivisti della tua stessa area politica) ti senti trattato come un estraneo, che in fondo, con tutto il suo reclamare uguaglianza dà anche un po’ fastidio (tutte quelle volte che è venuto fuori il discorso “la comunità gay poteva fare qualcosa per le donne”, in riferimento alla polemica sulla gestazione per conto di altri; tutte le volte che “ma voi dove eravate quando si manifestava per i precari/per i pensionati/per la TAV etc..”). Che poi a dare fastidio spesso sono gli uomini omosessuali, noi lesbiche siamo scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico. Come gli unicorni.

Questo voi continuamente sbattuto in faccia (come se le persone lgbti fossero quello e basta, come se molti di noi- sicuramente mi ci metto io- non combattessero anche per altro). È questo il grosso cambio culturale da operare: quando nel sentimento comune l’avere un orientamento non eterosessuale o un’identità di genere non corrisondente al sesso biologico sarà solo una delle tante diversità che compongono un individuo.

Per adesso è come se, anche  chi magari cerca di essere inclusivo, a un certo punto mettesse un cartello: “tu qui non puoi entrare”. L’esclusione delle diversità è un meccanismo così radicato nella nostra cultura da essere molto spesso inconsapevole.

So già che qualcuno mi dirà “ma siete voi a ghettizzarvi“. La (molto astratta, a dir la verità) coesieno della “comunità lgbti” è semplicemente un fatto politico, serve a reclamare diritti che vengono negati, serve ad affrontare problematiche comuni, che chi è eterosessuale non ha. Non è un club esclusivo, è un meccanismo di difesa.

In questo momento sento molto questo deserto. Lo sento sulla mia pelle, che brucia. Non mi fa paura, perché alla solitudo ci sono abituata (e quando è solitudine e non deserto, mi piace anche, ne ho bisogno). Solo che resta la sensazione amara di dover contare davvero solo sulle forze tue e di chi è come te.

(A scanso di equivoci, no tra me e la Picina non è successo niente. No, no ho litigato con qualcuno in particolare. Ve lo dico prima, caso mai a qualcuno dei miei quattro lettori venisse l’ansia)

svegliati

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.

svegliati

#svegliatitalia, oggi tutti in piazza

Oggi si manifesta in tutta Italia per i diritti delle persone LGBTI. In particolare, mentre già si preannuncia che la discussione del DDL Cirinnà srà lenta e faticosa (sono stati presentati oltre 5000 emendamenti, ostruzionismo vero e proprio), è importante esserci.

Su Pasionaria.it abbiamo lanciato un manifesto, che spiega bene anche le mie posizioni. Potete condividerlo e firmarlo.

Vorrei aggiungere che non ci sono scuse. Se resterete a casa, se penserete “sono d’accordo, ma non mi riguarda”, sarà una mano data a quelli del Family Day (e lo scrivono su un palazzo pubblico come il Pirellone!), ai conservatori, ai catto-dem e a tutta quella gente che vuole che nel nostro paese ci siano cittadini di serie A e di serie B.

Vi aspetto a Firenze, Piazza della Repubblica, ore 15. O in qualsiasi altra piazza (sono ormai più di cento, il link non è aggiornato!) in Italia e in Europa.

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[La vita lesbica] La befana vien di notte…

 

Vabbè che fa buio presto, ma noi abbiamo cominciato a festeggiare la Befana già dalla prima sera del cinque. Che poi io non posso mangiare la maggior parte delle dolci e buone schifezze da calza della Befana, perché o contengono qualcosa che mi fa allergia o comunque mi fanno male. E poi da ex bambina grassa, in casa hanno smesso presto di farmi la calza.

Per Picina, no. Per lei è una tradizione irrinunciabile.

[Casa dei suoceri]

Un giorno indefinito tra il due dicembre e il cinque.

P.: Io voglio la calza!

Suocera: Ma sei grande!

P.: E io la voglio lo stesso e me la devi comprare tu! Io non me la posso comprà da sola!

Cognata (adulescentula): Allora se la fai a lei, la devi fare anche a me!

Suocera: Ma se non l’hai più voluta.

Cognata (adulescentula): Ma se la fai a lei, la devi fare anche a me. È giustizia.

P: Eccerto. È giustizia.

Io e suocera ci guardiamo tra il rassegnato e il faceto.

Oggi. Pranzo.

Suocera: Ho preso la roba per la calza, ma non il carbone. Il carbone non c’era perché il supermercato blablabla [segue resoconto delle epiche gesta del supermercato che chiude, ma non chiude o comunque gli elfi-cavallette si sono portati via il carbone].

P. (che di tutto il discorso ha solo capito “niente carbone”): Ma io voglio il carbone! che calza è senza carbone!

Io: …

P.:  Il carboneeeeeeeee…

Suocera: Compratelo nel pomeriggio.

P.: Il carboneeeeeeeee….

Io: A casa nella stufa ce n’è quanto vuoi, eh.

Oggi. Prima serata. Camminando fra le bancarelle befanifere di Ghignante Cittadina del Razionalismo.

Io: Andiamo a prendere il carbone, così ti calmi.

P.: Il carboneeeeee…. Ma non pretenderai che me lo compri io/

Io: Perché no?

P.: Perché non me lo posso comprà da sola! Che scherzi? Nun valeeee! Capito? Non è Befana!

…e fu così che mi trasformai nella Befana che compra un sacchetto di carbone (i gusti li ha scelti lei, però).

Io: Contenta? Non lo assaggi?

P.: Ecchettepare? Nella calza però ce lo devi métte te, eh!

Io: …

(Le calze e la gonna nera già ce le ho. Ora vado a mettermi anche la giacca e il cappello).

 

Per cui, buona Befana a tutti!

libro

Scrittura di donne e stereotipi di genere

Il caso

Negli ultimi due giorni sono accaduti due episodi sinistramente similari riguardo a donne e scrittura. La Lettura, inserto culturale del Corriere della Sera, ha pubblicato la classifica dei dieci migliori libri del 2015 scelti dalla Redazione: tra questi non figura neanche un libro scritto da una donna. Un caso? Questione che si fa ancora più sospetta è che alcuni dei libri sono di recentissima uscita (la loro posizione nella classifica sembra più una questione di pubblicità pre-natalizia che altro).

Nel frattempo in un’intervista rilasciata all’edizione bolognese di La Repubblica, il direttore della prestigiosa libreria Feltrinelli del capoluogo, in risposta a una domanda sui libri scritti da donne, dichiara “Lo confesso, non ne leggo molte. E non volevo barare, né fare il politicamente corretto“.

Immediate le risposte di alcune tra le scrittrici e intellettuali italiane, a cominciare da Marilù Oliva, che spiega come quella frase contribuisca non solo all’invisibilità della letteratura prodotta dalle donne, ma in generale a un impoverimento della cultura italiana, a Laura Costantini (la scrittrice e giornalista era intervenuta sull’argomento anche su Pasionaria), a Loredana Lipperini che risponde sul suo blog alla classifica del CorSera.

In rete è stato lanciato un hashtag, #lemiescrittrici15, per dare visibilità alla letteratura scritta da donne, italiane e straniere.

Qual è il problema?

L’affermazione del direttore bolognese e la classifica del CorSera sono gravi perché vengono da attori importanti nel campo culturale, non solo sono sintomo di una serie di pregiudizi diffusi nella nostra cultura, ma contribuiscono con la loro autorità a rafforzarlo.

Il primo stereotipo è che le donne sarebbero brave a scrivere soltanto libri “al femminile“, cioè sostanzialmente rosa o romance (come se di per sé questo fosse un genere minore!). C’è una voluta confusione tra il rosa -un genere strettamente codificato, così come il giallo o il fantasy- e il romanzo che parla (anche) di amore. È ovvio che nel secondo caso rientra la maggioranza della narrativa scritta da donne… perché vi rientra la maggioranza della narrativa mondiale. Eppure non credo che nessuno accetterebbe di appiccicare l’etichetta harmony a Madame Bovary o a El especialista di Barcellona. Di scrittrici che non scrivono romance ce ne sono tantissime, comprese alcune delle nostre più popolari narratrici contemporanee, come Elena Ferrante e Michela Murgia.  Per non parlare di tutto il variegato scenario delle scritture indie, penso al duo Costantini-Falcone, che ha spaziato negli anni tra diversi generi.

Un altro pregiudizio è che le donne riuscirebbero a scrivere bene soltanto di interiorità femminile, sarebbero incapaci di creare personaggi maschili credibili, per questo si sentirebbe la ‘voce’ di una donna. Ma tra i personaggi maschili più compiuti e profondi della letteratura di sicuro ci sono Adriano e Zenone, creati dalla penna di Marguerite Yourcenar (così come ci sono bellissimi personaggi femminili scritti da uomini, come Orah, protagonista de A un cerbiatto somiglia il mio amore di David Grossman).

Le donne, poi, non sarebbero adatte a scrivere scritture complesse, letterarie e sperimentali, come quella, per esempio, di Aldo Busi, sorge il dubbio che libri come La grande Festa (Dacia Maraini) non siano stati neppure aperti.

La voce di una donna si riconoscerebbe sempre come tale, come femminile: eppure la storia è piena di donne che, usando uno pseudonimo maschile, non sono state riconosciute come tali dalla loro scrittura (basti pensare all’esperimento recente di J.K. Rowling). Permettetemi un piccolo aneddoto personale. Quando partecipai con Quasi una commedia  al torneo online Io Scrittore, scelsi volutamente uno pseudonimo maschile. Nessuno dei lettori indovinò che fossi una donna, anzi, ricevetti moltissime critiche proprio sul fatto che l’autore sarebbe stato un alter-ego del protagonista Tommaso, un comunista violento (?), nostalgico degli Anni di Piombo. Oppure un uomo che aveva veramente vissuto quegli anni, magari un militante di Lotta Continua.

Infine (forse è l’idea preconcetta più radicata e allo stesso tempo più rivelatrice), le scritture delle donne sarebbero minori perché non hanno contribuito molto alla storia della letteratura, perché, insomma, si studiano poco o nulla a scuola. Questa obiezione, va da sé, elimina qualsiasi contestualizzazione storica (è vero, le scrittrici donne sono state poche, soprattutto prima del Settecento, perché pochissime erano le donne che potevano accedere alle competenze e ai mezzi necessari per scrivere) e geografica (per la letteratura italiana bisogna aspettare il Novecento per contributi importanti da parte di autrici, ma per altre letterature -penso a quella inglese o francese- troviamo autrici fondamentali già dalla fine del Seicento). E se fino a quindici-venti anni fa le scrittrici donne italiane venivano affrontate grazie ad apposite antologie o per la buona volontà di insegnanti lungimiranti (ricordo in proposito l’antologia che avevo alle medie, Parole di donne), adesso scrittrici e scrittori si affiancano nelle antologie per le medie e il biennio delle superiori (anche se non possiamo parlare ancora di equa distribuzione) e nel programma ministeriale per il triennio nessuno si sognerebbe di negare il posto a Grazia Deledda, Sibilla Aleramo o Elsa Morante.

Che fare?

Cosa hanno in comune tutte queste argomentazioni? Al solito, che una donna sarebbe abile nel fare solo “cose da donna“. Che se scrive, può scrivere solo di esperienze femminili (l’amore, i figli… come se queste non fossero tutte esperienze semplicemente umane!), con una scrittura leziosa, facile e necessariamente romantica. L’uomo no. L’uomo può scrivere di tutto, per il solo fatto che è uomo.

Gli stereotipi di genere, che in questo periodo di riflusso stanno tornando in voglia, vengono applicati anche alla scrittura. È compito di tutto noi, professioniste e non, combatterli. Per questo l’iniziativa #lemiescrittrici15 è importante, è un primo passo, ma dobbiamo fare di più.
Sperimentiamo. Osiamo senza aver paura di non essere lette o di non essere pubblicate. Leggiamoci tra di noi, intervistiamoci, insomma, facciamo Rete (ci sono tanti begli esperimenti in questo senso), facciamo Rete culturale (e necessariamente politicizzata, nel senso nobile del termine).

Stendiamo un nostro manifesto

Non bisogna aver paura della ghettizzazione, perché di fatto, come dimostrano la lista del CorSera e l’intervista citata sopra,  ci pensano già gli altri a ghettizzarci.

L‘unione fa la forza, dà visibilità. Altrimenti rimarremmo soltanto urla nel vuoto.