[Recensione]City of darkness, city of light

Ecco un altro bel romanzo che non è stato tradotto in italiano. Lo considero (ma in generale è un’opinione condivisa da molti) il corrispettivo de La storia segreta della Rivoluzione di Hillary Mantel, col quale ha sicuramente molti punti in comune, ma è sicuramente dei due il più riuscito.

Come si evince dal titolo, un omaggio all’incipit di Una storia di due città di Dickens, City of Darkness, City of Light  è ambientato nella Parigi della Rivoluzione e si concentra soprattutto sugli anni 1789-1794, anche se questi non ne definiscono tutta l’ampiezza cronologica. Il libro è costruito seguendo le vita di alcuni personaggi storici, che sono destinate a intrecciarsi tra loro: Robespierre, Desmoulins, Manon Roland e Claire Lacombe. Proprio la scelta di queste due ultime voci avverte il lettore che non siamo di fronte al solito romanzo interessato solo al conflitto emotivo e politico tra alcuni giganti della Rivoluzione, ma a un taglio decisamente più politico e meno usato, quello della nascita del movimento delle donne. 

City of Darkness, city of light si rivela, dopo pochi capitoli, non solo un romanzo sulla Rivoluzione, ma una riflessione sugli ideali della sinistra e sul rapporto, spesso tortuoso e contraddittorio, con i movimenti femministi.

Gli eventi narrati nel romanzo non si discostano molto dalla biografia reale dei personaggi storici: seguiamo i primi passi dell’orfano Robespierre ad Arras e poi al Louis-le-Grand, siamo colpiti dalla spiritosaggine bambinesca di Camille, seguiamo l’educazione della borghese Manon e le avventure della poverissima Claire. 

Claire Lacombe, insieme a Pauline Lèon, con la quale agisce insieme dalla Marcia delle donne del 1789, sono sicuramente i personaggi più interessanti del libro. Della loro biografia sappiamo ben poco, se non che entrambe venivano dagli strati più bassi del terzo Stato (Claire si metterà a fare l’attrice, Pauline possiede un piccolo negozio di cioccolata), quindi l’autrice si prende una maggior libertà nel conferire loro una personalità dalle mille sfaccettature, contraddittoria e battagliera ed esaltandone soprattutto il contributo (storicamente vero) alla nascita di una coscienza femminista, alla lotta, attraverso la Società delle Repubblicane, per la piena uguaglianza giuridica tra uomini e donne e al suffragio universale. Si nota nel libro come l’autrice abbia una netta preferenza per questi due personaggi, mentre gli altri appaiono più incastrati nelle loro rappresentazioni tradizionali. Tuttavia Manon Roland, che ha avuto notevole fortuna nell’Ottocento con la rivalutazione dei Girondini, ma che è stata poi accantonata da scrittori e artisti, è un personaggio apprezzabile, rappresentante di quello che ogg definiremmo “femminismo borghese”. Una donna scrittrice, sufficientemente emancipata, ma che non vede e non comprende le istanze più radicali, specie se presentate da persone delle classi più basse.

I personaggi maschili, invece, sono meno caratterizzati e vengono sostanzialmente loro attribuite le caratteristiche tradizionali. Così Robespierre è freddo e calcolatore, Danton spregiudicato e vizioso, Marat impulsivo e violento, Condorcet riflessivo e indeciso…

A differenza del libro di Mantel, City of darkness, city of light vuole meno affrescare un quadro preciso degli eventi rivoluzionari, quanto tentare, attraverso di essi, di riflettere sulla contemporaneità. È un romanzo, dunque, che ha un’impostazione ideologica molto forte e ben riconoscibile, che a volte forza la mano su certe dinamiche (spoiler Claire e Pauline diventano una coppia in senso molto moderno alla fine del libro) e che, soprattutto, influisce molto sul linguaggio.

Personalmente è la caratteristica del romanzo che amo meno: il linguaggio è molto semplice, quasi piatto e volutamente moderno. I personaggi non parlano (e spesso non riflettono) come uomini e donne del loro tempo, ma come persona che vivono negli Stati Uniti degli anni Novanta. Si può percepire questo già nel modo in cui i personaggi sono chiamati, per esempio tutte le volte che Robespierre viene chiamato familiarmente Max. Inoltre non c’è distinzione alcuna, come ci si aspetterebbe, tra il modo di parlare della cittadina Roland o di Claire Lacomb. Certo questo appiattimento del linguaggio rende molto scorrevole il romanzo, ogni capitolo scivola via velocemente. Anche se narrato in terza persona, di volta in volta i capitoli sono narrati dal punto di vista del personaggio, aiutando il lettore nell’identificazione delle varie narrazioni. Se gli spunti di riflessione del libro e i temi che mette in gioco non fossero così approfonditi, il libro dal punto di vista stilistico potrebbe essere un buon young-adult.

Non nascondo che City of darkness, city of light, nonostante le molte imperfezioni, è un libro che mi è piaciuto e che reputo molto valido, non solo perché ritengo stimolanti e valide le riflessioni che propone, ma anche perché mette in evidenza che nella dinamica rivoluzionaria le donne non furono solo attrici di secondo piano che si muovono solo come massa, come troppo spesso le ha rappresentate la tradizione artistico-letteraria e cinematografica, né tantomeno ombre a servizio dei “grandi uomini” della storia.

[Recensioni] Désirée di Annemarie Selinko

Désirée è considerato un classico della letteratura europea. Pubblicato per la prima volta in Italia da Neri Pozza nel 2009 è stato per me una scoperta molto recente (è stato regalatomi al Salone di Torino del 2017). Il romanzo ricalca abbastanza fedelmente la biografia di Désirée Clary, che diventò “quasi per caso” regina di Svezia e di Norvegia.

Désirée Clary è ancora un’adolescente quando il padre, uno dei più importanti commercianti di seta di Marsiglia, le regala un diario. Proprio attraverso questo quadernino rosso la protagonista di queste memorie fittizie racconta la sua storia, dal 1793 fino all’incoronazione. Désirée è una ribelle, deteminata, ma anche molto ingenua sulla cui strada incontra il protagonista degli anni avvenire, il giovane generale Bonaparte. Tra i due nasce un amore ingenuo e tenero, che lega i due personaggi più di quanto essi stessi vogliano ammettere. Così, nonostante la contrarietà della famiglia di lei, Désirée fugge in segreto per Parigi per ritrovare il suo amato: la delusione è enorme quando si rende conto che ormai Napoleone ama un’altra, Josephine de Beauharnais. Ma l’antico amante non si scorda della fanciulla e della sua famiglia, verso cui ha sempre un occhio di riguardo e sarà proprio grazie a Bonaparte che Désirée incontrerà Bernardotte, nuovo grande amore e futuro marito. Quando a quest’ultimo verrà offerta la corona di Svezia e Norvegia, Désirée lo seguirà come regina consorte.

Se la trama sembra quella di un grande romance di ambientazione storica, la forza di questo romanzo sta nella capacità di ritrarre un’epoca e dei personaggi in modo intimo e innovativo. Giganteggia tra tutti il ritratto inedito di Bonaparte, un giovane impetuoso, arrivista, spesso preda delle sue stesse collere, ma anche attaccassimo ai legami familiari (tanto da essere quasi tormentato dalla madre, vera e propria matriarca) e agli affetti presenti e futuri. Intorno a Désirée ruotano poi molti dei personaggi del corteggio napoleonico, dalle sorelle Bonaparte, ai grandi generali, ai sopravvissuti della Convenzione.

Lo stile del romanzo è piano, adatto alla voce di una giovane donna non particolarmente istruita, ma svelta nell’imparare e molto intelligente.

Il libro risulta molto gradevole e si legge con grande curiosità e senza troppo impegno.

[La vita lesbica] Il mito del diospero e la torta di mele.

Io e la Pici facciamo la torta di mele della domenica. Di solito si fa la torta di mele con le mele avanzate dalla maturazione di frutta che cresce misteriosamente in ambulatorio (ma questa è un’altra storia). Io faccio l’impasto, P. sbuccia le mele (col pelapatate, se no non riesce).

P.: Perché abbiamo così *tante* mele? (C’era un calderone pieno)

Io: Sono le mele usate per fare maturare i diosperi.

P.: Eh?

Io: Ho detto che sono le mele usate per far maturare la cassetta di diosperi.

P.: Capisco le parole singolarmente, ma non colgo il senso della frase.

Io: Le mele. Si usano. Per far maturare. i diosperi. Se metti le mele vicino ad altra frutta, quella matura (immaginatemi mentre nel frattempo preparo la crema per l’impasto). Ma a casa tua li chiamate diosperi o cachi? (chè qui in casa sorgono spesso diatribe dialettali)

P.: AAAAHHHHH. Ho **** (censura di Pici) anni ed è la prima volta che lo sento! Da me non si usa. Comunque C. (suocera) dice i cachi, il caco. Poi diosperi è troppo mitologico.

Io: Cosa?

P.: Ma sì, quei due là i diosperi.

Io: I Dioscuri! Ma che c’entrano i Dioscuri!

P.: eh, quei due là. Chi erano? Castore e Polluce?

Io: Sì. Ma ancora non capisco il collegamento.

P.: Ma dai, la mela d’oro.

Io: Ah, il giardino delle Esperidi!

P.: Diosperi, Dioscuri, Esperidi… te l’avevo detto che era un nome mitologico!

Io: Sì, vabbè, a questo punto anche Ercole e Caco.

P.: eh, appunto! Te l’avevo detto.

Io: …….

Le avventure continuano sul profilo Instagram La vita lesbica!

[Recensioni] Gli Undici, di Pierre Michon

Tutte le volte che mi accosto alla scrittura di Pierre Michon rimango di primo acchito senza parole, perché è potente e così immaginifica da non poterla descrivere. Questo libro mi ha entusiasmato così tanto che, dopo averlo letto in francese appena uscito, l’ho riletto recentemente nell’ottima traduzione di Giuseppe Girimonti Greco per Adelphi.

Gli Undici (Les Onze) è un romanzo breve, brevissimo in cui Michon dipinge (letteralmente) il periodo del Terrore.

L’espediente narrativo è la descrizione, da parte di un fantomatico critico d’arte di cui nulla ci è dato sapere, di un quadro immaginario e sublime, Gli Undici  che dà il titolo al testo, creato da un pittore fittizio, François-Élie Corentin. Questo quadro enorme, terribile e meraviglioso, troneggia nella finzione al Museo del Louvre, come monito della grandezza e dell’orrore della Rivoluzione.

Gli undici ritratti da Corentin sono i membri del Comitato di Salute Pubblica del marzo 1794 (dopo l’arresto del dodicesimo membro, Hérault de Séchelles), ma sono soprattutto, a vivide pennellate, il ritratto della complessità della Rivoluzione e della sua fase più radicale.

Michon ricostruisce brevemente, con un espediente simile a quello di Vite minuscole, la biografia di Corentin, per poi concentrarsi sulla storia del quadro e della sua commissione. Con una scrittura pittorica, suggestiva e convincente Michon porta il lettore a non distinguere più realtà storica e fantasia, a non mettere mai in dubbio tutto ciò che la parola rivela, chiudendo il libro si vorrebbe andare a cercare il quadro che non c’è.

Ma Gli Undici apre anche una grande riflessione sul rapporto tra l’Arte e la Rivoluzione, non semplicemente cercando di capire, come molti studiosi hanno indagato, il ruolo dell’iconografia e della propaganda, ma fermandosi su un punto più ontologico: come possono coesistere l’Arte, che è un’espressione che eleva l’artista e l’oggetto stesso dell’arte, con l’Uguaglianza promossa dalla Rivoluzione?

Non è dunque un controsenso ritrarre, operando una sorta di sacralizzazione laica, i membri del governo che lottano perché i cittadini sono tutti uguali?

Più in generale l’Arte può coesistere con le istanze egualitarie?

Per scoprire la risposta, bisogna immergersi nel flusso della narrazione e lasciarsi trasportare in un mondo affascinante e labirintico, dal quale, come dall’arte e dalla storia, forse non è possibile uscire.

[Recensioni] Cristophe Bigot, L’Archange et le Procureur

L’Archange et le Procureur purtroppo al momento non è stato tradotto in italiano ed è davvero un peccato, perché merita.

Questo romanzo si inserisce nel filone dei finti mémoirs sulla Rivoluzione, un impianto che negli ultimi vent’anni è sempre più utilizzato, ma è anche la dimostrazione di come all’interno di una struttura classica, si possa scrivere un’opera notevole per qualità narrative e per stile.

L’Archange e le Procureur (L’Arcangelo e il Procuratore) è un romanzo di relazioni tra personaggi e tra tempi diversi.

La voce narrante è quella di una donna, Annette Duplessis, che nel secondo decennio dell’Ottocento racconta al nipote scavezzacollo, Horace Desmoulins, la vera storia dei suoi genitori, Lucille (l’amatissima figlia minore di Annette) e Camille Desmoulins. Horace è un uomo tormentato, incapace di prendere in mano le redini della propria vita, schiacciato dalla fama dei genitori di cui non ha ricordo e che decide di partire per Haiti, senza neanche lì trovare pace (Horace Desmoulins si stabilirà veramente a Haiti dove diventerà un commerciante di caffè).

L’impianto narrativo potrebbe essere il presupposto per un’agiografia della coppia Desmoulins, in realtà la narratrice si rivela affettuosa, ma critica e attraverso le sue parole nascono due personaggi a tutto tondo. Lucille, agli occhi della madre, è una ragazza immatura e viziata, che prende tutto per sfida e per gioco, insomma, una vera adolescente, fatta di grandi slanci di generosità, di sentimenti assoluti e di collere inestinguibili.

Camille Desmoulins è un personaggio ancora più intricato, proprio perché lo sono i sentimenti che  la narratrice prova verso di lui. Annette vede Camille prima come suo poco opportuno cicisbeo, poi come spasimante della figlia minore, come genero e padre dell’unico nipote, insomma come un uomo che vive le proprie relazioni con grande passione, ma con scarsa continuità. Soprattutto in lui domina la consapevolezza della propria intelligenza brillante e arguta, brandita quasi come una rivincita sulla balbuzie, e una prepotente voglia di avere successo, anche per dimostrare di essere all’altezza, lui povero apprendista avvocato, di poter sposare la ricca e bella Lucile. Ed ecco che la Rivoluzione diventa il terreno di gioco perfetto per le ambizioni di Camille, che si trasforma da insignificante avvocato a Procuratore della Lanterna. per mantenere la credibilità dell’impianto narrativo, Bigot non fa scendere la narratrice, donna e non rivoluzionaria, nei dettagli dell’azione politica, ma assume bene il punto di vista di chi osserva, senza ben capire, quello che sta avvenendo. Questo artificio, oltre a rendere il romanzo scorrevolissimo, mette in luce come, aldilà delle scelte dei singoli, sia la forza degli eventi a condizionare fortemente lo svolgimento della Rivoluzione, come del resto percepirono alcuni dei rivoluzionari storici.

Dicevo che L’Archange et le Procureur è un romanzo soprattutto di relazioni: non solo quelle familiari, ma anche quelle amicali. Ecco allora che entrano sulla scena Danton e Robespierre. Del primo Annette dipinge un ritratto feroce, di un uomo rozzo, prepotente e capace di influenzare in modo negativo Lucille e Camille. Robespierre, al contrario, è posato e calmo, una presenza ordinaria e quasi scialba in confronto allo spirito di Camille, ma proprio per questo, agli occhi di Annette, una compagnia più adatta a controllare l’esuberanza del genero e addirittura un potenziale marito per l’umile Adèle, la figlia maggiore. Con il dipanarsi del processo rivoluzionario, il modo di interpretare gli stessi ideali divide alleanze e amicizie: così se da una parte Camille si lega sempre più strettamente a Danton, d’altra parte Robespierre, agli occhi di Annette, è sempre più influenzato da Saint-Just, l’Arcangelo del Terrore.

È lo scontro fatale a cui allude il titolo del romanzo: Gli eventi dell’anno II costituiscono il passaggio forse più schematico del libro, ma anche in questo caso l’artificio narrativo fa sì che l’impianto rimanga coerente: non si ha mai l’impressione che l’autore voglia raccontare la storia della Rivoluzione, ma piuttosto l’interpretazione di una persona che l’ha subita. Proprio grazie all’adozione di questo punto di vista per tutto il romanzo, l’utilizzo di un racconto molto tradizionale della lotta tra le fazioni e della caratterizzazione tradizionale dei personaggi (Danton umanitario, ma opportunista, Camille buono e sinceramente orripilante dal Terrore, Robespierre pronto a sacrificare l’umanità per l’ideale, Saint-Just crudele e geloso) regge molto bene e culmina in una scena finale storicamente inconsistente, ma di grande suggestione per chi legge (*spoiler* dopo l’arresto di Lucille, Annette si reca di mattina presto da Robespierre per pregarlo di far liberare la figlia, ma l’Incorruttibile, ancora in camicia da notte, la congeda con freddezza dicendo di non poter far nulla; andandosene dalla camera Annette intravede nello specchio della stanza da bagno Saint-Just che si rade a petto nudo).

Dopo l’esecuzione di Lucille, il libro si chiude senza ulteriori giudizi né speranze: le memorie scritte con tanta cura da Annette non raggiungeranno mai il nipote, che nel frattempo si è ammalato ed è morto.

Quella volta che… a Firenze

Vi ho già parlato del libro “Quella volta che..” (che avete già comprato, vero?).

Se volete saperne di più, domenica alle ore 16.00 io e Giulia Blasi ne parleremo a Firenze. L’incontro si svolgerà allo Spazio Pac de Le Murate nell’ambito del festival Firenze Rivista. Inoltre la presentazione fa parte del programma off de L’eredità delle donne. 

Locandina della presentazione di Quella volta che
La locandina della presentazione di domenica

Mi venite a sentire?

[recensioni] Hilary Mantel, La storia segreta della Rivoluzione

A novembre finalmente uscirà il mio romanzo Nocturnales, ambientato durante la Rivoluzione Francese. È il frutto di anni di studio e di ricerche. Per questo ho deciso di raccontarvi alcuni dei libri (romanzi e saggi) che ho letto per prepararlo.

Premessa: sto barando. Non ho letto La storia segreta della rivoluzione in italiano edito da Fazi, ma la versione originale inglese in un unico volume. Comprata eoni fa, riletta una seconda volta quando la mia conoscenza della lingua era decisamente migliorata.

Comincio da questo libro che, uscito nel 1992, ha avuto un successo molto duraturo, ponendo all’attenzione del pubblico anglosassone Hilary Mantel. Chiariamo una cosa: a me Hilary Mantel piace. Anzi, la adoro e la considero una delle voci più interessanti della letteratura inglese contemporanea. I romanzi sulla storia inglese (Wolf Hall e Bring up the bodies), ma ancora meglio i suoi libri ambientati nella contemporaneità (in particolare il memoriale Giving up the ghost) coniugano intrecci profondi, uno stile di scrittura ottimo e complesso che tocca vette di sublime e una grandissima capacità di scavare nella psicologia umana.

Detto questo, La storia segreta della Rivoluzione vuoi perché è un’opera prima, vuoi perché la materia è terribilmente complessa, è un libro che non funziona. Anzi, che oltre a non funzionare, per chi mastichi un po’ la materia è proprio irritante.

Cominciamo dal titolo. In Italiano gioco forza si è perduto il gioco di parole: il titolo originale è A place of greater safety, che allude in maniera abbastanza trasparente al Comitato di Salute Pubblica (in inglese Committee of Public Safety), il governo che causerà lo scontro tra i tre protagonisti.

L’impianto narrativo non è particolarmente originale, ma si aggancia a una tradizione dei romanzi sulla rivoluzione: raccontare le vita parallele e intrecciate di alcuni dei principali rivoluzionari. E, come in buona parte della letteratura e della cinematografia della Rivoluzione francese, si tratta di Robespierre, Desmoulins e Danton (sì, chi mastica la materia sa già che più che Anatole France qui i danni nella ricezione letteraria li ha fatti Danton di Wajda). Li seguiamo dalla tenera età fino alla morte (anche qui, niente d nuovo), in particolare seguiamo le vicende alterne della loro vita privata (da cui il titolo dell’edizione italiana). Qui inizia il primo problema: è una scelta più che legittima concentrarsi sulla biografia personale (per quanto poi poco se ne sappia) e anche inventare, ma quello che esce fuori dal tessuto narrativo è che i rivoluzionari agiscano solo e soltanto in base alle loro relazioni personali, i loro affetti, le loro antipatie e i loro impulsi. Che non sia mai la situazione esterna a cambiare i loro atteggiamenti, ma il contrario, che sia solo il privato a influenzare il politico, fino ad arrivare a vette di assurdità che distruggono il tessuto narrativo (andate a vedere come viene affrontata da Mantel la condanna di Danton e Desmoulins e soprattutto la motivazione

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Più che parlare di rivoluzionari, sembra che il libro tratti di adolescenti capricciosi, ma con la pretesa di raccontare la “vera” storia della Rivoluzione Francese. È ormai indagato e acclarato dalla storiografia il ruolo che l’amicizia (intesa in senso politico e morale) ha nella politica giacobina e robespierrista in particolare, ma qui la nazione viene utilizzata per ridurre il processo rivoluzionario a soap-opera di infimo ordine.

Con il risultato, oltretutto, di rendere la narrazione estremamente noiosa.

Un altro punto problematico è la caratterizzazione dei protagonisti. Mantel stessa si definisce “robespierrista” (ma dubito che abbia in mente la definizione di Mathiez o di Vovelle), cioè in sostanza dice che Robespierre le sta simpatico. Questa simpatia, però, si manifesta non cercando di approfondire romanzescamente l’agire del personaggio, soprattutto là dove azioni e decisioni sembrano incoerenti, crudeli e ingiustificate, ma nel renderlo una sorta di bamboccio in balia degli altrui sentimenti (quelli delle donne che lo circondano) o di cattivi consigli (quelli di Saint-Just, ovviamente).

Desmoulins, al solito, rimane Desmoulins. È forse il personaggio che Mantel dipinge come più piacevole per il lettore, ingenuo, pieno di buone intenzioni, sempre un po’ bambino e con la battuta pronta. Uno a cui non si può non voler bene. In questo caso nessuno sforzo di andare oltre la caratterizzazione tipica del Procureur de la lanterne.

Danton è dipinto come una canaglia, gozzovigliatore, amante dei piaceri, sicuro di sé, spregiudicato e violento: pur con tratti così negativi, è l’unico personaggio del libro che almeno non sembra un automa trasparente. Forse è anche quello che presenta una maggiore novità, rispetto all’eroe della tradizione liberale.

Intorno ai nostri tre, ruota una costellazione di personaggi storici minori, la cui caratterizzazione lascia abbastanza a desiderare (scelta più che legittima) fino a ricadere nello stereotipo puro (Saint-Just, la famiglia Duplay).

Cioè che forse mi fa più arrabbiare di questo romanzo è che l’autrice non fa mistero dei suoi studi (che comunque emergono bene dalla caratterizzazione dei personaggi e dagli episodi raccontati), ma si vede altrettanto chiaramente che le fonti usate sono in larga misura le solite fonti termidoriane e reazionarie, che non sono poste però sotto un vaglio critico sufficiente. A poco vale saccheggiare le memorie di alcuni testimoni diretti (Charlotte Robespierre, Elisabet Duplay), se poi non si cerca di integrare racconti giocoforza parziali, ma si preferisce continuare a narrare ciò che altri hanno già raccontato e in modo migliore.

[Recensioni] Galatea Vaglio, Teodora la figlia del circo

Teodora. La figlia del circo
Teodora. La figlia del circo

Amo la scrittura di Galatea, ho letto tutti i suoi libri, ma aspettavo con ansia che si cimentasse nella scrittura di un romanzo storico. Teodora. La figlia del Circo non delude le aspettative: Galatea riesce a intrattenere con una storia avvincente che scorre via veloce, senza rinunciare alla precisione del contesto, immergendo il lettore in un periodo complesso e ricco.

Il romanzo è la prima parte di una saga dedicata all’impero bizantino nel VI d.C. e in particolare questo volume è ambientato durante il regno di Anastasio I e Giustino I. Il romanzo ha due grandi protagonisti: Teodora e Giustiniano, la coppia imperiale più famosa dell’epoca tardo-antica.

Qui però siamo ancora lontani dallo splendore dei mosaici di San Vitale, poiché seguiamo solo l’inizio delle loro vicende. Teodora, nata da una famiglia umile, si fa strada grazie alla sua astuzia e alla sua bellezza. È un personaggio femminile autodeterminato e molto moderno, dotato di un’intelligenza viva che suscita la simpatia del lettore dopo poche pagine.

Giustiniano è un generale scaltro, che riesce a farsi strada alla corte di Costantinopoli grazie alla propria abilità politica, riuscendo a fare eleggete al soglio imperiale suo zio Giustino.

Tra avventure rocambolesche, intrighi di palazzo e personaggi principali e comprimari dalle mille sfaccettature, la storia si divora in poco tempo. L’aspetto più notevole, però, è la ricostruzione dell’ambiente e della mentalità: pur strizzando l’occhio a tematiche contemporanee, Galatea riesce a far rivivere davanti a noi l’Impero d’Oriente, coi suoi palazzi, le sue lotte di potere a colpi di armi e di dottrine, i suoi abitanti delle diverse classi sociali. È un vero romanzo storico, nel quale la Storia non è un mero pretesto.

Personalmente ho amato il modo in cui le fonti bizantine sono state usate e intrecciate nella narrazione: la nota finale conferma la serietà dell’autrice (sulla sua competenza non ci sono dubbi).

È un libro che consiglio sia a chi cerca un romanzo storico avventuroso sia a chi, come me, del genere ama soprattutto la cura nella ricostruzione di epoche passate.

[Mariangela Galatea Vaglio. Teodora. La figlia del circo. Sonzogno. 2018]

Librarsi e liberarsi

Lager di Mauthausen, 24 aprile 2018

Non so se posterò altri scatti del viaggio fatto quest’anno, non so se sia giusto pubblicarli. Parlare dell’Olocausto e degli stermini nazisti è sempre complicato, si rischia, specialmente su un mezzo come questo, di alimentare una retorica lavascoscienze e una visione consumistica della Storia.

C’è che le immagini non rendono. Probabilmente nemmeno le parole.

Però in questi giorni di migranti respinti e trattati come oggetti di scarso valore, di ministri che negano lo status di famiglia a causa dell’orientamento sessuale, di altri ministri che vogliono schedare le persone in base alla loro etnia e di tutte le aberrazioni che la propaganda del governo ci farà ancora ascoltare, mi viene in mente questa foto.

Non voglio fare neppure paragoni banalizzanti, semplicistici e svilenti perché no, la Storia non è sempre uguale, anche se a volte ci sembra simile.

È solo un collegamento di immagine.

È quello che dovremmo fare noi tutti, alzarci in volo sopra i recinti dove ci vogliono confinati o dove vogliono confinare gli altri (ma si è sempre il diverso di qualcuno!).

Librarsi e liberarsi per poter abbattere tutti insieme quel filo spinato.

#quellavoltache: denunciamo le molestie

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Qualche giorno fa Giulia Blasi sul gruppo Femminismo Felice ha lanciato l’idea di raccontare con l’hashtag #quellavoltache le piccole e grandi molestie che la maggior parte delle donne, praticamente tutte, subiamo nel corso della nostra vita. Da subito è partito un tam-tam su Facebook, Twitter e blog personali al quale abbiamo aderito anche noi di Pasionaria.it

Lo scopo è quello di mostrare quanto nella nostra cultura le molestie contro le donne (ma anche contro le persone queer) siano talmente frequenti da sembrare normali. Non solo che queste sono tollerate e che spesso chi è vittima non è creduta, ma anzi colpevolizzata.

Su Pasionaria abbiamo raccolto tantissime testimonianze (c’è anche la mia) e tante ne stanno ancora arrivando.

Non mi stupisce tanto la quantità, ma toccare con mano tutte queste storie non può non far male. Perché sono storie di dolore.

Ma allo stesso tempo sono storie di speranza, della voglia di raccontare e raccontarsi, di non stare più in silenzio. E ho trovato commovente che molte persone abbiano scelto di farlo proprio tramire Pasionaria.

Per questo grazie. Grazie per la vostra fiducia, che ci ripaga di tutta la fatica. E soprattutto grazie perché tutte insieme possiamo davvero cambiare le cose.