[La vita lesbica] Il divertimento del gatto

Un gruppo di penne disposte alla rinfusa su un tavolo
Parte del bottino.

 

Mattinata che inizia impazzendo a cercare la Waterman per tutto lo studio (avendo la sicurezza di averla lasciata, come sempre, in mezzo al quaderno che stavo usando).
Pulcio, il nostro gatto più giovane, mi guarda con aria di sfida. Controllo ogni centimetro di pavimento, mi rimprovero per la mia proverbiale distrazione.
“Di sicuro l’ho messa da un’altra parte e non mi ricordo dove”, mi ripeto come un mantra e se potessi mi schiaffeggerei. Odio perdere gli oggetti perché sto pensando ad altro (ciòe di solito a venti cose diverse insieme).
Pulcio continua a osservarmi con una sorta di gattesco ghigno.
Per non lasciare nulla di intentato, estraggo il letto di cortesia da sotto il letto singolo (c’è un interstizio minimo tra branda e pavimento ed è protetto da uno sportello). Risultato: sotto c’è la Waterman, tre (!) penne rosse. Sono quelle con cui avevo iniziato più volte a correggere pacchi di compiti e che misteriosamente si erano volatilizzate dal tavolo, magari giusto in quei due minuti in cui mi ero alzata per andare in bagno. E insieme a loro, il correttore a nastro e un arsenale di matite impolverate.
Mi volto: vedo brillare negli occhi un divertimento felino.

Distrazione primaverile, male di stagione?


Sarà la primavera che rende svagati, il risveglio della natura, il bioritmo che deve riadattarsi al sole, aprile dolce dormire in anticipo… o i simpaticissimi pollini che ti fanno venire lo starnuto facile, la rinite e la voce come se ogni volta il fazzoletto fosse stato ingoiato.
Sarà che ho una serie di carichi addosso (molto reali e molto spiacevoli, dei quali non mi va di parlare) sulla schiena che sembro un mulo da soma degli Alpini.
Sarà che, come dice gentilmente la Pici, ormai ho una certa, questa primavera è nata sotto il segno della distrazione.
È cominciato tutto dimenticandomi il forno acceso (con il gateaux di patate dentro!). Lode al timer che spenge in automatico le resistenze al momento giusto e alle mogli nottambule che spengono il resto passata la mezzanotte. Per dovere di cronaca, la pietanza non è stata resa a livello “reliquia pompeiana”, per fortuna.
Poi lunedì mattina mi sveglio ben prima del dovuto (ciao, insonnia, ciao), controllo la casella di posta e trovo una mail dove B. mi avverte di un messaggio per Pasionaria al quale devo risposa più o meno dai tempi della prima crociata. Mi ci metto di buona lena, un occhio all’orologio per non fare tardi a lavoro. Mi perdo in una lunga disquisizione in francese, rispondendo a domande sulla prostituzione. Sono quasi contenta perché tutto sommato il mio francese scritto non fa così schifo e in tutto questo riesco a uscire di casa all’orario giusto per non trovarmi nel traffico.
Splendido no?
No. Non ho calcolato il fattore distrazione primaverile.
A metà strada, quando è ormai impossibile tornare indietro, mi accorgo di aver dimenticato il cellulare a casa. Ovviamente proprio in questo periodo in cui persone molto vicine a me potrebbero aver bisogno di contattarmi con estrema urgenza. Possono rintracciarmi a scuola… peccato che quel giorno io sia in uscita didattica con una classe!
Torno a casa dopo il lavoro col cuore in gola. Per fortuna nessuno mi ha cercato.
Lezione imparata, devo stare più attenta: distrazione non avrai il mio scalpo!
Il proposito dura poco, perché uscendo, l’altro giorno, mi prende un colpo: dove avrò messo le chiavi della macchina? Nel cappotto non ci sono, nella giacca no, neanche nelle due borse… gatti ci avete giocato a nascondino stanotte?
Dov’erano? Nell’astuccio che avevo aperto un minuto prima per prendere una penna. E per procedere in bellezza, la distrazione decide di colpire ancora. Devo fare una chiamata di lavoro. Per chiamare mi devo preparare mentalmente per parecchio tempo perché odio parlare al telefono, perché parlare con persone con cui non sono in confidenza mi resta molto ostico, specialmente se devo chiedere loro qualcosa. E ovviamente il mio cervello che fa? Fa tabula rasa del nome del mio interlocutore per quel tempo necessario a fare la figura dell’idiota e ritrovarsi a dover chiedere con una scusa scema. Bella figura, complimenti.
Ok, distrazione, mi arrendo. Hai vinto tu. Però troviamo un accordo, che continuando di questo passo a metà stagione metterò i calzini sporchi in frigo.

Risvegli o dei femminismi in piazza

Sulla sinistra una bambina con il pugno alzato, dietro la scritta A woman's place is in the Revolution

Questi sono giorni di risvegli, anche se non è ancora primavera.
A novembre, con alcune altre compagne di Pasionaria, ho partecipato alla manifestazione #nonunadimeno a Roma, il 26 novembre 2016. Il percorso sta continuando, pur se caotico, pur con la caratteristica di tutti i movimenti di sinistra di spaccare il cappello in settordici prima di cominciare a discutere dei problemi all’ordine del giorno. Ma va bene così, finché le discussioni di procedura (uomini sì o uomini no? Documenti locali o documenti nazionali? etc) non bloccano il resto (e per ora non sembra stia succedendo).
Io sto seguendo il percorso locale con le bravissime compagne fiorentine (pur non potendo sempre partecipare come vorrei), contribuendo con quello che mi riesce fare meglio (parlare di educazione e in generale scrivere di teoria).
Così come mi sono emozionata quel 26 novembre, mi sono emozionata ieri per la Women’s March on Washington, la manifestazione che si è svolta nella capitale americana e in molte altre città degli Stati Uniti e è lo stesso argomento che ha usato il presidente statunitense.
Capisco ancora meno chi dice che sia sbagliato protestare contro Trump, perché è stato democraticamente eletto e dunque rappresenta la nazione. Ma una manifestazione democratica è un modo più che legittimo di protestare contro un certo tipo di politica, incarnata dal nuovo presidente americano. Non attacca un’istituzione in quanto tale, non si rifiuta lo strumento democratico, ma lo si usa per dire che un certo tipo di narrazione politica non ci rappresenta. E questo è un diritto inalienabile.
E pare che di persone che in tutto il mondo sono preoccupare dal proliferare di discorsi politici razzisti, xenofobi, sessisti e antidemocratici, basati sulla disuguaglianza sociale ed economica ce ne sia davvero tanta. E questo mi pare molto positivo.
Spero che da questi risvegli, da quelli che avverranno per lo sciopero internazionale dell’8 marzo, si riescano a concretizzare in un movimento di giustizia sociale che abbia il coraggio di affrontare anche le radici economiche della disuguaglianza.

[la vita lesbica] Opposti che si attraggono… e litigano.

yingyang

Se c’è un argomento capace di generare discussioni (più o meno gentili) per innumerevoli ore tra la Picina e me è…la politica.
Sì, abbiamo votato lo stesso partito. Ma, c’è un ma grosso come un capodoglio. Io sono fermamente, convintamente repubblicana (e tendenzialmente democratica. Anche se, insomma, certe volte qualche dubbio viene).
La Picina è… convintamente, fermamente, ‘nobilmente’ monarchica. Deve essere colpa del Passaporto n.1 e di Super-Betty salva-tutti.
Immaginatevi le serate a colpi di “meglio la Repubblica perché i cittadini devono essere responsabili blablabla”, “Ma vedi come vanno le elezioni? Una bella monarchia e non se ne parla più” e “Ma hai presente quale monarchia avevamo in Italia” etc. etc.

Ieri ero arrabbiata (non con la Picina, mi si chiede di specificare). No, furiosa. Insomma nello spirito del “come osi offendere le cose in cui credo ringrazia che non ho una ghigliottina a portata di mano”. Broncio.

E quindi abbiamo deciso di ‘testare’ le nostre convinzioni con qualche gioco stupido. Tipo questo.
Io: Vediamo se mi vieni fuori royaliste.”
P.: Se non tengo fede ai miei principi mi ammazzo. Anzi no, vuol dire che il test è sbagliato. E non mi guardare mentre lo faccio. Togliti gli occhiali, non mi guardare! Sgrunt!
Io (mi tolgo gli occhiali): Se mi vieni fuori moderata ti divorzio.
P.: Peggio che monarchica?
Io:. Mhh. Sì.

(Dopo una decina di minuti)

P: (urla di giubilo e tripudio) Là! E lo salvo con Vive la monarchie!
vivelamonarchie

Io: Se per ‘loving’ contano pure i gatti sei proprio tu.
P.: Adesso però mi fai vedere il tuo!
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P: (scuotendo la testa) … Ma che devo fare con te?
I: Zitta. Controrivoluzionaria.
P.: Se fosse una fanfiction finirebbe con tanto angry sex.

Era una notte buia e tempestosa (e io leggo libri su Ultima Pagina)

Non è così che iniziano sempre le storie mai finite di Snoopy?

Pensavate di esservi liberata della vosta femminista giacobina, invece eccomi qua! Dopo le vacanze, spese soprattutto a lavorare alla versione definitiva di Nocturnales (non sapete cos’è? Lo scoprirete presto) e in viaggio (sì, le due cose sono compatibili), si torna alla solita routine di sempre, ai libri, a Pasionaria e a Ultima Pagina.

E proprio a proposito di libri, su Ultima Pagina trovate la mia recensione di uno dei libri che ho letto e apprezzato, La reliquia di Costantinopoli.

Tutti a Padova per parlare di diritto all’aborto e maternità

Giovedì 30, alle ore 20.30 io e Benedetta parteciperemo come Pasionaria.it  allo Sherwood Festival di Padova.
Dialogheremo con Elena Skoko di OVOitalia (Osservatorio sulla Violenza Ostretrica – Italia) di legge 194/78 (interruzione volontaria di gravidanza), della campagna #obiettiamolasanzione, di obiezione di coscienza e diritto alla salute riproduttiva nella scelta di essere madri o di non esserlo.

Il dibattito si intitola “La maternità che vorrebbero: le imposizioni sul corpo delle donne” ed è promosso dal collettivo Starfish e da Globalproject.info.

Sarà una bellissima occasione per scambiarsi idee, buone pratiche e inventare nuove strategie di lotta.

Vi aspetto a Padova!

[La vita lesbica] …e le figurine?

Ieri sono andata a stampare il brogliaccio del mio nuovo romanzo, per poterlo rivedere su carta. Essendo una via di mezzo fra una talpa e Mister Magoo ho grosse difficoltà a correggere a schermo anche testi brevi, figuriamoci qualcosa che superi le duecento facciate.

Mister magoo
Autoritratto

Arrivo belbella in cartoleria (il che significa prendere la macchina e andare nella cittadina vicina, perché nel semideserto dove abitiamo noi non c’è una copisteria decente) e… trovo la cartoleria invasa. Da adolescenti accompagnati da genitori o nonni per stampare le tesine di terza media.

E il negoziante doveva evidentemente averne fin sopra i capelli di spiegare a i nativi digitali inconsapevoli (molto inconsapevoli) e ad adulti non informatizzati come trasformare i file per renderli stampabili. Attendo il mio turno, consegno la pennetta col mio fido pdf e attendo.

Cinque. Dieci. Quindici minuti.

Mi avvicino alla stampante e al padrone del negozio, che sta sfogliando allegramente il dattiloscritto. Mi guarda perplesso.

“Certo che l’è tanta roba ‘sto malloppetto. L’è brava la su’ figliola. Però ce le poteva métte du ‘ figurine!”

…non so, magari attaccandoci qualche figurina panini il mio romanzo sul Settecento migliora!

Tutti in piazza, anche per le vittime di Orlando

Scuola (quasi) finita, mi ero ripromessa di tornare a scrivere anche qui sul mio blog, con tanti aneddoti allegri e divertenti.

Volevo farlo domenica, ma gli eventi di Orlando, la strage di persone LGBTI a Pulse mi hanno ammutolita.

Cinquantatré persone massacrate per il loro (vero o presunto) orientamento sessuale o la  loro (vera o presunta) identità di genere.

Già un evento del genere è sufficiente a seccarti la gola.

Ma se a questo si aggiunge il cordoglio a mezza voce delle nostre autorità, il cercare di eliminare il movente omotransfobico dalla narrazione della strage, come ho scritto su Pasionaria, mentre questo si fa via via sempre più chiaro e predominante) e i commenti omofobi venuti su dalle fogne del web, passa la voglia di ridere.

Non deve passare però la voglia di lottare, con più colore, più musica e più voglia di vivere che mai.

Allora ci vediamo sabato in Piazza D’Azeglio, per il Toscana Pride.

Io e la Picina ci saremo.

 

Solitudo ed esclusione

Solitudo, solitudinis. Per il romani è il deserto, prima che la solitudine. È così che mi sento da qualche giorno, per l’esattezza da quando è stato votato al Senato il DdL sulle unioni civili monco e svilito. Sono un po’ sparita dal blog perché tutte le mie energie si sono concentrate a seguire il dibattito sulla legge Cirinnà per Pasionaria.it.  Ho scritto là le mie considerazioni politiche.

Alla fine della giornata, però, del sentire tonnellate di discorsi omofobi (dai “contronatura” ai ben più subdoli “accontentatevi”, “che volete di più”), da destra e, ahimé, molti anche da sinistra, resta una grande situazione di vuoto. Ampliata tutte le volte che anche chi dovrebbe essere compagno di viaggio e di lotta (altre femministe, attivisti della tua stessa area politica) ti senti trattato come un estraneo, che in fondo, con tutto il suo reclamare uguaglianza dà anche un po’ fastidio (tutte quelle volte che è venuto fuori il discorso “la comunità gay poteva fare qualcosa per le donne”, in riferimento alla polemica sulla gestazione per conto di altri; tutte le volte che “ma voi dove eravate quando si manifestava per i precari/per i pensionati/per la TAV etc..”). Che poi a dare fastidio spesso sono gli uomini omosessuali, noi lesbiche siamo scomparse quasi del tutto dal dibattito pubblico. Come gli unicorni.

Questo voi continuamente sbattuto in faccia (come se le persone lgbti fossero quello e basta, come se molti di noi- sicuramente mi ci metto io- non combattessero anche per altro). È questo il grosso cambio culturale da operare: quando nel sentimento comune l’avere un orientamento non eterosessuale o un’identità di genere non corrisondente al sesso biologico sarà solo una delle tante diversità che compongono un individuo.

Per adesso è come se, anche  chi magari cerca di essere inclusivo, a un certo punto mettesse un cartello: “tu qui non puoi entrare”. L’esclusione delle diversità è un meccanismo così radicato nella nostra cultura da essere molto spesso inconsapevole.

So già che qualcuno mi dirà “ma siete voi a ghettizzarvi“. La (molto astratta, a dir la verità) coesieno della “comunità lgbti” è semplicemente un fatto politico, serve a reclamare diritti che vengono negati, serve ad affrontare problematiche comuni, che chi è eterosessuale non ha. Non è un club esclusivo, è un meccanismo di difesa.

In questo momento sento molto questo deserto. Lo sento sulla mia pelle, che brucia. Non mi fa paura, perché alla solitudo ci sono abituata (e quando è solitudine e non deserto, mi piace anche, ne ho bisogno). Solo che resta la sensazione amara di dover contare davvero solo sulle forze tue e di chi è come te.

(A scanso di equivoci, no tra me e la Picina non è successo niente. No, no ho litigato con qualcuno in particolare. Ve lo dico prima, caso mai a qualcuno dei miei quattro lettori venisse l’ansia)

La coscienza non può essere un alibi

La prima volta che ho sentito consapevolmente la parola coscienza è stato nella canzone “Gorizia”, quella che parla dei soldati massacrati per le terre di confine durante la Grande Guerra. “Oh Gorizia, tu sei maledetta, per ogni cuore che sente coscienza“. Coscienza come consapevolezza delle morti, dei traumi di un’intera generazione mandata al macello, per i ragazzi del ’99.

In questi giorni il voto di coscienza, l’agire secondo coscienza sta diventando l’alibi per affossare la legge sulle unioni civili, che aiuterebbe un discreto numero di persone in questo paese. Che aiuterebbe soprattutto quelle figlie e quei figli che al momento sono orfani di un genitore per lo stato. Sì, perché se chi deve votare la legge si prendesse la briga di leggerla per davvero, capirebbe che si parla di regolarizzare la situazione di bambini e bambine che esistono già e che per il momento sono figli soltanto del padre o (nella maggioranza dei casi) della madre biologica. L’altro genitore è un fantasma. Ma no, bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se sia giusto o meno che questi bambini abbiano le stesse tutele degli altri.
Bisogna votare “secondo coscienza” per decidere se due persone adulte possano essere -agli occhi dello stato- quello che sono già: una famiglia.

Sono stupita della decisione del PD prima, del voltafaccia di Grillo poi?

No. Perché il PD è un calderone di ideologie, molte delle quali non vanno d’accordo con l’allargamento dei diritti civili e quindi poteva solo dare libertà di coscienza.

No, perché il M5S è un partito populista e molto spesso il populismo attira un elettorato conservatore, se non fascista. Perché il M5S, forse ancora di più del PD, è un calderone sbandato e Grillo è l’unico politicante là dentro (la mossa è stata fatta chiaramente per non perdere consenso a destra e nelle file dei cattolici, anche in vista delle elezioni romane).

Non sono mai stata particolarmente ottimista riguardo a questa legge, perché ormai sono anni che noi lgbti viviamo di promesse disattese, di piccolissime conquiste a colpi di magistratura. Perché sono grande abbastanza da ricordarmi dei DICO.

Eppure io il 23 gennaio un po’ di speranza l’avevo ritrovata. L’ho ritrovata perché in piazza c’eravamo io e mia moglie, ma anche la nostra testimone di nozze. La legge non la riguarda, ma c’era. Come c’era la mia amica e collega, che fa parte di una di quelle “famiglie tradizionali” che la legge, secondo cattolici e fascisti, minaccerebbe. C’era un’altra coppia di amici, col loro bambino piccolo. C’era la mia “cuginetta” col suo ragazzo. Mi sono un po’ illusa, in quella giornata fredda, di pensare che se ci impegnamo tutti, lgbti e no, allora ce la possiamo fare.

Ma probabilmente non è bastato. Non è bastato perché la politica (e mi costa molto ammetterlo, perché io nella politica come strumento per costruire la società ci credo) è scollata dalle persone che dovrebbe governare. Perché conservare il proprio potere, non scomodando altri poteri forti (il Vaticano in primis) è un richiamo molto più forte.

E allora continuiamo a lottare. Continuiamo a farlo tutti noi, che una coscienza ce l’abbiamo. Continuiamo a far sentire tutte le nostre voci, a fare presidi, a scrivere articoli, a contattare i politici su Twitter, a ribellarci agli insulti di chi ci dice “isterici” e di chi ad ogni argomentazione razionale oppone “eh, ma l’utero in affitto”.

Abbiamo bisogno di tutte le nostre forze, di tutte le persone che vedono la palese ingiustizia di decidere quali siano le famiglie di serie A e di serie B.
Abbiamo bisogno di tutte e di tutti voi che siete scesi in piazza il 23 gennaio o avreste voluto farlo.

Non lasciateci soli con le cattive coscienze dei nostri senatori.